Il Papa leader mondiale parla di fratellanza e negoziati contro le guerre

Tiber
Pope Francis delivers the Urbi et Orbi blessing from the balcony of Saint Peter's Basilica at noon after the Easter Holy Mass led by the Pontiff,  Vatican City, 27 March 2016. Easter Sunday celebrates the Christian belief in Jesus' death and resurrection.    ANSA/ETTORE FERRARI

Nella domenica di Pasqua il messaggio di pace e fratellanza di Papa Francesco

Non è stata quella del 2016 una Pasqua come le altre: Francesco ha infatti toccato nel corso dei riti della settimana santa, praticamente tutti i temi chiave del suo pontificato che poi in gran parte coincidono con le crisi centrali dei nostri giorni. Del resto la strage di Bruxelles del 22 marzo, segnava con evidenza il punto di rottura di una contemporaneità densa di conflitti, dalle periferie delle capitali europee, alle città del Medio Oriente. Bergoglio è stato di fatto, in un simile contesto, l’unico leader mondiale a disegnare la drammaticità di una condizione umana che ci riguarda tutti, l’unico a denunciare la complessità dei problemi che ci troviamo ad affrontare, a parlare di speranza e fratellanza in ore in cui la maggior parte degli interventi si concentravano sull’emergenza sicurezza, sull’ennesima chiusura delle frontiere, sulla mappature di cellule terroristiche. Questioni naturalmente importanti, ma del tutto insufficienti a comprendere il frangente storico nel quale ci troviamo.

Gli scartati e i cittadini
Francesco, sta ridisegnando, da parte sua, la mappa del cristianesimo contemporaneo – e quindi, in una prospettiva di fede, dell’uomo contemporaneo – a partire dagli ultimi, dai dimenticati. “Il Signore, che ha patito l’abbandono dei suoi discepoli, il peso di una ingiusta condanna e la vergogna di una morte infame – ha affermato nel messaggio pasquale di domenica – ci rende ora partecipi della sua vita immortale e ci dona il suo sguardo di tenerezza e di compassione verso gli affamati e gli assetati, i forestieri e i carcerati, gli emarginati e gli scartati, le vittime del sopruso e della violenza”.

Ha chiesto che i negoziati in corso in Siria con “la collaborazione di tutti si possano raccogliere frutti di pace e avviare la costruzione di una società fraterna, rispettosa della dignità e dei diritti di ogni cittadino”. Una società insomma non costruita su base etnica o sulla violenza di regime o fondamentalista, nella quale i diritti di cittadinanza si facciano strada e diventino l’architrave di una forma plurale di convivenza civile. Un sogno o una profezia che non sarà facile realizzare in tutto il Medio Oriente, eppure il pensiero lungo del papa individua un obiettivo alto per un mondo in pezzi capace di vivere solo nella contingenza della crisi. Per questo, pure, Bergoglio ha fatto riferimento ai popoli che vivono nel bacino del Mediterraneo, dall’Iraq allo Yemen, alla Libia, e poi alla Terra Santa quindi ha citato l ‘Ucraina, affinché si spezzi la logica della violenza e prevalga quella dell’incontro e dei negoziati.

Terrorismo e fratellanza
Ancora non è mancato il richiamo agli attentati recenti, tuttavia Francesco ha giustamente messo sullo stesso piano i caduti e i feriti di tanti e diversi Paesi manifestando “la nostra vicinanza alle vittime del terrorismo, forma cieca ed efferata di violenza che non cessa di spargere sangue innocente in diverse parti del mondo, come è avvenuto nei recenti attentati in Belgio, Turchia, Nigeria, Ciad, Camerun e Costa d’Avorio”. Nel messaggio del papa ha poi trovato poi spazio la speranza per cambiamenti positivi in corso che spesso non vediamo, concentrati unicamente sulla nostra parte del globo: volgano “a buon esito – ha spiegato Francesco – i fermenti di speranza e le prospettive di pace dell’Africa; penso in particolare al Burundi, al Mozambico, alla Repubblica Democratica del Congo e al Sud Sudan, segnati da tensioni politiche e sociali”.

I migranti, poi, grande e centrale tema del pontificato, simbolo concreto scelto dal papa per rappresentare l’umanità contemporanea, sono tornati più volte durante la settimana santa. L’incontro al Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo) di Castelnuovo di Porto vicino Roma di giovedì scorso, è stato uno dei momenti più forti di questi tre anni di governo della Chiesa universale da parte del pontefice argentino. In un contesto desolato, all’estrema periferia di Roma, alcune centinaia di profughi di ogni nazione e religione, hanno ascoltato Francesco; il vescovo di Roma ha lavato i piedi, secondo la cerimonia, ad alcuni di loro, c’erano pure delle donne come già era avvenuto in passato, e poi – forse soprattutto – si è trattenuto a lungo con questa porzione di mondo invisibile: un dialogo interminabile, in mezzo ai migranti, fra parole, strette di mano, abbracci, foto ricordo, sorrisi, colloqui. Se qualcuno dei nostri governanti europei oltre l’attenzione alle falle dell’ “intelligence” cominciasse ad andare nel cuore dei quartieri di Molenbeek a Bruxelles o di Saint Denis, a Parigi, per incontrare e ascoltare le comunità che lì vivono, compirebbe un atto più dirompente di quanto non si possa credere. Al Cara di Castelnuovo, Francesco ha indicato la via della “fratellanza” al nostro tempo, parola cristiana e laica, evangelica e centrale in quella rivoluzione francese sulle cui basi è nata l’Europa moderna. Infine ha evocato e chiamato in causa i ‘mandanti’ delle guerre e delle stragi, “i trafficanti di armi”, i potenti, coloro che hanno le responsabilità dei conflitti e possono fermarli.

Temi che pure sono emersi nel corso di una intenza ed emozionante via Crucis, le cui meditazioni erano state scritte dal cardinal Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia, uno dei prelati italiani vicini alla sensibilità del papa. “Siamo istintivamente portati a fuggire dalla sofferenza – si leggeva nel testo della VI stazione – perché la sofferenza fa ribrezzo. Quanti volti sfigurati dalle afflizioni della vita ci vengono incontro e troppo spesso voltiamo lo sguardo dall’altra parte. Come non vedere il volto del Signore in quello dei milioni di profughi, rifugiati e sfollati che sfuggono disperatamente dall’orrore delle guerre, delle persecuzioni e delle dittature?”. Francesco, poi, concludeva la cerimonia del Colosseo con una sorta di invocazione dal titolo: “O croce di Cristo!”, nella quale con accenti drammatici richiamava la presenza del sacrificio di Gesù nelle piaghe delle sofferenze di oggi, dalla tragedie dei morti nel mar Egeo alle vittime degli attentati, ai perseguitati a causa delle guerre o della loro fede.

La riforma della Chiesa
In questi stessi riti, inoltre, il papa ha insistito sui temi della riforma della Chiesa, denunciando i limiti e i mali del clericalismo, anche nel corso della via Crucis quando ha affermato: “O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei dottori della lettera e non dello spirito, della morte e non della vita, che invece di insegnare la misericordia e la vita, minacciano la punizione e la morte e condannano il giusto”. “O Croce di Cristo – ha aggiunto – ancora oggi ti vediamo nei ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità”. Riferimenti a quella Chiesa dogmatica e arida incapace di accogliere l’umanità ferita e allo scandalo degli abusi sessuali che ha messo a dura prova la credibilità dell’istituzione in tutto il mondo, e continua a farlo.

In termini meno vibranti ma con un’impostazione chiara, il papa dava un’indicazione certa sulla missione della Chiesa in questo tempo nella veglia del sabato: “Il Signore è vivo – ha detto Francesco – e vuole essere cercato tra i vivi. Dopo averlo incontrato, ciascuno viene inviato da lui a portare l’annuncio di Pasqua, a suscitare e risuscitare la speranza nei cuori appesantiti dalla tristezza, in chi fatica a trovare la luce della vita”. “Siamo chiamati – ha aggiunto – ad annunciare il Risorto con la vita e mediante l’amore; altrimenti saremmo una struttura internazionale con un grande numero di adepti e delle buone regole, ma incapace di donare la speranza di cui il mondo è assetato”.

Vedi anche

Altri articoli