Il Gabbiano metateatrale di Ostermeier: minimalista ma intenso

Teatro
LA MOUETTE
Mise en scène: Thomas Ostermeier
Traduction et adaptation: Olivier Cadiot,
Thomas Ostermeier
Musique: Nils Ostendorf
Scénographie: Jan Pappelbaum
Dramaturgie: Peter Kleinert
Costumes: Nina Wetzel
Lumière: Marie-Christine Soma
Peinture: Katharina Ziemke
Assistanat mise en scène: Elisa Leroy, Christèle Ortu
Construction du décor: Atelier du Théâtre de Vidy

Avec:
Bénédicte Cerutti
Valérie Dréville
Cédric Eeckhout
Jean-Pierre Gos
François Loriquet
Sébastien Pouderoux
de la Comédie-Française
Mélodie Richard
Matthieu Sampeur
Et Marine Dillard (peinture)

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A parte un prologo di cui non avvertivamo la necessità, i quattro atti del dramma sono chiari e ben identificati, senza distorsioni drammaturgiche

Un Gabbiano che si annuncia subito molto molto metateatro quello diretto da Thomas Ostermeier con gli attori del Theatre de Vidy di Losanna (spettacolo in francese con sopratitoli) in coproduzione con lo Stabile di Torino, dove ha debuttato in prima nazionale alle Fonderie Limone di Torino mercoledì e sarà in scena fino a domani, 16 aprile.

Il riferimento alla Siria per dire del parallelismo tra la crisi socio-politica della Russia ai tempi di Cechov e la nostra Europa allargata, appare in verità un po’ forzato e didascalico e le considerazioni sui luoghi comuni di certo teatro – scene bianche, microfoni, nudi o nuovi nudi rimpiazzati da slip – non sono più una novità per nessuno, anche se strappa l’applauso la battuta sugli spettacoli che nessuno vuole vedere, rifilati alle scolaresche, che ucciderebbero generazioni di futuri spettatori.

Ma dopo questo prologo di cui non avvertivamo la necessità, Ostermeier è arrivato lo stesso. Ed è arrivato con il suo scandagliato lavoro di relazioni, soprattutto di coppia,  che vibrano nella rete di desideri non corrisposti, di pulsioni castigate, di rassegnazione e frustrazioni che muovono questo dramma cechoviano innestato in una scena scarna, allestita dagli attori  stessi con i pochi oggetti disposti a lato del palcoscenico.

Due tavoli, qualche sgabello, una branda, un grande telo da stendere a terra per un dejuner sur le lac con due povere sdraio e niente più. A parte un animale sacrificato con tanto di sangue, capro espiatorio issato in centro alla scena, un fondale in fieri sui toni del nero disegnato a vista che ha ricordato la formula già presente in Un nemico del popolo, e naturalmente il gabbiano ucciso da Konstantin offerto a Nina come un trofeo e fotografato da Boris in una scena che racconta la sua sostanziale pochezza di uomo: il cellulare che lentamente scivola dall’animale a Nina per finire in un untuoso selfie di coppia. Un momento questo  in cui la relazione si concentra sugli sguardi, i silenzi, i piccoli gesti carichi di senso.

Come quella tra Irina e il figlio Konsta, tutta nel segno di un’intimità quasi edipica che sfocia in una lite piena di insulti e livore represso.

A dispetto delle distrazioni iniziali i quattro atti del dramma sono chiari e ben identificati, senza distorsioni drammaturgiche, tagli, riassemblaggi di sorta. La verità è nei rapporti restituiti con un minimalismo non senza intensità, lontano dalla chiacchiera e attento ai climax che arrivano nitidi nonostante la lingua.

Tra tutti emerge la Nina di Mélodie Richard, notoriamente uno dei più difficili ruoli cechoviani, a cui l’attrice dona una bella fragilità fatta di tentennamenti, timidezza, voce screziata.

 

Foto di Arno-Declair

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