Il corpo del Rock

Musica
epa05377883 US singer Iggy Pop performs on stage at the music festival "Rock the Ring" in Hinwil, Switzerland, 19 june 2016. The "Rock the Ring" festival runs from 17 to 19 June.  EPA/ENNIO LEANZA EDITORIAL USE ONLY  EDITORIAL USE ONLY

Ventidue pittori reinterpretano i nudi di Iggy Pop per una mostra a New York. Da Elvis a Siouxsie fenomenologia dello show della carne

Il 4 novembre al Museo di Brooklyn, New York, è prevista un’esibizione di Iggy Pop. Anzi, meglio, “exhibition”, termine anglofono che sta ad indicare una mostra piuttosto che uno show. In programma non ci sono i quadri del padre putativo del punk ma 107 disegni che lo ritraggono nudo. L’idea di trasformare il corpo della star più iconoclasta del rock in un’opera d’arte è venuta a Jeremy Deller, artista inglese e sporadico frequentatore della Factory di Andy Warhol.

Un progetto inseguito da tempo finché a 69 anni, “abbastanza vecchio per posare”, Pop si è spogliato concedendosi allo sguardo di 22 pittori. Il risultato è uno studio quasi anatomico del fisico del musicista: le pieghe sui fianchi, le rughe sul collo, il torace non più teso come quando nel 1969 cantava/urlava/inveiva No Fun.

In mezzo secolo di carriera Iggy Pop non ha smesso mai di sovvertire il comune senso del pudore. Sul palco si è tagliato le vene e ha offerto il sangue al pubblico come un Messia sacrilego, ha tirato giù la patta dei pantaloni, è rimasto (spesso) senza mutande, ha mostrato senza alcuna vergogna le vene secche della braccia dopo anni di eroina. Sesso, provocazione e non solo. La fisicità con Iggy diviene metalinguaggio: totem ed estensione del messaggio sonoro.

Spiega Jeremy Deller: «Il modo con cui manipola il suo corpo, lo ostenta, lo piega e lo strapazza è un modo per comunicare. È musica, è un’onda di carne. Di lui ci sono migliaia di foto. Ma ho pensato che Iggy andasse guardato in modo diverso, come un’opera d’arte».

Così al Museo di Brooklyn, accanto ai nudi del musicista del Michigan, ci sono sculture sulla figura maschile che arrivano dall’Africa e dall’India, disegni di artisti come Egon Schiele e Max Beckmann e fotografie di Jim Steinhardt e Robert Mapplethorp e. Il corpo, dunque. Il corpo nel rock è una costante, una categoria. Scrive Ian Chambers in Ritmi Urbani (Costa & Nolan, 1986): «È il corpo che in definitiva produce la musica, ne fruisce e reagisce ad essa. Ed è il corpo che connette suoni, ballo, mode e stili con il riferimento inconscio della sessualità e dell’erotismo. Qui, dove fantasia e realtà formano un tutt’uno, il senso comune è spesso ridicolizzato, disgregato e distorto ».

Nell’immaginario collettivo in principio il corpo fu quello di Elvis Presley. Non a caso detto “The Pelvis” che con quel suo roteare il bacino come in un amplesso fece alzare il livello ormonale di tutta l’America. Il primo re del pop che negli anni Cinquanta seppe saccheggiare i ritmi, la sensualità del rhytm’n’blues e a servirli come canzonette da alta classifica. Un decennio dopo James Brown si riprese quello che apparteneva di diritto al Dna della sua gente fino a dichiararsi nel 1970 la “Sex Machine”per eccellenza e dettare lo stile a personaggi come Michael Jackson e Prince.

L’altro punto di rottura, l’altro corpo maiuscolo, definitivo, è quello di Jim Morrison, leader dei Doors. Nel decennio che va dal 1967 al 1978 si autocelebra come il “Re Lucertola”: estremo, visionario, poetico e maledetto. Bellissimo. Viene arrestato per aver mostrato i genitali in pubblico, ed è il moderno Dioniso che ribalta ogni regola, la rappresentazione carnale di “Sex, drugs and rock’n’roll”, l’inno del 1977 di Ian Dury.

Frank Lisciandro in Diario Fotografico (Giunti 2007) scrive di Morrison : «In scena era come un festante dionisiaco, cantava dei miti moderni, e come uno sciamano evocava un panico sensuale per rendere significative le parole di questi miti». Il terreno è fertile, d’altraparte. I grandi raduni di Monterey (1968), l’Isola di Wight (1968) e Woodstock (1969) stabiliscono che il rock non è solo fenomeno di massa ma lo scenario giusto per ratificare la rivoluzione sessuale, politica e culturale di quegli anni affollati e affamati di liberà.

Gli anni di Jimi Hendrix e di una chitarra che è insieme vaginale e fallica, quelli degli Stones e di Mick Jagger, tentatore come il demonio, la bocca più vorace della scena musicale del Novecento. Da Robert Plant degli Zeppelin a Roger Daltrey degli Who è una gara di addominali e bicipiti scolpiti, pantaloni che fasciano e lasciano intravedere erezioni mentre Frank Zappa, come un satiro, stende ad asciugare tra gli amplificatori slip di adolescenti in fregola. Altro che urla e lacrimucce per i Beatles… In scena si ammicca pesantamente, le canzoni hanno testi fin troppo espliciti.

In contemporanea col machismo estremo, un’altra corrente di suono e pensiero gioca con l’ambiguità di genere: il Glam si prende la rivincita sulla virilità ostenatata e attraversa il dualismo maschio/femmina tra piume di struzzo e mascara pesante. Così Bowie è il transgender perfetto, Lou Reed il vizioso per eccellenza, Nico la femmina fatale, Marc Bolan, Alice Cooper e le New York Dolls la pantomima dell’eros, i Roxy Music un mix tra dandysmo e fantasie patinate e Freddy Mercury il pirata sognato da Genet.

Sul palco non c’è più solo una rockstar ma l’espressione stessa del desiderio, corpi che cantano, e non è casuale che fino all’inizio degli anni Settanta la fisicità sia quasi tutta relegata in un ambito maschile. È solo con il punk e grazie anche alla consapevolezza del femminismo che le donne si trasformano da performer in soggetti attivi: carne, sangue, linguaggio, look. Analizzando la scena inglese nella metà degli anni settanta Dick Hebdige in Sottocultura (Costa & Nolan, 1990) conferma l’elemento consapevolmente trasgressivo: «Lo stile va contro natura, interrompendo il processo di normalizzazione e offendendo la maggioranza silenziosa».

Il punk, in questo senso, spariglia ancora di più carte, usando quello che Vivienne Westwood definirà “abbigliamento di sfida”: catene, lattice, feticismo e sadomasochismo mescolati con mutandoni e svastiche. La perversione al potere e il corpo che diventa reato. Poly Styrene, Siouxsie o le Slits di Ari Up sembrano uscire dal retrobottega di un pornografo strafatto. Dall’altra parte dell’oceano Poison Ivy dei Cramps e Wendy O. Williams dei Plasmatics sono due furie dell’eros sfacciato mentre Deborah Harry dei Blondie tiene fede al suo passato di ex coniglietta di Playboy.

Ma, come annota Dave Laing in Il Punk –Storia di una sottocultura rock (E dt, 1991), tutte loro, in diversi modi «disinnescano l’effetto eccitante previsto dall’esposizioni delle connotazioni proibite (…) I pantaloni bondage, le spille di sicurezza e le borchie erano elementi che appartenevano, sia sul palco che in strada, allo stile del punk di entrambi i sessi. (…). E forse la rottura con le forme convenzionali di abbigliamento fu più importante per le donne che per gli uomini». Il corpo del rock, nel tempo, è stato sovvertito, estremizzato, negato o amplificato a dismisura.

Dagli sculettamenti della disco al testosterone dell’hip hop, dal monacale luddismo del grunge ai paradossi mascherati e la negazione dell’identità di personaggi come i Devo, i Residents, i Kraftwerk, fino ai violentissimi esperimenti di carne di Genesis P-Orridge e alla fisicità virtuale dei ritmi digitali e della musica liquida. Oggi quel “corpo” appartiene quasi esclusivamente al popular music d’alto bordo, parte del business più che linguaggio. Ma difficilmente gente come Lady Gaga entrerà in un museo come opera d’arte. Questo è un privilegio che lasciamo volentieri a Iggy Pop, rughe e cicatrici comprese.

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