Il divieto del burkini è un abbaglio estivo: ecco perché

Diritti
A young Turkish woman cools off while wearing a burkini at an open-air bath in Berlin, Germany, 20 August 2012.  ANSA/STEPHANIE PILICK

Già dalla definizione si capisce che il dibattito che sta infiammando la politica è sbagliato a livello logico, etico, religioso e politico

Secondo Garzanti, il burkini è un “costume da bagno femminile realizzato in particolare per le donne musulmane, composto da pantaloni alla caviglia, tunica e cappuccio che copre testa e spalle”. Deve il suo nome alla combinazione tra le parole burka e bikini. In queste ore questo costume da bagno sta facendo discutere tutta Europa.

A sollevare il pentolone è stata la decisione di alcuni sindaci francesi gollisti (tra cui quello di Cannes) di vietare alle donne musulmane di indossare il burkini in spiaggia. La motivazione? “Il costume integrale mostra in maniera evidente un’adesione a dei movimenti estremisti che ci fanno la guerra”. Poche ore fa è arrivato l’appoggio esplicito del primo ministro francese Manuel Valls, socialista: “E’ incompatibile con i nostri valori. Le spiagge, come ogni spazio pubblico, devono essere difese dalle rivendicazioni religiose. Il burkini non è un nuovo tipo di costume da bagno o una moda. E’ la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondato notoriamente sulla sottomissione della donna”.

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A sinistra il burka, a destra il bikini, in mezzo il burkini. Non propriamente una via di mezzo tra i due

E mentre in Francia cominciano a fioccare le prime multe, in Italia la polemica politica esplode dopo le parole del ministro dell’Interno Angelino Alfano, secondo il quale il divieto è “una provocazione, potenzialmente in grado di attirare attentati”. Apriti cielo: in men che non si dica parte il fuoco di fila da parte degli esponenti leghisti, guidato ovviamente da Matteo Salvini, contro il capo del Viminale. “La vera provocazione è che Alfano sia ministro dell’Interno”, sbotta il leader del Carroccio. “Non vietare il burkini significa piegarsi ai fondamentalisti islamici, umiliare le donne e svendere la nostra cultura”, gli fa eco il capogruppo leghista alla Camera Massimiliano Fedriga.

Ora, al di là del fatto che sarebbe fin troppo facile rinfacciare a tutta la grande famiglia leghista che, dopo quel che ha combinato Salvini con il vergognoso paragone tra Laura Boldrini e una bambola gonfiabile, loro sono gli ultimi che possono parlare di rispetto delle donne, il dubbio che qui vogliamo sollevare è che i sindaci francesi, Valls e gli stessi politici italiani che stanno affrontando la questione come una crociata, stiano prendendo un grandissimo abbaglio estivo.

In primo luogo per un motivo di tipo logico: il burkini non è una via di mezzo tra un burka e un bikini. E’ una via di mezzo tra un hijab (l’abito utilizzato dalle donne musulmane che lascia il volto scoperto) e un costume intero, che copre il capo, le spalle e le gambe, lasciando, appunto, il volto ben in vista. Non è quindi un burka da bagno e pertanto non ha nessun senso che venga vietato. Ricordiamo, per chi non lo sapesse, che gli unici due paesi europei che vietano l’uso del burka e del niqab (i due abiti che coprono il volto della donna) sono la Francia, dal 2010, e il Belgio, dal 2011. Paesi in cui, al contrario, indossare l’hijab è assolutamente consentito. Se la discriminante (sulla quale siamo d’accordo), è che non vi sia il volto coperto, che senso ha quindi consentire l’uso dell’hijab e vietarne l’applicazione da spiaggia?

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A sinistra l’hijab, a destra il burka, in mezzo il niqab

Altro discorso è quello delle rivendicazioni religiose. Quando Valls dice che il burkini è contrario ai valori francesi, precisamente, a cosa si riferisce? Sarà capitato a tanti di passeggiare per le vie di Parigi o di qualsiasi altra città francese. Ebbene, non sarà sfuggito anche all’osservatore meno attento che vi sono centinaia, migliaia di donne, giovani e meno giovani, che passeggiano con l‘hijab (non con il burka o con il niqab). Perché nessuno vieta a queste donne di passeggiare per le strade delle città francesi (come in quelle di tutta Europa)? Perché, giustamente, nessun leader europeo con un minimo di sale in zucca si sognerebbe di sostenere che quelle donne sono “contrarie alla nostra cultura”. In Francia ci sono più o meno 5 milioni di musulmani (in Italia quasi 2 milioni): mettersi contro questa massa enorme di persone che sono nate, vivono, risiedono, lavorano e pagano le tasse nei nostri paesi come sarebbe un autogol clamoroso nella lotta contro il terrorismo, che è una battaglia prevalentemente culturale.

Sia Valls in Francia che l’orda leghista a casa nostra fanno riferimento al rispetto della donna e alla sua odiosa sottomissione insita nella religione musulmana. Quello che proviamo a fare qui non è assolutamente difendere quel tipo di atteggiamento distorsivo di parte dell’islam che effettivamente prevede l’insopportabile trattamento della donna come cittadino di serie B. Quel che vogliamo dire è che identificare questa sottomissione con il burkini è infantile, inutile e controproducente. Il burkini non è un simbolo di sottomissione, è spesso una moda (eh sì, una moda), che sta spopolando tra le giovani musulmane che sono molto meno sottomesse di quel che si vuol far credere. Anzi, l’uso del burkini è il più delle volte una scelta consapevole (se vogliamo anche aggressiva, forse è di questo che dovremmo discutere) di una generazione di donne francesi che purtroppo tende sempre di più ad identificarsi con la propria religione prima ancora che con il proprio paese.

Infine, dal punto di vista politico, il divieto è un errore per due motivi. Il primo è fin troppo evidente: un paese (un continente) che fa della libertà di culto un valore, anzi un vanto, un elemento costitutivo della propria cultura, non può porre un divieto legato a questioni religiose, è l’esatto opposto dei concetti di laicità e di stato di diritto ai quali siamo giustamente così tanto legati. Il secondo è legato all’opportunità politica, in un momento delicato come questo, di porre un divieto così smaccatamente rivolto alle comunità islamiche che sono parte integrante della popolazione occidentale. Il rischio di fornire nuovi argomenti alla brutale propaganda fondamentalista, regalando così nuovi simpatizzanti agli estremisti è concreto. In questo momento le società occidentali devono scegliere: o chiudersi in se stesse (e in questo caso, per favore, risparmiateci gli appelli all’islam moderato) o rivendicare con ancora più orgoglio quello che sono, quello che siamo: società aperte, libere, tolleranti, che fanno piazza pulita di tutti gli estremismi, da quelli religiosi a quelli politici.

Per tutte queste ragioni crediamo che non solo il divieto del cosiddetto burkini, ma anche il dibattito stesso che questo divieto sta generando, denotano una totale incomprensione di quello che sta succedendo nelle nostre società e nelle nostre vite.

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