La Nato accoglie il Montenegro, un messaggio alla Russia

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epa03670184 Opposition leader Miodrag Lekic greets his supporters during a protest over alleged fraud in the presidential election, in central Podgorica, Montenegro, 20 April 2013. Organizers said 10,000 people took part in the protest in Podgorica, while police put the number at 5,000. The protesters called on Parliament to annul the April 7 election that saw incumbent president Filip Vujanovic defeat opposition candidate Miodrag Lekic.  EPA/BORIS PEJOVIC

Per l’ex ambasciatore Miodrag Lekic, “l’ingresso nell’Alleanza, senza che il popolo sia chiamato in causa, non va bene. Sarebbe stato meglio un referendum”

Suwalki è una città nel nordest della Polonia, non lontano dal confine con la Lituania e da quello con Kaliningrad, l’exclave russa. Il fazzoletto di terra che si sviluppa tra la Suwalki e queste due frontiere è – secondo gli strateghi della Nato – il punto più critico dello spazio atlantico. Se i russi dovessero attaccare, infatti, lo farebbero di certo da lì. E se la loro offensiva andasse a buon fine, le tre repubbliche baltiche si ritroverebbero completamente isolate. Indifendibili, dunque.

Per questo motivo la Nato, già prima del vertice di Varsavia, che si apre oggi e si chiude domani, ha proposto l’invio di quattro battaglioni multinazionali nello spazio baltico-polacco. Insomma, è chiaro: si rafforzano le difese, nella convinzione che la guerra ibrida di Putin in Ucraina e lo scippo della Crimea rendano la Polonia e le repubbliche baltiche esposte al revanscismo della Russia. Che, da parte sua, accusa la Nato di spingersi oltre la linea rossa e minacciare la sicurezza nazionale, come mai fatto dopo il crollo del Muro di Berlino. Il solito botta e risposta di questi anni scanditi dalla crisi ucraina: sempre grave, benché scomparsa un po’ dalla cronache.

A ogni modo, la proposta sul dispiegamento dei quattro battaglioni è stata approvata dai Paesi membri. Che, proprio a Varsavia, passano da 28 a 29. L’Alleanza atlantica si allarga de facto al Montenegro, pur se per rendere il passaggio de iure servirà ancora un po’ di tempo: tutti i Paesi Nato dovranno ratificare il trattato di adesione.

L’ingresso del Montenegro della Nato, a ben vedere, è una delle tante spigolature della “questione russa”. «Il Paese condivide con Mosca le tradizioni slave e ortodosse, anche se entrambi, in ultima analisi, sono Stati multietnici. Il rapporto con la Russia si struttura non solo nella storia, ma anche sulle nostre coste: ci sono tanti investimenti e turisti russi», spiega Miodrag Lekic, ieri ex ambasciatore jugoslavo a Roma, oggi tra i leader dell’opposizione al governo montenegrino, guidato da un quarto di secolo da Milo Djukanovic.

La cooptazione del Montenegro non è improvvisa, è stata negoziata a lungo. Ma è chiaro che, avvenendo in questo preciso momento e affiancandosi all’irrobustimento della linea baltico-polacca, diventa un segnale forte nei confronti del Cremlino. «La Russia considera l’ingresso nella Nato un elemento del forcing nei suoi confronti», afferma Lekic, incontrato nei giorni scorsi a Podgorica, dove la virata atlantica, come fu per il referendum per l’indipendenza dalla Serbia nel 2006, spacca la società. Per qualcuno la Nato blinda la sicurezza e la stabilità del Paese. Per altri lo rende uno strumento, se non un vassallo, di una potente e discussa organizzazione militare.

Pesa certamente, nel campo del “no”, la memoria dei bombardamenti del 1999. C’era la guerra in Kosovo. La Nato scelse il cosiddetto “intervento umanitario” e attivò una campagna aerea di 78 giorni contro la Jugoslavia. Il Montenegro ne era parte, e subì qualche attacco. Furono colpiti il porto di Bar, un aeroporto militare alle porte della capitale Podgorica e il villaggio di Murino, nel nord, ritenuto strategico per rifornire militarmente il Kosovo. Ci furono in tutto sette vittime civili. «Questo tema certamente conta. Anche qui ci sono state delle offensive, e tutti ricordano la campagna della Nato. Io allora ero a Roma, come ambasciatore. Non concordavo affatto con le politiche del governo jugoslavo in Kosovo, ma davanti a un attacco che a mio avviso non aveva fondamenta legali, decisi di continuare a rappresentare il mio Paese. Dopo la fine dei raid Nato, comunque sia, mi dimisi», ricorda Lekic.

Da qualche anno, l’ex diplomatico è tornato in Montenegro. Nel 2013 ha corso per le presidenziali, sfiorando la vittoria contro il candidato di Djukanovic. Oggi guida il partito Demos, da poco nato, che punta ad andare in doppia cifra alle elezioni di ottobre. Qual è la sua posizione sulla Nato? «Non escludo che far parte di un club così esclusivo abbia una sua importanza, per un Paese piccolo come il nostro (620mila abitanti in tutto). Ma non dobbiamo dimenticare che c’è pure un gioco politico, da parte del nostro governo. Come sappiamo Milo Djukanovic e i suoi alleati sono stati sospettati, nel corso degli anni, di corruzione e legami con alcuni gruppi molto opachi. Per loro, aprire il Paese alla Nato è anche un modo per chiudere un occhio su questo profilo. Ciò detto, ciò che io e il mio partito contestiamo è che scelte come queste, o come l’ingresso in Europa, quando verrà anche questo momento, dovrebbero coinvolgere la popolazione. Siamo dunque per la convocazione di un referendum, e crediamo che l’ingresso nella Nato, senza che il popolo sia chiamato in causa, non vada bene».

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