Il nostro rock sull’orlo del disastro

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Dagli Offlaga e Brondi, dai Cani ai Ministri, i gruppi indie italiani sanno trasfigurare l’era della crisi sociale. Ce lo racconta il filosofo Alfieri dal festival “Popsophia”

«La vita migliora lentamente e sbaglia velocemente. Solo la catastrofe è chiaramente visibile», sosteneva Edward Teller, fisico ungherese padre della bomba termonucleare. La visibilità di quello che «rovescia» le sorti e le commuta in disastro, la katastrophé per l’appunto, non può essere celata se non con la negazione, artificio che, a ben vedere, ne testimonierebbe già l’esistenza stessa.

Se gli eventi della cronaca internazionale ci costringono infatti ad aprire gli occhi e ad accettare l’impossibilità di ritornare al pre-11 settembre, al tempo prima delle stragi terroristiche di matrice islamica che si consumano con modalità in costante e temibile evoluzione, e se ogni ambito della vita, dal sociale al politico passando per l’economico, evidenzia questo stato di volgimento al peggio, è innegabile che anche la cultura e soprattutto la cultura pop assorba lo stato catastrofico, lo digerisca e ne restituisca qualcosa al mondo.

A Pesaro il festival di Popsophia, in corso fino a domani alla Rocca Costanza e intitolato «Il ritorno della forza», sta tentando questa impresa, quella cioè di interpretate le nuove guerre contemporanee con gli strumenti a disposizione della cultura filosofica occidentale facendo sì che la filosofia sia lente attraverso la quale indagare le dimensioni del pop e interpretare il quotidiano.

In questa ottica, non c’è nulla di incoerente se la poetica di band musicali come Le luci della centrale elettrica, l’espressionismo del Teatro degli orrori, o la veemenza degli Zu, piombino all’interno della kermesse come veri e propri protagonisti della discussione filosofica.

Un appuntamento infatti focalizzerà l’attenzione su uno degli argomenti di consolidata tradizione cioè quello relativo al rapporto tra la musica e la società, riservando attenzione allo studio del fenomeno musicale pop per comprendere l’oggi.

La scena indie interpreta la società

Il filosofo Alessandro Alfieri (oggi 16 alle 23.30) si addentra nei meandri oscuri della filosofia della scena musicale indipendente italiana utilizzandola come specchio e, al contempo, chiave interpretativa della società. Musica dei tempi bui. Nuove band italiane dinanzi alla catastrofe, il titolo del libro di Alfieri che dà il nome all’appuntamento, è l’esame attento di quanto la musica possa essere termometro dello stato febbrile delle giovani generazioni, quelle più colpite dalla crisi economica.

«Si tratta, come sosterrebbe Theodor Adorno – spiega il filosofo – di studiare il fenomeno musicale per comprendere la società, perché in un determinato brano musicale troviamo inscritte tensioni e dinamiche che caratterizzano il mondo esterno. Oggi questo è particolarmente vero quando ci si occupa di popular music, dato che quelle tensioni sociali riguardano nello specifico i più giovani il cui futuro è stato completamente compromesso».

Il percorso per categorie filosofiche che attraversa il mondo della musica indie italiana nel costante rapporto con la crisi sociale, cerca di analizzare come «constatare la catastrofe – spiega il filosofo – sia una tendenza che sta regalando, nell’orizzonte della musica italiana, numerosi momenti di prestigio e di valore artistico, anche perché la trasfigurazione estetica della stessa catastrofe, per quanto solo constatativa, concede un pizzico di riscatto nel potenziale critico-utopico che essa comunque porta con sé».

La catastrofe di cui parla Alessandro Alfieri è quella che va dai rapporti interpersonali alle capacità immaginifiche dei sogni sino alla progettualità possibile. Dalla band capitanata da Capovilla agli Offlaga Disco Pax, da Brondi a I Cani, da Il Pan del diavolo a I Ministri, il mondo della musica indipendente viene scandagliato come il fondo di un oceano in continua espansione studiando come la produzione artistico-musicale di queste band sia sintomatica della presa di coscienza del qui e ora. «Se Il Teatro degli orrori e gli Zu esprimono la catastrofe attraverso la categoria della collera, – continua Alfieri – Le luci della centrale elettrica e I Cani optano per una “romantizzazione della catastrofe”, con la quale, trasfigurata poeticamente, si viene a patti divenendo malinconicamente affascinante.

Dal canto loro, i Pan del Diavolo, gli Offlaga Disco Pax e I Ministri rappresentano le tre modalità di matura “accettazione” della catastrofe, i primi attraverso la promozione del ritmo e perciò della dimensione corporale, i secondi nella mitizzazione di un passato che è anche promessa di rivoluzione, e i terzi nell’immersione consapevole e sofferta nel cuore della catastrofe e delle sue implicazioni nella vita quotidiana». E allora se in pezzi come Piromani o La lotta armata al bar, Vasco Brondi, alias Le Luci della Centrale Elettrica, esercita una scrittura «profondamente pasoliniana» nella quale la realtà cruda e spoetizzante, trasfigurata in narrazione diventa lirica e affascinante, di per sé già poetica, I Cani restituiscono nei loro pezzi una realtà ancora più neorealista asciugandola dal lirismo del racconto e prendendola per come è, fotografia del presente.

Questa danza lenta di assorbimento e accettazione romantica quasi sadicamente piacevole della «Cara catastrofe» si trasfigura completamente nel trittico di band prese in analisi del filosofo. La scarnificazione sonora e lessicale de Il Pan del Diavolo scava nella tradizione ancestrale e tribale musicale tra rock’n’roll e blues, e restituisce «una musica del corpo e della carne, – scrive Alfieri – perché non è unilateralmente rivolta a un determinato “senso” del corpo umano ma al corpo nella sua totalità indistinta, intesa in maniera sinestetica».

Questo «antico presente» non è, spiega Alfieri, «un tentativo fantasmagorico di ripararsi dai mali della catastrofe dell’oggi vagheggiando il felice stato di natura da rimpiangere e al quale ambire. I Pan del Diavolo si immergono nella primitività per trovare il suono adatto e la giusta enfasi che i tempi odierni pretendono ».

Gli Offlaga e la tradizione comunista

È un passato diverso quello invece cantato dagli Offlaga Disco Pax. «Non un passato assoluto e tribale, corporale, come era per Il Pan del diavolo – continua Alfieri – ma un passato dalle precise connotazioni politiche, per molti versi inquadrabile con una determinata stagione, ovvero la gloriosa storia della tradizione comunista italiana». Questa dialettica malinconica però non è fine a se stessa. Infatti quel passato al quale non si può più tornare è universo e potenziale utopico cui inspirarsi.

«Solo nel ricordo di ciò che non è stato, solo nell’evocazione di eroi mai nati – evidenzia Alfieri – può proporsi a noi il futuro ». E se il passato non può divenire motore di speranza, se il tribalismo non è casa in cui riconoscere l’origine di tutto, se il lirismo del reale pecca nel rendere più gradevole l’accettazione dello status quo, l’altra risposta possibile sta nella poetica de I Ministri.

La catastrofe del presente è il tema principale della loro produzione musicale: «Veramente vivo in tempi bui / e non è per rovinarti il pranzo / che ti dico arriva la marea / e tu la scambi per entusiasmo», così I Ministri fanno «musica della catastrofe», si rendono testimoni della quotidianità. «Comprendere la catastrofe significa assistere a essa, non solo venirne diabolicamente trasportati – puntualizza Alfieri – perché non si andrebbe oltre la mera (seppur geniale, stimolante e stilisticamente ineccepibile) constatazione del dato».

Comprendere la catastrofe significa immergersi completamente in essa, vivere nel tempo buio. Nel loro racconto non c’è posto per romanticismo, idealismo e nobilitazione del passato. Cinicamente reale e cruda, la realtà viene raccontata attraverso metafore immediate che esprimono tutto il peso del vivere quotidiano.

Lo spettacolo restituisce il reale

Ma la quotidianità oggi si esprime attraverso una dinamica di mediazione che implica una duplicazione per essere osservata dalla debita distanza. «Il filtro dello spettacolo – scrive Alfieri – ci restituisce il reale permettendoci di accettarne la prospettiva traumatica, mettendocelo a distanza e in questa maniera, paradossalmente, rendendolo fruibile».

Anche per questo la sua disquisizione all’interno di Popsophia non assumerà la forma di semplice conferenza ma si trasformerà in una performance filosofica dove i brani verranno eseguiti live per poterli esaminare. «La catastrofe attuale non è un problema che richiede soluzioni –sottolinea il filosofo – non è un interrogativo al quale qualcuno debba dare una risposta, e non è un labirinto del quale va cercata la via d’uscita.

La catastrofe attuale va solo presa in carica, accettata, affrontata diventando tutt’uno con essa; ma oltre a ciò, se da un lato la musica di questi gruppi diviene una testimonianza dei tempi che stiamo vivendo, il loro valore non si riduce totalmente a questa funzione “riflessiva”. Questa musica – scrive Alfieri – riesce a posporre, per un tempo indefinito, la nostra definitiva disfatta»

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