Il grande bla bla su Bruxelles

Terrorismo
bruxelles-attentato-aeroporto5-1000x600

Nel day after i detriti delle chiacchiere sulle stragi

Nel day after di Bruxelles si pensa alle tante cose viste e sentite e lette e si cerca di trarre qualche prima, provvisoria, sintesi. Come al solito siamo stati inondati di parole, di analisi, di ricette. Ripensandoci, non è emerso nulla di particolarmente nuovo. Ha scritto ottimamente Adriana Cerretelli sul Sole24Ore, citata oggi dal suo direttore Roberto Napoletano: risparmiateci il il ciclo sterile delle commozioni mordi e fuggi e della conseguente inazione. Invece sta andando proprio cosi. E il bla bla dei tv e giornali e siti è come un’onda che sommerge tutto e, dopo la risacca, lascia detriti – e domande – sulla sabbia.

1) La fredda Bruxelles.

Al di là della doverosa solidarietà e delle immancabili vignette e i vari #siamotuttibelgi, questa volta ha prevalso la paura sulla pietà. Non abbiamo vissuto i grandi moti dell’animo che si erano invece innalzati ai tempi di Charlie Hebdo e ancor di più il 13 novembre per la terribile notte parigina. Non è che siamo diventati cattivi: è che forse ci stiamo assuefacendo. Una strage al mese, ormai, è quasi routine. Se accade in Costa d’Avorio tutto sommato che ci frega, se accade a Bruxelles abbiamo il terrore, certo: ma il cuore non si scalda. Perché l’aeroporto di Bruxelles non è il Bataclan, i palazzoni della politica europea non sono i tranquilli bistrot dietro la Bastiglia. Bruxelles è un non-luogo laddove Parigi è la città felice. Non ci commuoviamo, abbiamo solo paura.

2) L’inettitudine.

Non neghiamo che ce l’abbiamo un po’ tutti, istintivamente, con la polizia e l’intelligence belga. Possibile che in una città non enorme, blindatissima da mesi, sia possibile ammazzare più di 30 persone? Possibile che a 24 ore dai fatti ci sia ancora un assassino in libertà? Possibile che questi dell’Isis siano così scaltri da non farsi beccare prima di saltare in aria? Su questo, ha ragione Antonio Padellaro, sul Fatto di oggi (sempre il meno peggio del suo giornale). Fra parentesi: non abbiamo capito – non siamo esperti – se l’Isis oggi sia più forte di quattro mesi fa, come argomenta il direttore della Stampa Maurizio Molinari, o più debole, come spiegava stamane a Omnibus il professor Alessandro Orsini.

3) La parola magica.

E’ “intelligence”. Non troverete un uomo politico che non tiri fuori l’asso nella manica: serve più intelligence. Un asso che con tutta evidenza sta nella manica anche del primo che passa per strada. Chi può non essere d’accordo? Il punto è come fare. Questo non l’ha capito nessuno, nemmeno quelli che fanno un (giustissimo) passo avanti suggerendo “un’intelligence europea”, che diventa ancora più efficace se declinata come “FBI europea” (Enrico Letta). Soprattutto non si è capito – lo fa notare Arturo Parisi- se si stia parlando di rafforzare il coordinamento fra le intelligence nazionali o di creare (come? Con quali tempi? Sotto la direzione di chi?) uno strumento europeo nuovo. Bernardo Valli, al solito, ha scritto bene di “un qualcosa di simile a una gelosia sciovinista che non favorisce la lotta al terrorismo”. E dunque?

4) La guerra.

Non ancora del tutto  “politically correct”, la parola “guerra” di dritto o di rovescio è ormai entrata nel dibattito sulla lotta allo jihadismo. “La guerra a Bruxelles”, titola oggi l’Unità, scrivendo la parola finora appannaggio dei destrorsi italiani, con l’eccezione di alcuni analisti come Lucia Annunziata, che ha scritto un bel pezzo su Huffington Post. Poi c’è chi come Adriano Sofri, dette tutte le cose che vanno dette in questi casi, un pochino pensa che in fondo la colpa è nostra, degli europei.

5) Gli sciacalli.

A destra non ci sono solo i guerrafondai “normali” per quella parte politica. Ci sono anche soprattutto quelli già inseriti nella politologia italica alla voce “sciacalli”. Salvini, Gasparri. Gente che vuole “ripulire le nostre città”, andare casa per casa nelle cento Molenbeek europee, avendo forse come modelli i rastrellamenti del ghetti di Roma o di Varsavia. Si è notata anche la Giorgina Meloni, che ha vergognosamente irriso le lacrime di Federica Mogherini, una leader politica che si sarebbe dimostrata “debole” (dimissioni! dimissioni!) e che invece con quel pianto ha detto più di mille discorsi retorici, inutili.

6) Europa.

Dicono tutti che l’Europa non c’è. Eppure gli jihadisti non hanno colpito il Belgio, hanno colpito la capitale dell’Europa. Dunque, mettiamoci d’accordo. Forse la verità è che siamo nella situazione peggiore: l’Europa c’è e al tempo stesso non c’è. C’è come bilanci, deficit/pil, regole, vincoli, raccomandazioni, procedure d’infrazione, burocrazie eccetera eccetera. Alcune di queste cose sono utilissime, altre meno. Ma in pratica siamo in mezzo al guado. Con conseguente crollo di forza della governance politica. Chi decide? Juncker? Non scherziamo. Però è arrivato il momento di scegliere, se andare avanti o tornare indietro, agli stati nazionali.

7) Italia.

Abbiamo paura, in Italia, l’abbiamo già detto. Siamo fra i pochi paesi europei grazie a Dio finora immuni dagli attacchi dei terroristi islamici. Forse è merito della nostra intelligence, del nostro governo, forse è fortuna, forse tutte e tre le cose insieme. Il Paese non reagisce, però. Questa è la nostra impressione, speriamo sbagliata. Si spera che passi ‘a nuttata, e che da noi non succeda niente e ci dispiace per gli altri. Reazione umana, molto italiana. Certo, tocca soprattutto alla classe politica prendere sulle proprie spalle l’onere delle decisioni e chiamare il Paese a unirsi. Come contro il terrorismo, ha detto Renzi. Temiamo che stavolta sia molto ma molto più dura, però.

Vedi anche

Altri articoli