Il peso delle parole, che ansia!

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Le televisioni sembrano sopravvivere solo se alimentate dalla violenza: intere mattine, pomeriggi e sere dedicate alla cronaca nera non fanno che alimentare le nostre paure

Da giorni sto rimuginando su quanto pesino le parole nel raccontare e nel capire ciò che sta accadendo intorno a noi, in questi giorni di ferro e di fuoco. E sulla responsabilità che hanno quelli che le pronunciano, specie se giornalisti o leader politici. In generale, quindi, sulla responsabilità dei media e della politica.

A rendere urgente la riflessione su questo argomento è stato il modo con cui sono stati raccontati gli ultimi tragici eventi. Una delle parole abusate è stata “guerra”. Matteo Renzi, nelle stesse ore, invitava a trovare le “parole giuste”, assegnando loro un ruolo rilevante per rendere proficua la nostra resistenza alla barbarie.

La parola guerra, tanto invocata, è a di quelle che invece di aiutarci, aiutano il nemico. Eppure le televisioni sembrano sopravvivere solo se alimentate dalla violenza: interi pomeriggi dedicati alla cronaca nera (comprese le reti del servizio pubblico); trasmissioni del mattino che mescolano cronaca nera, scandali e terrorismo (piccoli talk crescono).

Non parliamo poi della sera, dove la rissa politica assume, in alcuni casi, toni ormai insopportabili. Taccio sulla violenza che è la chiave del successo di molti serial e film. Le parole sono sempre le stesse: bufera, sfida, scontro, orribile delitto, strage, nemico, stato di emergenza, delinquenza, straniero: un inventario logoro che non rende giustizia al buon giornalismo.

L’effetto è evidente: l’ansia cresce a dismisura diventando così fertile terreno per coloro che propongono il baratto tra sicurezza e libertà. Proprio l’ansia è diventata uno dei problemi psicologici più diffusi.

Nell’ultimo numero de la Lettura, Fabio Deotto recensendo l’ultimo lavoro del neuroscienziato Joseph LeDoux dedicato all’ansia, sintetizza così il ragionamento: «la capacità di trasmettere l’allarme di un pericolo (anche senza averlo mai vissuto) è stata fondamentale nel successo evolutivo dell’uomo. Ma oggi costringe il cervello alla continua ricerca di nemici. Provocando il disturbo più diffuso e sottovalutato dei nostri tempi». Un mondo popolato di nemici: che ansia!

Questo linguaggio lasciamolo ai populisti e noi teniamo bene a mente, quasi un’epigrafe, quello che ha scritto Jonesco «parole, quanti crimini si commettono nel vostro nome».

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