Il “lunedì nero” colora la Polonia di diritti per le donne. Guarda le immagini (FOTOGALLERY)

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Più di sei milioni di donne sono scese nelle piazze di 60 città per dire no alla proposta di legge contro l’aborto

Un ‘lunedì’ nero’ come il colore del lutto e della rabbia per tutte quelle donne morte di parto o per quelle violentate e costrette a non abortire. Succede anche questo in Europa, in Polonia, un paese a stragrande maggioranza cattolica che vuole vietare qualunque interruzione di gravidanza, sostituendo la già restrittiva legge in vigore, quella del 1993, con una ancora più restrittiva. La nuova legge vorrebbe inserire addirittura il carcere (5 anni) per le donne che abortiscono ma anche per i medici che li praticano.

E in tante, tantissime, sono scese in piazza per manifestare, pacificamente, il loro diritto a scegliere. Più di sei milioni di donne hanno partecipato a manifestazioni in 60 città.

Il mio corpo è mio e la scelta è solo mia“, è stato scritto su uno dei tanti striscioni portati davanti la sede del partito ultraconservatore e antieuropeista Diritto e Giustizia (Pis) del leader Jaroslaw Kaczynski e della premier Beata Szydlo.

La protesta ha fatto il giro del mondo arrivando anche a Bruxelles dove circa 200 manifestanti vestiti di nero, hanno aderito alla campagna a favore dell’aborto, organizzando picchetti davanti agli uffici dell’Unione Europea.

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Su richiesta del gruppo Socialisti e democratici, anche il parlamento europeo si occuperà della situazione delle donne in Polonia nonostante le critiche del governo polacco. La plenaria del Parlamento europeo ha infatti respinto a larga maggioranza la richiesta del gruppo dei conservatori Ecr, di cui fa parte il partito di governo polacco, di cancellare il dibattito sulla nuova legge. Ryszard Antoni Legutko, vicepresidente dell’Ecr ed esponente del Pis polacco (Diritto e Giustizia), nel presentare la richiesta aveva sostenuto che “i Trattati non permettono ingerenze negli affari interni come è il caso dell’aborto” aggiungendo che “qualsiasi ingerenza del Parlamento europeo non è legale”.

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