Francesco, il Papa rivoluzionario “venuto dalla fine del mondo”

Papa Francesco
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Papa Francesco festeggia il suo settantanovesimo compleanno. A quasi tre anni dalla sua elezione – era il 13 marzo del 2013 – Bergoglio prosegue il suo cammino di riforma della Chiesa

Papa Francesco compie 79 anni, riceve auguri da tutto il mondo, appare in buona salute nonostante solo un paio di mesi fa, una notizia bufala lo volesse vittima di un tumore al cervello, benigno però. Il Giubileo è appena iniziato in un clima claustrofobico da attentato imminente, anche se poi a piazza San Pietro si respira l’aria delle feste, del Natale, con un di più di curiosità per la porta santa aperta l’otto dicembre scorso.

A quasi tre anni dalla sua elezione – era il 13 marzo del 2013 – Bergoglio prosegue il suo cammino di riforma della Chiesa, che poi significa anche salvarla dalla crisi in cui era precipitata; una crisi fatta di scandali, di gaffes, di rotture interne, di scismi silenziosi (come quello delle donne che numerose abbandonavano una Chiesa sempre più misogina, punitiva, malata di abusi sessuali sui minori). Un altro Vatileaks è nel frattempo scoppiato, i documenti riservati continuano a uscire dalle sacre stanze, segno di lotte intestine non sopite, di malumori e resistenze curiali ai cambiamenti in corso e, per l’appunto, non ancora compiuti del tutto.

E allora frange conservatrici giocano la carta del caos, del depistaggio mediatico, una sorta di versione casareccia di Dan Brown, dietro la quale si nascondono però poteri reali intenzionati a fermare la spinta innovatrice – che poi in realtà è un ritorno al passato, alle radici più antiche del cristianesimo – prodotta dal papa. Siamo insomma, per dirla come usava un tempo, in mezzo al guado: è una Chiesa che tenta il difficile distacco dall’esercizio sapiente del potere temporale, dei rapporti discreti con governi e potentati fondati su uno scambio fra appoggio a esecutivi amici, per riceverne indietro favori legislativi, economici, e poter contare su una ampia tolleranza-complicità in campo finanziario.

L’Italia con i governi di centrodestra è stato il terreno privilegiato di questa visione che però ha attecchito anche in altri Paesi come Spagna, Ungheria, Messico, Stati Uniti, solo per citarne alcuni. Ecco perché la “trasparenza” voluta dal papa – e già indicata da Benedetto XVI come strada da seguire – incontra ostacoli sempre più ingombranti: non tocca infatti solo affari interni alla Chiesa ma rompe equilibri generali, in particolare con forze politiche ed economiche che coltivavano un disegno ben preciso: un cristianesimo identitario fondamentalista, tutto bioetico, doveva fare da supporto ideologico alle società ‘d’occidente’ in cui la religione dell’individualismo prevaleva su ogni altro valore e veniva temperata da una fede nella quale si poteva nominare la carità senza parlare più di giustizia.

E’ questo schema che è venuto meno con papa Francesco, è in questo conflitto aperto con le culture dominanti degli ultimi decenni, che si apre una frattura dentro e fuori la Chiesa. In un simile frangente il papa che solleva il tema della giustizia, della povertà, come centrale nella visione cristiana, riapre la partita, per tutti, non solo per i credenti; il cristianesimo torna a essere sale della terra, la Chiesa recupera la propria autonomia dalla politica e diventa libera di parlare in modo ‘eretico’ o profetico della condizione umana contemporanea ( in tal senso anche questioni bioetiche smettono di essere arma ideologica e si trasformano in temi problematici posti all’attenzione del mondo); infine la stessa politica è provocata a reinterpretare in base ai tempi mutati, l’esigenza di sempre: costruire un mondo più giusto.

E tuttavia se questo è di certo un tracciato di fondo dell’agire di papa Francesco, la Chiesa intorno a lui appare spesso come stordita dalla novità; in molti lo seguono, altri gli si oppongono con ferocia (dai settori integralisti nasce l’accusa grottesca di ‘comunista’ rivolta al papa); ma tanti altri hanno paura, vivono il cambiamento con ebrezza e timore al medesimo tempo, incerti se fidarsi di quest’abbandono della Chiesa tutta dogma e dottrina, che puniva e stabiliva con certezza dove si trovasse il bene e il male. Bergoglio propone un cattolicesimo aperto, appunto, dove l’amore viene prima del giudizio, che recupera quei 200 anni di ritardo denunciati dal cardinale Carlo Maria Martini prima di morire, che rimette il vescovo al centro della comunità scalzando la Congregazione per la dottrina della fede. E’ una rivoluzione? In parte certamente sì, ma per comprenderla bisogna tornare alla fonte originaria di questi 2000 e più anni di storia, al Vangelo naturalmente, ma anche alle forme comunitarie della chiesa dei primi secoli.

E’ la sfida più alta portata all’impostazione costiantiniana della Chiesa religione di Stato, del potere temporale, dagli anni del Concilio. In un simile quadro i dicasteri romani sono in gran parte stati svuotati di competenze mentre nuovi organismi provvisori che col passare dei mesi si stabilizzano, li hanno sostituiti. Come il mitico C9, il gruppo di 9 cardinali, di varie parti del mondo – quasi un super consiglio dei ministri – che sta aiutando il papa a riformare la Curia romana, le finanze, le strutture obsolete dell’ ‘impero’. La parola chiave è decentramento, non solo dei poteri, ma anche dell’attenzione della Chiesa che si deve rivolgere ora alle periferie del mondo.

Il sinodo cresce d’importanza, gli organismi internazionali come Moneyval (la struttura del Consiglio d’Europa che valuta le politiche di contrasto al riciclaggio dei singoli Stati), promuovono le normative sulla trasparenza finanziaria e il meccanismo dei controlli sullo Ior, ma chiedono anche maggiori azioni penali da far seguire alle segnalazioni di irregolarità che infine ci sono state. Qui sorge un problema non da poco: potrà la Santa Sede da una parte alimentare la voce delle chiese locali, ridargli vita e responsabilità, e dall’altra costruire in Vaticano una realtà normativa e giudiziaria che non sia solo ‘colore’, o almeno evento eccezionale? Come potrà, insomma, combinare il suo essere piccolo Stato con tutte le prerogative che da esso deriva, purtuttavia all’interno di un unicum a livello mondiale, e funzionare però come uno Stato vero, aderendo alle legislazioni internazionali come pure sta facendo in tanti campi?

Il passaggio non è semplice e forse è obbligato; la fine del temporalismo è anche la fine del segreto ecclesiale, diventa quindi inevitabile mescolarsi con il mondo e con le sue complessità, con i suoi rischi, con i suoi dilemmi. Francesco in un simile scenario procede veloce nel messaggio e più prudentemente negli assetti istituzionali; intanto compie 79 anni, il Giubileo è iniziato non solo a Roma ma in tutto il mondo, lo attendono viaggi importanti a cominciare, a febbraio, dal Messico. Il pontificato è in una fase nevralgica, anche gli avversari non gli fanno più sconti, intanto domani Bergoglio apre la porta santa della carità e solidarietà all’ostello Caritas della stazione Termini di Roma.

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