Il crollo di Shanghai, speculazione o timori reali?

Economia
epa04862443 A stock investor checks prices in a brokerage house in Huaibei, central China's Anhui province, 27 July 2015. The Shanghai Composite Index plunged almost 8.5 per cent on 27 July in its greatest fall in eight years despite recent government efforts to support the market. The main index closed 8.48 per cent down at 3,725.56, a six per cent up from its recent 08 July low, but still 28 per cent down from its 12 June high.  EPA/WOO HE CHINA OUT

L’esitazione del Dragone si sta tramutando in una pioggia di vendite sui mercati azionari. Le cause e gli effetti del rallentamento della seconda economia mondiale

I recenti dati economici, deboli, che provengono dall’Asia, sollevano preoccupazioni per la salute della seconda economia più grande del mondo, la Cina. L’esitazione del Dragone si sta tramutando in una pioggia di vendite sui mercati azionari, provocando il cosiddetto ‘panic sell’, ossia una vendita dettata soprattutto da incertezza.

Il crollo della borsa di Shanghai delle ultime settimane sembra confermare l’ipotesi di molti analisti finanziari ed economici: le politiche introdotte da Pechino a sostegno dei mercati asiatici sembrano non funzionare più. E quando la fiducia viene meno, si sa, scendono in campo gli speculatori, i grandi Hedge Found, fondi miliardari in grado di amplificare i movimenti verso il basso, semplicemente pigiando un tasto nelle loro sale operative.

L’ex impero celeste non sta crescendo più a un ritmo percentuale a due cifre, come succedeva qualche anno fa; la crescita futura potrebbe deludere le attese ed è per questo che gli investitori di tutto il mondo si interrogano chiedendosi se il 7% del secondo trimestre, stimato dal governo, rifletta o meno lo stato dell’economia cinese.

Ma cosa può provocare il rallentamento della forza del Dragone?
Le economie globali, sempre più interconnesse fra di loro, com’è ovvio si influenzano a vicenda: una minore forza cinese equivale quindi a meno esportazioni dell’occidente, Vecchio continente compreso. Un dato che in qualche modo danneggerebbe anche la bilancia commerciale dei paesi dell’Eurozona più in difficoltà, oltre ad impensierire la crescita ormai consolidata degli Stati Uniti.

I timori degli economisti si riflettono poi sul mercato del petrolio, già affetto dall’abbondante produzione dell’Arabia Saudita e di altri paesi produttori del Medio oriente, più alta rispetto alla domanda effettiva. In questo contesto, un crollo dell’economia cinese, insieme a un dollaro forte che rende il greggio più costoso, potrebbe causare una drastica discesa dei prezzi del petrolio. Già oggi, un barile di greggio West Texas Intermediate, che a giugno 2014 era scambiato sopra 107 dollari, è sceso del 56% nel giro di poche settimane.

A questo, si aggiunge il timore per le altre materie prime, tra cui rame e legname, che non vengono più utilizzate come nei giorni in cui la Cina costruiva massicce infrastrutture.

Un indice di commodity Thomson Reuters, che riflette un paniere di 19 materie prime (dal cotone all’oro, passando per caffè e olio) si trova oggi a un valore di prezzo più basso rispetto a quello registrato nella discesa globale del dicembre 2008.

C’è poi la preoccupazione per il carbone, di cui la Cina è il più grande produttore al mondo: nel corso del primo semestre dell’anno, la sua produzione ha registrato un’ulteriore discesa, il 5,8 per cento su base annua. Il calo è legato all’indebolimento di una domanda interna che di certo non favorisce dati macroeconomici positivi: l’indice manifatturiero delle piccole e medie imprese ha registrato, venerdì scorso, una contrazione ai minimi degli ultimi 15 mesi.

Eppure, le discese dei mercati non sono da attribuire soltanto ai deludenti dati macro. Dopo alcune sedute di relativa calma, infatti, il recente crollo azionario di lunedì (-8,5%) è da attribuire più a indiscrezioni legate a una riduzione di stimoli da parte del governo, messe in campo dopo il crollo dello scorso 8 luglio.

I riflettori rimangono comunque puntati sui dati macroeconomici, anche se ulteriori discese del mercato, secondo gli esperti, potrebbero significare una correzione addirittura fisiologica: nonostante i recenti cali dei mercati azionari, infatti, Shangai rispetto a luglio 2014 ha messo a segno un rialzo del 69%.

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