Il dramma dei migranti diventa musica: due profughi lo trasformano in rap

Immigrazione

Si chiamano Balde Bassi e Culibaly Makamba e vengono dal Senegal e dal Mali: insieme hanno realizzato un video rap che descrive la disperazione di tante persone

Quante volte abbiamo sentito i racconti dei profughi che sono riusciti ad arrivare vivi sulle nostre coste. Due profughi arrivati dal Senegal e dal Mali hanno deciso di rappare la loro storia e quella di tutte quelle persone che hanno affrontato un viaggio come il loro.

I due artisti, Balde Bassi Culibaly Makamba, sono ospiti del centro di accoglienza a Firenze gestito dalla cooperativa Il Cenacolo, dove svolgono corsi di lingua italiana e corsi di formazione professionale. I due ragazzi hanno deciso di unire la loro creatività e la loro esperienza per narrare attraverso la musica la povertà, le difficoltà di vivere nel loro Paese, ma anche di lasciarlo e di lasciare lì le loro famiglie. E ancora il viaggio, la violenza dei trafficanti di uomini. Insieme hanno trovato un modo per esorcizzare le paure attraversate e i drammi vissuti sulla propria pelle. “Un viaggio – spiegano Balde e Culibaly – che si può affrontare solo grazie al coraggio dato dal ricordo e dalle promesse fatte a chi si è lasciato a casa”.

Balde già scriveva poesie e testi per canzoni rap in Senegal, da quando è in Italia ha deciso anche di iniziare ad interpretare ciò che scriveva. “Attraverso le canzoni – racconta insieme a Culibaly – riusciamo a dire cose che altrimenti non riusciremmo ad esprimere. Possiamo condividere la storia di un viaggio difficile che resterà per sempre scolpito nella nostra memoria, siamo stati picchiati come asini nel deserto, arrestati in Libia, costretti ad osservare i corpi di nostri amici meno fortunati galleggiare nel mare. Nonostante tutto questo, attraverso le canzoni anche la rabbia può diventare ‘gentile’, accogliente e la gente è più disposta ad ascoltarci e forse a capirci”.

“Cerchiamo – ha spiegato il presidente della cooperativa Il Cenacolo Matteo Conti – di far esprimere a questi nostri ragazzi e ragazze tutta la loro creatività, è un modo terapeutico per superare le paure e spesso può trasformarsi anche in attività ricreativa e talvolta professionale”.

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