Il “fattore” dei talent nell’Italia senza discografici

Musica
giosada

Da quando le multinazionali hanno delegato al loro ruolo, sono i programmi tv a trasformarsi in “music factory” con giovani “progettati” per piacere ed entrare nel mercato

Alla fine, dentro la macchina electro-pop perfettamente congegnata dall’eclettico e brillantissimo direttore artistico, Luca Tomassini, per la finale di X Factor, ha vinto l’umana fatica di un ragazzo positivo (e decisamente sgobbone) che, nella sua personale e determinata rincorsa del successo, si era paragonato, con disarmante sincerità, ad un affamato. E con lui ha primeggiato, tra gli inediti, una canzone romantica (e l’unica in italiano dei tre), Il rimpianto di te. Pezzo dalle sonorità aggiornate quel tanto necessario a renderlo immediatamente familiare come certe timbriche degli U2 o dei Coldplay, questi ultimi ospiti della serata.

Ma nello stesso tempo ancorato a quel tocco di drammaturgia che impregna sempre, fino in fondo, una bella, vera canzone italiana. Giovanni Sada, in arte Giosada, pugliese ventiseienne, pronto a stare sulla scena (anche come cantante di ben due band, prima di X Factor) ma anche abituato a sudare come roadie nel backstage di star affermate, impegnato a montare e smontare apparecchiature da concerto. Un’immagine da “american dream”, evocata e sottolineata con insistenza da uno dei quattro giudici, Mika; quasi che quella fatica e quel sudore siano un valore aggiunto. Forse proprio quello che lo ha sospinto verso il trionfo, verso la vittoria che ha lasciato il secondo posto agli Urban Strangers favoriti alla vigilia, due ventenni di Somma Vesuviana capaci e brillanti (i Simon & Garfunkel in sedicesimo, secondo la Rete) ed il terzo posto a Davide “Shorty” Sciortino, un altro ventiseienne, laureato in musica contemporanea all’Institute Of Contemporary Music Performance di Londra, dove peraltro vive. Già, i tre finalisti hanno sicuramente talento. E nel corso accelerato che hanno fatto per realizzare un prodotto commestibile per la televisione, hanno sviluppato e affinato anche delle buone tecnicalità.

Perché ormai X Factor, nell’asfittico e un po’ miserabile panorama che offre altrimenti da decenni l’industria musicale italiana (soprattutto dopo la fine dello storico “cenacolo” rappresentato dalla Rca e dal suo talent scouting) è diventato la Music Factory per eccellenza, il luogo al quale i discografici hanno quasi totalmente delegato (tranne qualche etichetta indipendente) quello dovrebbe essere il loro ruolo, ovvero scoprire, formare, produrre e sfornare talenti per il mercato. Dagli anni 80 in poi, le multinazionali hanno ridotto investimenti e presenza e praticamente quasi smesso di rischiare e investire davvero in giovani di belle speranze. E a colmare il vuoto sono arrivati i talent show. E i ragazzi di X Factor sono tutti ben “progettati”, molto ben prodotti dalla perfetta costruzione dello spettacolo, che è sempre compattamente concentrato sulla musica anche nei momenti in cui sembra voler scivolare di più sull’intrattenimento da varietà generalista, ispirato a Sky dalla messa in onda in chiaro su Cielo e – ancor più – dall’ottavo e prezioso tasto del telecomando riservato a MTV.

Perché poi, su questo show ormai rodato e vincente (alla sua nona edizione), inzeppato all’inverosimile di lunghissimi break pubblicitari, Sky gioca per cercare di tenere il piede in due staffe: da un lato quella della tv satellitare e tematica che è nella sua natura (ma che Netflix ha già’ cominciato ad insidiare minacciosamente) e dall’altro la spinta a riposizionarsi in futuro nel territorio aperto della tv generalista e terrestre dove di frequente e periodicamente rimbalza la voce che sia pronta ad acquistare una sofferente Mediaset. Ma, tentazioni della famiglia Murdoch a parte, X Factor è uno show televisivo consapevole che la sua forza sia nel trovare e lanciare talenti musicali e, fortunatamente, la scelta di avere tutti musicisti anche sul banco dei giudici, lo mantiene nei binari stretti delTeresa De Santis la sua specializzazione. Gli unici punti di fuga sono tutti dentro lo spirito istrionico dei giudici stessi, che hanno poi il compito di animare lo spettacolo sia con i loro pezzi e le loro band (Skin, coi suoi Skunk Anansie, Elio, Mika, Fedez), sia con le trovate al limite della gigioneria di Elio e compagni. Ma il cuoreè tutto dentro la bellezza e il piacere del suono. Lo ritrovi in quell’abilità vocale con la quale il giovane Shorty ricama il suo dichiarato “stile Motown” con tutta l’anima, tutto il soul che il ragazzo dall’imponente chioma riesce a stemperare dentro un finale in rap. Ha studiato e si vede, ha tecnica e classe, sa dove andare a pescare, forse persino tra le pieghe di Marvin Gaye.

E così come è difficile non finire agganciati alla così ben orchestrata canzone di Giosada, e altrettanto difficile non riconoscere che quei due ragazzini campani chiamati Urban Strangers sanno stare al mondo, con quelle loro belle armonie vocali, in perfetto equilibrio con un arrangiamento un po’ minimal ma giusto per ballare. Certo, tutto è già stato sentito e ogni pezzo, degli stessi inediti, ha il sapore antico della citazione. Ma di questo, tutto sommato, si nutre la nobile arte pop, che è poi la sostanza perfetta e un po’ ruffiana del programma decisamente più glamour delle ultime stagioni televisive italiane.

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