Il pacifismo ha perso la speranza: “Le manifestazioni? Non servono a niente”

Terrorismo

I giovani non riempiono più le piazze, le bandiere arcobaleno rimangono negli armadi. Cerchiamo di capire perché con i rappresentanti di Tavola della pace, Pax Christi e Assopace

“Negli ultimi anni è cresciuta la sensazione che le manifestazioni siano inutili. Sicuramente non bastano ad affrontare la fase che stiamo vivendo”. A parlare è Flavio Lotti, il coordinatore nazionale della Tavola della pace, l’associazione che – tra le altre cose – organizza ogni anno la Marcia Perugia-Assisi. La sua opinione, però, è piuttosto diffusa tra i promotori dei vari movimenti pacifisti italiani. Di fronte alla recrudescenza del terrorismo internazionale, all’inevitabile diffondersi della paura tra i cittadini, all’intensificarsi dei bombardamenti in Siria da parte dei Paesi alleati, le piazze restano vuote. La bandiera arcobaleno che sventolava negli anni scorsi è stata riposta negli armadi. I sindacati sembrano spariti. I giovani di oggi trovano modalità diverse per esprimere i loro sentimenti: spesso l’impegno si esaurisce in un tweet o mettendo la bandiera con il tricolore francese sul proprio profilo Facebook.

“C’è molta disillusione – conferma anche don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, storico movimento pacifista internazionale di matrice cattolica – il movimento di popolo non è mai riuscito a fermare la guerra. Quella della guerra è una scelta più facile, la pace invece richiede un lavoro molto più faticoso e questo può far perdere la speranza”. A prevalere sono quelli che Farshid Nourai, coordinatore nazionale di Assopace, chiama “megafoni guerrafondai”, che “utilizzano le emozioni del momento per i loro scopi”. Una condizione che porta il movimento pacifista a essere “in difficoltà in tutta Europa”. Senza contare che “in Siria la situazione è di difficile lettura e anche tra i pacifisti ci sono valutazioni differenti”.

Se prevale la paura, diventa più difficile non solo scendere in piazza, ma anche “influire sui leader dei diversi Paesi, preoccupati dalla competizione politica interna”. Don Sacco porta un esempio concreto: “Blair ha riconosciuto i propri errori sulla guerra in Iraq, ma che conto ha pagato? Nessuno, nonostante l’intervento sia stato fatto contro l’opinione pubblica mondiale. È ovvio che questo scoraggia dallo scendere in piazza”.

“La sordità della politica ha avuto un forte peso nel nostro Paese – conferma Lotti – da quarant’anni lavoro su questi temi e abbiamo dovuto fare i conti con una chiusura su tutto ciò che non proviene direttamente dai partiti. Per i politici, il ruolo della società civile deve ridursi alla semplice testimonianza, non alla proposta. Per noi non è una sconfitta, ma certamente è un grande problema”. E come effetto di ciò, anche i media danno scarso rilievo alle attività pacifiste.

Ma se scendere in piazza è diventato sostanzialmente inutile, cosa rimane da fare? “Il movimento per la pace si sta muovendo in modo più scientifico – spiega don Sacco – documentando il business delle armi e promuovendo campagne di educazione”. Se “è difficile trascinare la gente in piazza su questo – spiega Nourai – impedire il traffico di armi nell’area geografica in cui opera l’Isis è certamente la via d’uscita migliore. Ma non c’è la volontà politica necessaria”. In Italia, nello specifico, “il movimento per la pace chiede che si rispettino la Costituzione e la legge 185 del 1990, che vieta la vendita di armi a Paesi in guerra o che non rispettano i diritti umani. L’Arabia Saudita è uno di questi – ricorda don Sacco – ma non mi sembra che Renzi abbia detto nulla quando è andato in visita in quel Paese”.

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