Il discorso di fine anno del Presidente. Da Einaudi a Mattarella, 60 anni nelle nostre case

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Il tradizionale messaggio ogni anno riunisce gli italiani davanti alla tv. Tredici milioni per quello di Napolitano

Fa parte della tradizione italiana, è un momento che raduna milioni di persone attorno a una tv, un evento di comunicazione politica di rilevante importanza. Il discorso di fine anno del Presidente della nostra Repubblica è tutto questo, ma non solo. Nonostante i cambiamenti storici, le metamorfosi dei linguaggi di comunicazione e la diversa percezione della politica, il messaggio del capo dello Stato continua ad assumere ogni anno un fascino sorprendente. L’anno scorso sono stati quasi 13 milioni gli spettatori complessivi del discorso di Giorgio Napolitano. Era il suo ultimo da Presidente, certo, ma lo share televisivo, da Luigi Einaudi in poi, è sempre stato alto per tutti.

Non basta l’era del web, i grillini scatenati su Twitter che chiedono alla rete di ascoltare soltanto il contro-messaggio di Beppe Grillo, il boicottaggio fatto due anni fa da Lega e Forza Italia. L’Italia ha ancora bisogno dell’augurio del presidente della Repubblica, di quel messaggio grazie al quale ci si sente tutt’oggi parte di una stessa comunità. È come se fosse un mezzo tramite cui diventa possibile guardare negli occhi tutti gli altri italiani, nessuno escluso.

Dal 1954 è sempre stato trasmesso in diretta televisiva con il medesimo format. Si apre con un campo largo di una stanza del Quirinale, dove il presidente inizia il suo discorso quasi sempre con: “Italiani, …”, per poi stringere l’inquadratura fino a ottenere un primo piano. Spesso vengono utilizzate due telecamere per rappresentare angoli di vista differenti e per rendere più dinamico il messaggio, soprattutto quando la durata (variabile) arriva fino a 25 minuti. Storico, a proposito di durata, fu quello di Cossiga nel ‘91: un video di soli 3 minuti e 32 secondi per comunicare la propria volontà di “non tenere” di fatto alcun discorso di fine anno.

C’è chi, come Scalfaro nel 1997, per cercare di trasmettere un tono più familiare scelse un salottino del Quirinale anziché la classica scrivania istituzionale. Nel ’78, Pertini, per mettere a proprio agio tutti, iniziò confessando: “Non avrei voluto introdurmi nell’intimità delle vostre case”, spiegando poi di averlo fatto soltanto per evitare di essere male interpretato. Insomma, ognuno, alla propria maniera, ha provato a dare consigli quasi “paterni”, lanciando  messaggi di speranza e di unità nei momenti più difficili. Ma certamente non è semplice gestire un evento atteso da milioni di cittadini. Lo sa bene il presidente Mattarella, uomo schivo che non ama i riflettori, all’esordio in questa esperienza.

 

Da Einaudi a Napolitano

Il buon anno di Luigi Einaudi nel 1950 è rivolto ad una patria “in fase di sviluppo e perfezionamento”.
Luigi Einaudi – 1950

 

Giovanni Gronchi – 1960

 

Antonio Segni, nel 1962, si augura che l’anno successivo “accresca il nostro benessere”.

 

Giuseppe Saragat nel 1966 lancia un messaggio di speranza dopo le gravi alluvioni di quei mesi

 

Il ricordo di Pertini nel 1978 va alla famiglia di Aldo Moro di cui commenta l’assassinio con queste parole: “Forse non siamo abbastanza attrezzati per affrontare questo terrorismo”.

Di Francesco Cossiga qui vediamo il primo discorso, del 1985

Ecco invece il celebre discorso di soli 3 minuti e mezzo

 

Nel 1992 Oscar Luigi Scalfaro apre il suo saluto agli italiani con un “mi emoziono”. Ecco invece il discorso del 1997 dal salottino del Quirinale e non dalla classica scrivania istituzionale.

 

C’è poi l’ultimo discorso del millennio. Ad accompagnare l’Italia nel 2000 è infatti Carlo Azeglio Ciampi che l’ultima sera del 1999 dedica un passaggio del suo discorso agli immigrati “venuti dai Paesi poveri” per lavorare o studiare.

Vi proponiamo il discorso del 2003

 

Fino ad arrivare al presidente dei record, Giorgio Napolitano, che già nel 2006 parlava dei giovani e dei loro timori, soprattutto nel non trovare lavoro. Un tema rimasto attuale per molti anni.

 

Infine l’ultimo discorso di fine anno, diverso da tutti, perché conteneva un addio.

 

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