Il no di Renzi al governo tecnico svela il grande bluff del M5S. Ecco perché

Referendum
Alessandro Di Battista (s) e Luigi Di Maio in aula alla Camera durante le votazioni per eleggere il presidente della Repubblica, Roma, 29 gennaio 2015.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il presidente del Consiglio sgombra il campo dagli equivoci: se la riforma non passa saranno i sostenitori del No a farsi carico delle conseguenze. E per chi ritiene più importante il brand marketing che la stabilità del Paese sarà molto difficile

“Se i cittadini dicono No e vogliono un sistema che è quello decrepito che non funziona, io non posso essere quello che si mette d’accordo con gli altri partiti per fare un governo di scopo o un governicchio“. Più chiaro di così, Matteo Renzi, non poteva essere. Non sarà lui a guidare un eventuale esecutivo di transizione (sostenuto da un’ipotetica maggioranza tutta da definire) che, di fatto, si dovrebbe occupare di traghettare il Paese fino alla fine della legislatura e di varare una nuova legge elettorale.

Il premier sembra dunque sottrarre un’altra carta ai propagandisti del No, che – più o meno tutti -chiedono la sconfitta di Renzi pur reclamando la sua permanenza a palazzo Chigi. Tenendolo lì al chiaro scopo di indebolirlo progressivamente. Un piano troppo scoperto per non suscitare la reazione del presidente del Consiglio che così sfila il suo nome dai possibili premier per il dopo-4 dicembre.

Già, perché un governo andrebbe comunque fatto visto che se la riforma venisse bocciata e Renzi lasciasse Palazzo Chigi, occorre ricordare che, in caso di ritorno immediato alle urne, lo si farebbe con una legge elettorale diversa per Camera e Senato. I deputati sarebbero eletti con l’Italicum, i senatori con il cosiddetto Consultellum, un proporzionale puro senza premio di maggioranza. Uno scenario che, numeri alla mano, obbligherebbe la formazione di governo di coalizione, anche se resta da capire quali partiti sarebbero disponibili a coalizzarsi per sostenerlo. “O si cambia – ha detto Renzi – o se vogliono galleggiare ne trovano altri, si resta con i soliti. Se qualcuno vuole fare strani pasticci il giorno dopo il referendum li fa senza di me”.

Con quest’ultima mossa il segretario del Pd sgombra il campo dagli equivoci. Non si farà cuocere a fuoco lento con un governo tecnico (già solo il nome suscita nell’immaginario collettivo sentimenti pessimi) per rifare la legge elettorale, mandare avanti la normale amministrazione e preparare il terreno alla vittoria di altri nel 2018.

Tant’è che il buon Alessandro Di Battista, tra una gaffe sulla Costituzione e un interrail elettorale, ha trovato il tempo per sbottare su Facebook: “La parola di Renzi vale zero”. Una frase che ci sta sempre bene, soprattutto se detta a sproposito. E poi il solito confuso attacco indiscriminato a tutto ciò che possa far ‘incazzare’ un po’ i cittadini, che seguono sempre più attoniti questo dibattito lunare. Ma dietro le parole di Di Battista contro Mattarella e contro “l’oligarchia” che comanderebbe in Italia si nasconde il grande vuoto che il Movimento 5 Stelle si ostina a non voler riempire: la politica.

Un governo di scopo guidato da Renzi in occasione di una sconfitta al referendum, infatti, sarebbe il massimo per i grillini, che avrebbero un altro anno e mezzo per preparare la ‘caccia grossa’ a Palazzo Chigi, magari con una legge elettorale che proprio come l’Italicum, guarda un po’, garantisca il governo al partito che vince le elezioni. Nel frattempo potrebbero continuare ad attaccare “la politica degli inciuci” o le coalizioni che tengono insieme Verdini e Alfano.

Ma siccome Renzi non ha alcuna intenzione di tirare la volata a Grillo & co. ha messo le cose in chiaro. Se vince il No sarà onere dei sostenitori del No farsi carico delle conseguenze. Il Movimento 5 Stelle, più interessato alle logiche di brand marketing che alla stabilità del Paese, ha già detto che se vince il No bisogna andare subito alle elezioni. Perché i grillini arrivino a Palazzo Chigi, però, con i sistemi elettorali vigenti, ci sono solo due possibilità: o che prendano il 51% dei voti (cosa che al momento sembra piuttosto improbabile), o che decidano di allearsi con qualche altro partito per arrivare ad una maggioranza (cosa che loro continuano a escludere a priori). A meno che, e qui sta il grande bluff, l’obiettivo non sia proprio quello di mantenere lo status quo: una larga coalizione che tenga insieme centrodestra e centrosinistra da mettere sotto continuo attacco mediatico (è la cyber-propaganda, bellezza) per continuare a goderne in termini di crescita elettorale.

 

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