Il cavallo non beve: e se il bazooka di Draghi non fosse servito?

Bce
epa04705479 President of the ECB, Mario Draghi, arrives for his news conference in Frankfurt/Main, Germany, 15 April 2015. Draghi resumed a news conference after he was attacked by a protester. The woman chanted 'end the ECB dictatorship' and threw confetti on the ECB chief shortly after he begun his press briefing following a meeting of the bank's governing council. The demonstrator was quickly taken away by security guards and the press conference was adjourned.  EPA/BORIS ROESSLER

Forse il Qe andrebbe usato sul mercato primario. Domani il board dell’Eurotower

E’ arrivato il momento di chiedersi se il bazooka di Mario Draghi stia davvero funzionando o se alla fine non sia caricato a salve. Il Quantitative Easing della Bce, appena registrata la perdurante deflazione in Europa e la bassissima crescita anche ad agosto, e con i mercati ancora in subbuglio, a sei mesi dal suo varo sembra un mezzo flop.
Ha sicuramente centrato tre obiettivi non scontati, quali il sostegno di parecchi bilanci bancari europei pieni di titoli pubblici, ha abbassato il valore dell’euro nei confronti del dollaro e portato quasi a zero tassi d’interesse e spread. Messe in fila, queste variabili sembrano delineare un successo, ma è sull’economia reale, quella che più conta, che sembra non avere effetto ancora oggi, a quindici giorni dalla riunione in cui la Fed potrebbe decidere di rialzare il costo del denaro (inchiodato allo 0,25%) e in prossimità della riunione di domani del board della stessa Eurotower.
Il cavallo, ammettiamolo, non beve. Anzi, è diventato un cammello. La congiunzione astrale che difficilmente si ripeterà dei bassi tassi con il petrolio poco sopra i 40 dollari, non ha smosso il tasso di disoccupazione in Ue e il credito continua a mancare a chi ha più bisogno mentre chi ne ha non ne vuole di più (il cammello in questione). Draghi ha ripetuto fino alla noia che la politica monetaria in Europa questo può fare ma il resto sta ai governi, che devono varare le riforme, liberalizzare, creare condizioni fiscali a favore delle imprese e dei posti di lavoro. Come possano farlo però non si sa, considerati i vincoli di bilancio e il loro stato debitorio.
Questo problema ce l’hanno tutti nell’Unione, ben 5000 miliardi di euro in più da quando è scoppiata la crisi; la Germania, che ha fatto tanto la difficile con la decisione della Bce di avviare il QE è di dieci punti sotto il 100 per cento del Pil e anche Parigi non è messa meglio, per non dire degli oltre 2.200 miliardi italiani. Siamo al 133 per cento del Pil, circa 700 miliardi in più da quando è nata la moneta unica e non ci sono tracce di inversione di tendenza.
È evidente che con questi livelli, sarà difficile se non impossibile per tutti – non solo per la Grecia che è indebitata per una cifra che lambirà dopo il terzo salvataggio il 200 per cento della ricchezza nazionale – rispettare le regole di Maastricht e tanto meno quelle del Fiscal Compact, che del debito prevede una riduzione di un ventesimo l’anno la parte eccedente il 60 per cento del Pil.
Insomma, gli esecutivi poco possono fare in questa situazione. Bisogna quindi capire perché il QE di Draghi non è come quello della Fed americana o della Banca centrale cinese, giusto per citare le due istituzioni che di fatto hanno i destini delle economie in mano.
Il programma da oltre 1000 miliardi dell’Eurotower, ha tre pecche: come detto, di fatto puntella i conti delle banche ma non aiuta ancora quelli delle imprese, rischia di finanziare paradossalmente nuovo debito, mostra una sfiducia politica immensa nell’Unione, perché accolla l’80 per cento delle garanzie per gli acquisti dei titoli sovrani da parte delle banche centrali nazionali sulle spalle delle medesime.
È la stessa differenza che passa tra comprare un’auto nuova o usata dal concessionario: nel secondo caso, non si alimenta il fatturato dell’azienda automobilistica di cui si acquista il modello ma il bilancio del privato che è stato il proprietario precedente, e il suo intermediario. Non intervenendo sul mercato primario dei titoli di stato (il concessionario di vetture nuove, come fanno invece tutte le banche centrali ) ma su quello secondario di titoli già emessi e comprati da altri (il rivenditore di seconda mano) la Banca centrale europea non finanzia direttamente l’economia degli Stati, comprando i loro titoli di debito al momento dell’emissione, ma alimenta solo un circuito finanziario.
È un po’ poco per sperare che serva a rimettere in piedi l’Europa, afflitta da bassa crescita e alta disoccupazione: nessuno si aspetta che le cose migliorino – salvo per quanto riguarda il livello del cambio –  e quindi il consumatore non spende e men che meno l’imprenditore aumenta i suoi ordinativi. Forse non è secolare ma una situazione del genere ricorda molto da vicino la stagnazione. Il bazooka di Draghi andrebbe usato sul mercato primario, meglio ancora se ci fosse finalmente un Tesoro unico europeo. Questa sì che sarebbe una mossa vincente per ridare slancio a tutta l’Unione.

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