Il Pd, la forza dei sindaci e la capacità di aggregare

Amministrative
Final preparations inside a polling station on the eve of local elections in Rome, Italy, 04 June 2016. Local elections will be held on 05 June across Italy including mayoral votes in Rome, Milan, Turin and Naples. 
ANSA/ETTORE FERRARI

Il profilo dei singoli candidati conta molto come si vede nelle cinque sfide più visibili

Il risultato complessivo del Pd e del centrosinistra nella tornata amministrativa non è stato brillante. Inutile girarci intorno. Per averne una misura sintetica abbiamo riaggregato i voti espressi in tutti i Comuni capoluogo andati al voto il 5 giugno e li abbiamo messi a confronto con i voti espressi, negli stessi Comuni, alle amministrative precedenti e alle politiche del 2013.

Si sa che i confronti di questo tipo non sono immediati, si possono fare solo tra «aree politiche», perché di anno in anno, soprattutto al livello comunale, cambiano le coalizioni e le denominazioni dei partiti, ne nascono di nuovi e i più grandi si diluiscono almeno in parte nelle liste dei sindaci. In questo caso, abbiamo considerato le coalizioni così come si sono presentate agli elettori. Quindi, per intenderci, nella coalizione di centrosinistra delle politiche 2013 è inclusa anche Sel, mentre nelle coalizioni comunali sono incluse tutte le forze politiche di volta in volta alleate del Pd.

Nei Comuni in cui il centrodestra si è presentato in due grossi tronconi, li abbiamo sommati. I numeri in tabella, quindi, misurano più precisamente la capacità di aggregazione del Pd rispetto ai suoi antagonisti. Nel 2011 l’area «messa insieme» dal Pd misurava sette punti più di oggi, ma allora non era ancora esploso il fenomeno 5 Stelle. Stavolta ci si è assestati di poco sopra il livello delle politiche, nonostante che nel frattempo vari pezzi della sinistra se ne siano andati per conto proprio.

Una tendenza c’è, quindi, ma i risultati di ogni elezione dipendono da fattori di lungo e breve termine, da circostanze specifiche e dalla abilità dei singoli candidati. Nelle cinque competizioni più visibili di questa tornata, i fattori di breve termine, il contesto di ciascuna realtà e il profilo degli aspiranti sindaco hanno pesato davvero parecchio. Lo si capisce dalla estrema variabilità degli esiti. A Milano il candidato Pd è primo, a Napoli non va al ballottaggio (ma nella vicina Salerno stravince con il 70% dei voti). A Bologna non va tanto bene ma nella vicina Rimini riparte subito di slancio per un secondo mandato. A Roma ovviamente fatica, a Torino tiene egregiamente.

Ciò detto, qualche lezione per il futuro la si può forse trarre dal scarto, in alcuni casi notevole, tra le intenzioni di voto registrate dei più accurati sondaggi prodotti prima delle amministrative e il risultato delle urne. Questo scarto potrebbe essere interpretato come la dimostrazione definitiva della imprecisione dei sondaggi. Ma potrebbero anche riflettere la maggiore o minore efficacia di ciascun candidato nei confronti dei non pochi che decidono all’ultimo minuto. Ed in effetti qualche indizio a favore di questa tesi è mostrata, nel caso specifico delle comunali 2016, da una impressionante regolarità.

Se si prende a parametro la rilevazione Demos, condotta su circa mille casi per ciascuno dei centri urbani maggiori, vediamo che tutte le candidate (giovani donne) di punta, di qualsiasi orientamento politico, hanno ottenuto più voti del previsto. Chiara Appendino a Torino passa dal 23% stimato da Demos nella rilevazione di metà maggio al 31% del 5 giugno, Lucia Borgonzoni a Bologna dal 18 al 22, Virginia Raggi a Roma dal 30 al 35. Per quanto il risultato finale sia apparso insoddisfacente, capita lo stesso a Napoli con Valeria Valente che dal 16% stimato da Demos passa al 21: un punto in più, va detto ad onore del vero, di quanto prese il candidato sindaco di centrosinistra a Napoli nel 2001, quando ancora non c’era stato il boom dei 5 Stelle e De Magistris era arrivato “solo” al 27%.

D’altro canto, la vittoria di De Magistris non vuol dire, come qualcuno ha sostenuto, che a Napoli il Pd e il centro sinistra siano definitivamente fuori gioco. Solo un anno fa, alle regionali, nello stesso territorio, il solo Pd prese il 21% dei voti e Vincenzo De Luca, come candidato a governatore, prese il 36,6. A conferma della banale ma ormai ineluttabile verità che i candidati e le circostanze fanno una notevole differenza.

Sala e Parisi hanno polarizzato l’attenzione dei milanesi ripristinando la dinamica bipolare e hanno dimostrato che per farlo non c’è bisogno di estremizzare lo scontro collocandosi su posizioni estreme, semmai il contrario. Certo, sono stati aiutati da sfidanti di sinistra e Cinque stelle di scarso appeal. Incidentalmente, tutti e due maschi, dopo l’abbandono della vincitrice delle primarie grilline. Anche in questo caso il confronto con i sondaggi del giorno prima, al netto delle loro imperfezioni, confermano altre percezioni visibili a occhio nudo, da non sottovalutare per i ballottaggi. La vitalità dimostrata da Parisi e la sua capacità di nascondere con una personalità affabile il circo Barnum che gli sta dietro (anche lui prende più voti di quanto previsto dai sondaggi a metà maggio). E a Bologna, la maggiore attrattiva rispetto al previsto delle varie nicchie prive di un vero antagonista a Merola, ma temibili, ora, se dovessero saldarsi.

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