Il Papa sfida i narcos e va nel Chiapas a pregare

Vaticano
A moment of the Mass celebrated by Pope Francis in Ecatepec, Mexico, 14 February 2016. ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

Una autentica sfida, una testimonianza di coraggio

Il Papa in Messico sta sfidando il narcotraffico, un potere ramificato, sanguinario, ben inserito negli apparti pubblici e di sicurezza, capace di governare intere porzioni di territorio, collegato con altre grandi organizzazioni criminali internazionali, e capace di muovere una quantità impressionante di denaro. La sta facendo portando la sua parola di denuncia, di non violenza, di amore, di riscatto a una popolazione che chiede al pontefice di diventare “portavoce” di gustizia e di pace. Ma i narcos hanno risposto con estrema violenza e anzi hanno lanciato una sfida terribile a Francesco: 13 morti, vittime del conflitto fra vari gruppi criminali per il controllo del territorio, sono stati rinvenuti fra domenica e lunedì nella località di San Ignacio, nello stato di Sinaloa. Si tratta di una regione del Paese che dà il nome all’omonimo cartello guidato da quel “Chapo” Guzman che entra e esce dalle prigioni messicane con estrema facilità.

Nessuna tregua per l’arrivo del papa
Poi nei giorni immediatamente precedenti l’arrivo di Bergoglio a Città del Messico, una rivolta ha scosso il carcere superaffollato di Monterrey provocando ben 52 vittime. In realtà a scontrarsi sono stati altri due gruppi legati al narcotraffico, gli uomini del Cartello del Golfo contro Los Zetas; quest’ultima un’organizzazione nota per la sua efferatezza costituito da ex agenti delle forze speciali addestrati negli Usa e del Guatemala passati al crimine. Nessuna tregua dunque è stata proclamata dai cartello, come pure era avvenuto in passato per Benedetto XVI quando raggiunse il Paese nel 2012. Le parole di Francesco contro i narcotrafficanti erano attese e temute, viste con fastidio da gruppi criminali che esercitano anche un potere politico ed economico. Per questo i morti sono un avvertimento e una prova di forza, la manifestazione di un terrore che non si ferma nemmeno davanti al papa se questo non li ‘rispetta’.

E d’altro canto non va dimenticato che nei prossimi giorni il Papa farà visita anche a un penitenziario, quando toccherà Ciudad Juarez. Una meta particolare questa, l’ultima del viaggio del papa, posta al confine fra Messico e Stati Uniti; ‘Juarez’ infatti dall’altra parte del Rio Grande, negli Usa, si chiama El Paso. La città è stata teatro di violenze tremende, a partire dalla catena dei femminicidi che hanno provocato centinaia di rapimenti e di uccisioni di giovani donne, con l’intento di stabilire una sorta di regno del terrore su una popolazione stremata. La strategia dei rapimenti messa in atto da forze diverse: i cartelli della droga, bande criminali locali, apparati deviati, imprenditori di quelle industrie, le maquiladoras, che lavorano a bassissimo costo vari prodotti per poi esportarli dall’altra parte del confine e rivenderli a prezzi di mercato.

E’ anche, Ciudad Juarez, la città crocevia di un’immigrazione inarrestabile verso gli ‘States’, ormai uno dei nuovi business del crimine organizzato, che si trasforma non di rado in una sorta di ‘tratta’ schiavistica di esseri umani. E proprio questi due temi, il contrasto al narcotraffico e alla tratta, sono fra quelli su cui li Papa è più sensibile. Per questo oggi, durante la visita in Chiapas, il vescovo Raul Vera, fra i più impegnati su questi temi, ha consegnato al papa una lettera delle Ong di Ciudad Juarez nella quale si accusano autorità e trafficanti per “la tragedia nazionale” che si vive nella città di confine (http://www.proceso.com.mx/430070/ong-de-juarez-piden-en-carta-al-papa-que-denuncie-tragedia-nacional).

I contrasti fra il presidente e i gesuiti
Ancora a Ciudad Juarez il Papa potrebbe incontrare alcuni dei parenti dei 43 studenti scomparsi a Ayotzinapa, nello Stato di Guerrero, nel settembre 2014. Anche in questo caso una storia tenebrosa di studenti che protestavano, di apparati corrotti, di narcos. La versione ufficiale vuole che i ragazzi siano stati rapiti e poi bruciati, ma altre inchieste indipendenti condotte da istituzioni internazionale, contestano questa ricostruzione (http://www.bbc.com/mundo/noticias/2016/02/160209_ayotzinapa_forenses_argentinos_estudiantes_desaparecidos_mexico_an). Di fatto la vicenda dei 43 è diventata simbolo della violenza che sta devastando da due decenni il Paese.

Il viaggio del Papa per questo era atteso con qualche preoccupazione dal governo messicano e dal suo presidente, Enrique Peña Nieto, il rischio era infatti che ne venisse fuori un’immagine fin troppo realistica del Paese. E d’altro canto fra i gesuiti e Peña Nieto non corre proprio buon sangue.

Nel 2012, infatti, nel corso della campagna elettorale che lo portò alla presidenza, fu contestato da un gruppo di studenti nel corso di un incontro svoltosi all’Università Iberoamericana di Città del Messico, celebre ateneo dei gesuiti. Alcuni media dissero che in fondo si trattava solo di 131 studenti, da lì prese il via a un movimento – “yo soy 132”, io sono il 132 – che mobilitò centinaia di migliaia di giovani in tutto il Paese contro le violazioni dei diritti umani. Il futuro presidente era stato infatti criticato all’Iberoamericana per come represse nel 2006 da governatore dello Stato di Messico (quello intorno alla Capitale), le proteste sociali sviluppatesi nella città di Atenco. Da allora in poi le relazioni fra la Compagnia di Gesù e il governo sono state improntate a una certe freddezza istituzionale. Senza contare che un’importante ong dei gesuiti, Centro Prodh (http://www.centroprodh.org.mx/) è un’autentica spina nel fianco del governo sul caso Ayotzinapa e in generale sul tema dei diritti umani.

In Chiapas sulle orme di monsignor Ruiz
Ma Francesco tocca nella sua trasferta messicana anche il Chiapas degli indios, delle rivolte zapatiste del sub comandante Marcos, di quel vescovo, Samuel Ruiz, che aprì le porte alle popolazioni indigene e dialogò con il movimento zapatista e le sue istanza. Sulla tomba del vescovo il papa ha deciso di soffermarsi a pregare; Ruiz, come Romero, è un altro di quei vescovi-profeti non violenti contestati in passato dal Vaticano, che scelsero la parte più povera delle popolazioni di cui erano alla guida come pastori.

La messa a San Cristobal de las Casa, è stata celebrata anche nelle lingue locali, e di fronte alla gente del Chiapas, Francesco ha detto citando un testo locale: “L’alba sopraggiunse per i popoli che più volte hanno camminato nelle diverse tenebre della storia. In questa espressione, c’è un anelito a vivere in libertà, un anelito che ha il sapore di terra promessa, dove l’oppressione, il maltrattamento e la degradazione non siano la moneta corrente. Nel cuore dell’uomo e nella memoria di molti dei nostri popoli è inscritto l’anelito a una terra, a un tempo in cui il disprezzo sia superato dalla fraternità, l’ingiustizia sia vinta dalla solidarietà e la violenza sia cancellata dalla pace”.

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