Il gesto dell’atleta etiope: le Olimpiadi palco delle lotte per i diritti umani

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epa05504930 Feyisa Lilesa of Ethiopia reacts while crossing the finish line to take the second place in the men's Marathon race of the Rio 2016 Olympic Games Athletics, Track and Field events at the Sambodromo in Rio de Janeiro, Brazil, 21 August 2016.  EPA/FRANCK ROBICHON

Lilesa appartiene alla tribù degli Oromo, vittima di violenze da parte del governo di Addis Abeba: per il suo gesto rischia il carcere o la morte nel suo Paese

L’atleta Feyisa Lilesa – che ha conquistato ieri l’argento alla maratona – è etiope, ma appartiene alla tribù degli Oromo. Un popolo che sta vedendo le sue terre espropriate dal governo. Anche Amnesty International, nei giorni scorsi, ha denunciato le violenze subite dalla popolazione che vive nelle regioni del Paese a maggioranza Oromo e Amhara. Solo qualche giorno fa, infatti, almeno 97 persone sono state uccise e altre centinaia sono state ferite dalle forze di sicurezza etiopi che hanno aperto il fuoco su manifestanti pacifici che chiedevano riforme politiche, giustizia e stato di diritto nelle due regioni più popolose del Paese, ha sottolineato Amnesty.

Al termine della gara, tagliando il traguardo, l’atleta etiope sceglie di compiere un gesto coraggioso: incrociare le braccia sopra la testa, simboleggiando le manette in segno di protesta contro la politica repressiva attuata dal governo del suo Paese.

Il governo etiope sta uccidendo il popolo Oromo ed espropriando la sua terra e le sue risorse – ha dichiarato Lilesa – Io sono della stessa tribù, il governo sta uccidendo il mio popolo e per questo sostengo questa protesta ovunque. I miei parenti sono in prigione e se parlano di diritti democratici vengono uccisi. Ho alzato le mani per sostenere la protesta del popolo Oromo”.

Secondo i numeri diffusi da Amensty International, gli Oromo rappresentano circa il 34% della popolazione, gli Amhara il 27%; i primi sono stati protagonisti di violente manifestazioni tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 contro il piano del governo di inglobare terre agricole della propria comunità in una macroregione della capitale Addis Abeba. Il piano è poi stato ritirato il 12 gennaio scorso, proprio a fronte delle proteste. Tuttavia, secondo Human Rights Watch, tra novembre e maggio centinaia di persone sono morte e decine di migliaia sono state arrestate. La risposta delle forze di sicurezza etiopi non sorprende: “Le forze di sicurezza etiopi – ha detto il direttore regionale di Amnesty, Michelle Kagari  hanno sistematicamente fatto ricorso a un uso eccessivo della forza nei loro errati tentativi di mettere a tacere le voci di dissenso”.

Un gesto, quello di ieri, che potrebbe costare molto caro al maratoneta: “Se torno in Etiopia forse mi uccideranno. E se non lo faranno, mi metteranno in prigione. Non ho ancora deciso se tornare, ma forse mi trasferirò in un altro Paese”.

Non solo. Lilesa rischia anche una sanzione dal Comitato olimpico internazionale: il Cio, infatti, vieta le manifestazioni politiche da parte degli atleti. Ma Lilesa non poteva far finta di nulla: “Era quello che sentivo di fare. C’è un grave problema nel mio Paese e fare proteste in Etiopia è molto pericoloso”.

Ma la storia delle Olimpiadi ci racconta di tanti atleti ribelli che scegliendo il boicottaggio della manifestazione o il gesto simbolico hanno voluto lanciare un messaggio all’opinione pubblica per fare luce su vicende che altrimenti resterebbero nell’ombra. Dal coreano Sohn Kee-chung che alle Olimpiadi di Berlino del 1936 vinse rappresentando però il Giappone, che all’epoca aveva annesso il suo Paese. Sul podio durante l’inno tenne per tutto il tempo la testa bassa e poi, durante dichiarazioni e interviste, sottolineò più volte la sua nazionalità. La sua storia, però, venne riportata interamente dal Cio solo cinque anni fa.

Il gesto più eclatante resta quello di Tommy Smith e John Carlos, oro e bronzo nei 200 metri piani alle Olimpiadi di Città del Messico ’68. I due uomini di colore salirono sul podio scalzi e durante l’inno nazionale chinarono il capo e alzarono il pugno coperto da un guanto nero, per manifestare per i diritti della popolazione afroamericana.

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