“Il gioco del calcio è politica sociale”

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Massimo Testa, presidente del Tor di Quinto, racconta la sua scuola voluta nel dopoguerra da Togliatti e attenta ai baby-calciatori che non hanno possibilità economiche

Lo Sport nel Welfare? Palmiro Togliatti lo aveva già intuito settant’anni fa. Non a caso mentre cominciava a mettere a punto, insieme agli altri padri fondatori, la Costituzione della Repubblica italiana e dava forma al «partito nuovo», trovò il modo di promuovere nelle allora borgate romane del dopoguerra, una scuola calcio. Si chiamava «Rinascita Tor di Quinto», con un voluto riferimento al settimanale del Pci. E quello fu il modo per veicolare quell’iniziativa tra i cittadini. Massimo Testa, figlio del fondatore Vittorio Testa – con un passato calcistico nella Lazio di Silvio Piola – ricorda questo aspetto più volte raccontatogli dal suo papà e ne è orgoglioso, tant’è che a suo modo con le condizioni cambiate oggi (Tor di Quinto non è una borgata, è il diciottesimo quartiere di Roma) cerca di mantenere intatta la filosofia adottata dal papà e dal Migliore. Una scuola calcio di sinistra, dove i ragazzi e i bambini sono oggi come allora la speranza per il futuro. Dunque, non si chiude mai il cancello del campo di calcio a un baby calciatore che ha passione e stoffa ma non ha possibilità economiche. Il presidente Testa (socio unico della società) trova sempre il modo per farlo giocare e crescere. Il suo «sguardo» resta attento sul sociale. Anche oggi che la società si è ingrandita, ha cambiato più volte «casa», ed è un centro sportivo super titolato: cinque volte Campione d’Italia Juniores dal 1990/91 al 2009/10. E un trionfo di titoli a livello regionale e per numero di scudetti vinti.

La storia di Bamba, migrante di 16 anni scappato dal Mali, ne è una testimonianza. Il ragazzino era fuggito dal suo paese per via della guerra e arrivò in Italia senza i genitori e nessun parente. Un minore non accompagnato per la legge sull’immigrazione. Bamba aveva un grande desiderio che ripeteva a chiunque incontrava sui suoi passi: giocare a pallone, diventare un calciatore. E Carlo Massi, allenatore del Tor di Quinto e volontario anche presso una casa famiglia a Grottarossa, nell’Agro romano, cercò di soddisfare il suo sogno. «Era il 2010 – racconta Massimo Testa -. Bamba arrivò da me e si precipitò in campo. Lo allenammo e lo facemmo giocare, ma non era un granché. Nello stesso tempo mi sono preoccupato per lui: gli ho fatto avere i documenti di identità e una residenza. Sì, ha vissuto in un alloggio del Tor di Quinto per quattro anni. Si è iscritto ai corsi professionali della Regione Lazio e ha imparato un mestiere. Ora fa il fabbro a Perugia. Fino a quando Bamba non ha trovato la sua strada gli siamo stati accanto. Oggi, ogni tanto chiama, è sereno. Sono molto felice per lui».

Rinascita Tor di Quinto si allenava e giocava al campo «Lipartiti», dentro il quartiere della borgata romana. Poi in quella zona, in occasione delle Olimpiadi di Roma, si decise di costruire la Tangenziale. E la scuola calcio lasciò il centro del quartiere cambiando sede più volte prime di quella attuale di via del Baiardo, un gigantesco apprezzamento di terreno abbandonato e adibito a discarica abusiva, a pochi chilometri da Ponte Milvio, che i Testa decisero di acquisire. Nel campo di «Lipartiti» si giocava gratis. «La scuola calcio fu fondata su consiglio del Pci con uno scopo: lo stare insieme», sottolinea Massimo Testa. Erano gli anni dell’immediato dopoguerra e nelle borgate non c’erano le palestre o circoli ricreativi di oggi. I bambini e i ragazzini per lo più giocavano a palla o a campana negli androni dei palazzi o sui marciapiedi. L’unica attività motoria esistente era il pugilato. Rinascita Tor di Quinto decollò in fretta. Ed era tutto gratis. «Poi però fummo costretti a mettere la retta. Il calcio si stava sempre di più organizzando a livello nazionale e stava diventando uno sport di massa. E i costi non erano certo indifferenti. Ma non è mai stato un mistero che la nostra scuola calcio ha sempre conciliato le esigenze del mercato con il sociale – racconta Testa -. Chi allora e anche oggi frequenta il Tor di Quinto conosce la nostra storia e l’appartenza politica. Per noi è un vanto, un privilegio. Ma il punto non fu questo. Cominciò a circolare in giro la voce che selezionavamo i ragazzini appassionati di pallone. E ai dirigenti del calcio nazionale arrivò persino all’orecchio che qui si sceglievano i baby-giocatori: dentro i ragazzini agili e snelli, fuori invece i più cicciottelli. Dal 2008 in poi fummo quindi costretti a prendere chiunque voleva iscriversi per imparare fare il calciatore. Attualmente la scuola calcio la pagano solo i pulcini, cioè i bambini dai 5 ai 10 anni di età. Le famiglie spendono circa 380 euro l’anno di retta e sono obbligati a comperare anche il kit del calciatore. Tutti gli altri iscritti: juniores, allievi e giovanissimi sono esentati». E se capitasse un bambino che ha passione e determinazione per il gioco del pallone ma i suoi genitori non si possono permettere di sostenere anche il costo della scuola di pallone, che succede? Sorride Massimo Testa. «E’ accaduto allora con Sforzini, diventato un giocatore importante, e capita anche adesso. La nostra linea nonostante la retta obbligatoria non è cambiata. Non abbino il bravo giocatore con il non pagare. Cerco sempre di conciliare le esigenze del mercato con il sociale. La nostra scuola, e ci tengo a sottolinearlo – continua il presidente Testa – si distingue per mancanza di raccomandati. Non ammetto deroghe su questo e così i ricconi nemmeno ci provano». E a riprova di quanto detto racconta la telefonata nel settembre scorso che gli ha fatto Sinisa Mihajlović, l’allenatore del Milan: «Mi chiamò per dirmi che suo figlio Miroslav voleva venire al Tor di Quinto. Mi disse soltanto, “Gli puoi dare un’occhiata?”. Senza impormi raccomandaziuoni, sia chiaro. Non a caso allena il Milan senza tanti compromessi». Il Tor di Quinto è il regno del calcio. Di commerciale non c’è niente. «Non abbiamo ceduto al fitness, pur avendo lo spazio per poterci organizzare. Non abbiamo voluto neppure le piscine o altri giochi di grido del momento. Da noi si gioca solo a calcio e calcetto. E i soldi che incassiamo con la scuola agonistica li reinvestiamo in prestazioni. Abbiamo 400 atleti, di cui 140 paganti e 260 che giocano gratis. 28 preparatori e allenatori, 30 dirigenti e accompagnatori. Non abbiamo mai preso contributi pubblici, piuttosto abbiamo venduti i giocatori ai big del calcio». E la lista è lunga: le foto di Materazzi, Sforzini, Pancirolli, Severa, Santo Nocito, Ciavarro fanno bella mostra nello studio di Massimo Testa accanto alla bandiera rossa del Pci e le fotografie che lo ritraggono in posa con Che Guevara, Fidel Castro, Enrico Berlinguer, Achille Occhetto, Walter Veltroni.

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