Il derby Usa e il derby italiano. I 15 giorni che cambieranno tutto

Politica
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L’8 novembre si vota per la Casa Bianca, probabilmente il 20 il referendum italiano

Dopo il “derby americano” – cioè mondiale – ci sarà il “derby italiano”. Già, l’8 novembre le elezioni per la Casa Bianca, con il grande duello fra establishment e populismo (meglio: fra riforme e reazione) e il 20 novembre, presumibilmente, il referendum italiano sulla riforma costituzionale del governo Renzi, attesissimo braccio di ferro, anche qui, fra una prova di riformismo e i suoi multiformi oppositori.

La coincidenza non è una coincidenza. Una volta saltata l’ipotesi fatta in un primo momento di un voto referendario dentro l’estate, e poi vista la difficoltà anche di votare a ottobre, in piena sessione di bilancio con la legge di stabilità appena sbarcata in Parlamento, è balzata agli occhi la quasi-concomitanza con il grande derby americano. Che c’entra? C’entra. Sicuramente da un punto di vista psicologico-politico.

È evidente infatti che dalla vittoria di Hillary o di Trump dipartiranno due corsi politici del tutto opposti. Il mondo, in un modo o nell’altro, ne verrà investito. O vince l’argine democratico o passa la peggiore versione della destra da decenni a questa parte. O riparte un minimo di fiducia o prevale la chiusura persino violenta. Come ha scritto sull’Unità Alessandro Carrera, uno dei più attenti osservatori di cose americane, “con la sua nomina a candidato repubblicano per la presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump ha già ottenuto un risultato epocale, perfino filosofico. Ha nientemeno che rovesciato il principio esposto da Karl Marx nel suo 18 Brumaio, e da allora passato in proverbio. Vale a dire, che ciò nella storia accade la prima volta come tragedia, la seconda volta si ripete come farsa. Un’eventuale elezione di Donald Trump alla Casa Bianca sarebbe una vera tragedia, per gli Stati Uniti e per l’umanità, eppure per il momento è solo una farsa”.

Gli intellettuali democratici della East Coast, meglio se newyorchesi, come Woody Allen, non ci credono,  ma non si sa se si tratta di un wishful thinkin‘, di un esorcismo, o di una sottovalutazione politica.

Quelli ancora più a sinistra, sempre pervasi di umori apocalittici, come Michael Moore sono di parere opposto. Sull’Huffington Post il regista americano ha spiegato nel dettaglio perché secondo lui vincerà il miliardario di destra.

Per molti osservatori – Lucia Annunziata lo spiegava qualche settimana fa in un dibattito al teatro Eliseo di Roma –  il trumpismo è in perfetta sintonia con lo zeitgeist, lo spirito di un tempo cattivo nel quale predominano rabbia, incertezza, paura, voglia di vendetta. C’è senz’altro del vero in questo, e d’altra parte mai si deve sottovalutare l’animus della deep America, quella delle sterminate contrade centrali, dei mille losers metropolitani, dei centomila proletari e ricconi fuori contesto, comunque incazzati col mondo, a partire, naturalmente, da Obama.

Ma paradossalmente c’è qualcosa di molto europeo nella propaganda di The Donald. Di molto europeo nel senso dell’Europa entre-deux-guerres: Trump non recita forse le stesse litanie degli aspiranti dittatori degli anni Venti sulla vittoria mutilata, il tradimento di Versailles, i vigliacchi di Weimar? Non canta anche lui la canzone di un’America che non vince più (ma cosa dovrebbe vincere?), un’America trascinata in vicende con le competono (il terrorismo mondiale – ndr), un’America che vuole essere lasciata in pace a farsi gli affari suoi (con tanti saluti a Wilson, Roosevelt, Truman, Kennedy ma anche Eisenhower, Nixon e Reagan)?

Ecco allora che uno stop alla follia trumpista potrebbe-dovrebbe riaprire un ciclo riformatore, nel solco di Obama, capace (si spera) di alimentare una ripresa di fiducia anche e soprattutto a livello economico e di rilanciare un riformismo pragmatico e di massa. Hillary, in sostanza, dovrebbe rifare, in una situazione molto più difficile, la strada di Bill che, ricordiamolo, lumeggiò una non breve stagione riformista in tutto il mondo e in particolare in Europa. Una vittoria della Clinton dunque interromperebbe l’incubo di un’America para-fascista e di un Vecchio Continente sua brutta copia.

Ma vediamola anche al contrario. Se vincesse Trump verrebbero incoraggiate le peggiori spinte europee. Sempre a novembre è probabile che in Austria vinca Hofer, di simpatie naziste, e in Ungheria passi il referendum di Orban; con il vento della Brexit a soffiare nelle vele degli antieuropeisti di ogni risma, le immani difficoltà francesi, l’anarchia spagnola, il quadro vedrebbe un inedito “riformismo in un solo paese”, l’Italia di Renzi.

Ecco perché in questo contesto il referendum italiano potrebbe risultare come il solo momento positivo per battere i populisti di casa nostra e dare un segnale a tutto il Vecchio continente. Sarebbe insomma l’unico caso di vittoria del riformismo.

Dunque è a questa altezza dello scontro fra riforme e reazione che la sinistra italiana, europea e occidentale deve ritrovarsi. Un concetto opportunamente richiamato all’assemblea nazionale del Pd dal ministro degli esteri Paolo Gentiloni.

Negli States l’8 novembre cambierà tutto, in un senso o nell’altro. In piccolo, succederà anche all’Italia il 20. Una coincidenza della storia, una bizzarria del calendario mondiale. Ma anche un’ulteriore responsabilità, per gli italiani.

 

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