Il Papa a Lesbo chiede all’Europa di esistere

Papa Francesco
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Il Papa latinoamericano chiede di capovolgere l’ordine di valori e priorità e contro ogni rassegnazione e paura, invoca l’abbattimento dei muri

Francesco sabato prossimo va a Lesbo dove sbarcano gli “scartati” di questo tempo: i profughi in fuga dalla guerra, quella siriana in primo luogo, come spiega la Caritas, ma anche da altre regioni del Medio Oriente, a cominciare dall’Iraq, un Paese alle prese con instabilità e conflitti dal lontano 2003. Per comprendere il senso di questa iniziativa va ricordato come Bergoglio sia il primo papa non europeo; la sua elezione ha sancito l’allargamento dei confini politici globali, il leader della prima religione al mondo arriva dall’America Latina, un fatto che sta ridisegnando gli equilibri interni alla Chiesa cattolica e più in generale le relazioni internazionali della Santa sede.

Di più, Francesco è portatore di una visione che rovescia le priorità, in cui il sud del Pianeta, popoli e nazioni emergenti o esclusi dalla ‘grande storia’ scritta per secoli in occidente, diventa protagonista del messaggio cristiano, della missione della Chiesa. E’ questa, di gran lunga, la più importante novità introdotta dal papa con il suo magistero. Per questo, in una certa misura, Francesco è sembrato snobbare l’Europa, e anzi ha collocato nella sua agenda il vecchio continente sullo stesso piano di altri Paesi, se non in secondo piano. E’ una sorta di multipolarismo missionario quello proposto dal Papa argentino che porta con sé, inutile nasconderselo, una richiesta fondamentale di giustizia e di riequilibrio nei rapporti politici ed economici. Ma il Papa non è, in senso stretto, né un politico né un economista, pur frequentando spesso entrambi gli ambiti. Il Papa latinoamericano promuove il Vangelo della misericordia e della solidarietà, chiede di capovolgere l’ordine di valori e priorità e contro ogni rassegnazione e paura, invoca l’abbattimento dei muri.

Così con la sua visita a Lesbo, isola vicino alle coste turche, mentre sorge la barriera del Brennero, si chiudono i confini di paesi come l’Ungheria e la Polonia contro lo stesso volere di Bruxelles, Francesco offre all’Europa una chance. Il vescovo di Roma, in effetti, e guardando con una maggiore attenzione al suo messaggio, chiede ai governi del continente e ai suoi popoli, di confrontarsi con la tragedia di Lesbo, non solo per senso di umanità e di giustizia, ma anche per ritrovare il senso autentico delle radici cristiane del continente, rinnovate nel secolo passato dal cristianesimo sociale incontratosi, su questo terreno, con le esperienze dell’umanesimo socialista e liberale.

Non si dimentichi, del resto, che il primo viaggio compiuto dal Papa dopo essere stato eletto (luglio 2013) fu quello a Lampedusa, la nostra Lesbo; un’altra isola di approdo, di salvezza e disperazione. E in entrambi i casi le parole del papa non sono state solo di solidarietà per i profughi, ma anche di riconoscenza alle popolazioni locali che hanno fatto di tutto per alleviare le sofferenze di chi arrivava (lo ha ripetuto ieri all’udienza generale in piazza San Pietro). C’è insomma un’altra Europa, è il messaggio trasparente, che ha risorse umane e politiche, sociali ed economiche, in grado di trasformare scelte in apparenza impossibili in opzioni concrete e realizzabili, sia pure senza l’illusione che si tratti di un percorso facile o indolore.

Non solo. Francesco a Lesbo sarà ricevuto dal leader greco Tsipras, politico che era già stato accolto in Vaticano nel recente passato e che fa parte di quella schiera di leader di Paesi ‘minori’, toccati dalla crisi economica o da situazioni sociali difficili (venerdì in Vaticano ci saranno i presidenti di Ecuador e Bolivia, Rafael Correa e Evo Morales, per intendersi), considerati marginali nelle dispute internazionali. Francesco mette tutti sullo stesso piano, i potenti e i leader dei Paesi poveri; conta, in questo atteggiamento, oltre la visione personale, l’esperienza dell’arcivescovo di Buenos Aires che ha vissuto il defalut argentino, ha visto il naufragio del proprio Paese. Da qui, fra l’altro, una sensibilità particolare per il collasso in cui è precipitata la Grecia un anno fa. Ancora Bergoglio compie questa sua breve missione per pregare insieme a Bartolomeo, il patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli, e l’Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Hieronymos, anch’egli ortodosso. Il cammino ecumenico dunque prosegue e si rafforza non solo sul piano spirituale ma in un comune agire fra cristiani d’occidente e d’oriente che motiva concretamente la fede. In tal senso, anzi, l’intesa con Bartolomeo, leader sensibile ai grandi temi sollevati dal papa, trova nuove conferme.

Infine il messaggio del Papa all’Europa contiene un altro aspetto di non poco conto. La richiesta implicita è quella di guardare al Mediterraneo, di considerare questo immenso confine sud del continente, come luogo essenziale della propria storia. Il che significa – nell’ottica della Santa Sede – che l’Europa non può chiudersi entro i propri confini in una logica isolazionista, ma, al contrario, che i conflitti in corso, all’origine dei flussi umani imponenti di questi primi mesi del 2016, richiedono una mobilitazione umanitaria, diplomatica e politica per fermare le guerre e gli interessi che le alimentano, per ricominciare a parlare di diritti umani, in Siria e non solo.

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