Il caso Icardi: tutta la debolezza del calcio

Calcio
Inter Milans forward Mauro Emanuel Icardi reacts during the Serie A soccer match between Inter Milan and Sassuolo at the Giuseppe Meazza stadium in Milan, Italy, 10 January 2016. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Quelle pagine non piacciono alla curva, i dirigenti si piegano: ma la proprietà dov’è?

I compromessi possono generare un ordine nuovo e superiore – lo sperava, per esempio, Eraclito: ciò che è opposto si concilia, dalle cose in contrasto nasce l’armonia più bella, e tutto si genera per via di contesa. Ma non può esistere evoluzione se la mediazione scavalca una verità da conoscere, un fatto da autenticare. E da quel fatto misurare poi le scelte e le distanze, nette, da prendere.

Icardi dovrà censurare il libro in circolazione, mutilare la sua biografia, aggiungendo un autore alla firma: il buon senso o l’ipocrisia, dipende dai giudizi che se ne danno. Così salverà la fascia di capitano dell’Inter, feticcio che assume veste catartica e discrimine di purezza: rimetti i tuoi peccati, riavrai la fascia. La remissione è strappare le pagine che raccontano l’episodio di Reggio Emilia, l’affronto verso i tifosi, la maglia regalata al bambino a fine partita (Sassuolo-Inter 3-1), dice lui, mentre intorno si contesta. Maglia che poi torna in campo, gettata dagli ultras, che negano il gesto all’attaccante e il regalo al bambino. Perché decidono loro, per tutti.

Questo scrive Icardi, in alcune pagine molto esuberanti, sbagliate per eccesso perché eccessiva è la sua biografia, la sua fortuna, la sua ambizione. Eccessivo è lui. E per forza anche le sue parole, e l’interpretazione di ciò che accade a lui. Al suo mondo e al mondo intero: cose che in certi tipi finiscono per coincidere. I video di quei minuti avvalorano la dinamica narrata da Icardi, anche se non si vede il bambino(solo il calciatore che porta la maglia – non lancia: si avvicina e la porge a qualcuno, verso il basso). Gli ultras prendono la maglia (e almeno un’altra – Guarin è in canottiera, forse è sua se non l’ha scambiata con l’avversario) e la rilanciano in campo. Poi si vede Icardi gesticolare e urlare contro quei tifosi.

Indugiare su questo episodio è saliente in questa vicenda dove l’appiglio della Curva è sul destinatario del regalo: «Pagliaccio, usi un bambino…». Certamente, Icardi si avvicina con intenzioni consolatorie, per salutare, ringraziare del sostegno, anche dopo la brutta figura in campo. È un ragazzo difettoso ma è anche tormentato dalla necessità di dialogare con il suo vissuto – infatti scrive un’autobiografia a 23 anni, per i 40 anni avremo le sue memorie, alla De Gaulle. La curva ci rientra: guarda loro, dopo ogni gol. Parla di loro, quasi sempre, anche nel libro.

Cosa succede dopo quella partita lo leggiamo nel libro. Icardi non risparmia niente a nessuno, nemmeno il ridicolo per sé. «I dirigenti temevano che i tifosi potessero aspettarmi sotto casa per farmela pagare. Ero stato chiaro: sono pronto ad affrontarli uno a uno. Forse non sanno che sono cresciuto in uno dei quartieri sudamericani con il più alto tasso di criminalità e di morti ammazzati per strada. Quanti sono? Cinquanta, cento, duecento? Va bene, registra il mio messaggio, e faglielo sentire: porto cento criminali dall’Argentina che li ammazzano lì sul posto, poi vediamo. Avevo sputato fuori queste frasi esagerate per far capire loro che non ero disposto a farmi piegare dalle minacce […] Una settimana dopo, un capo storico viene da me: pretende ancora le mie scuse. Io risposi così: non devo chiedere scusa a nessuno di voi».

Il passaggio su certi regolamenti di conti è penoso, una società robusta avrebbe dovuto conoscerlo in anticipo e sconsigliarlo mail calciatore lo riporta auto accusandosi di aver “sputato” quelle “esagerate” parole. Non è un pentimento e nemmeno un vanto. E gli ultras mica s’arrabbiano per quello che in fondo è il loro linguaggio, il loro sentiero.

Con questa soluzione – censura le pagine, tieniti la fascia – la società rinuncia a una scelta difficile, seppure doverosa. Separarsi da un pezzo (piccolo, in realtà) dello stadio, un sindacato detto “Curva”: come se fosse una testa sola, un corpo solo, un sentimento solo. Per la curva (chi sono? Quanti?) Icardi è «una vile merdaccia», e lo seguono fino a casa, per ricordargli il concetto. Perché mette nero su bianco un episodio successo in quella zona franca che è lo stadio. Con o senza il bambino, è sicuramente uno dei molti momenti in cui il rapporto diventa pericoloso, opaco. Momenti dai quali separarsi e questa è la strada che dovrebbe prendere una classe dirigente, anche sportiva, che si qualifica su questa sfida alla popolarità, sul coraggio di alzare la testa davanti ad abitudini che deprimono il calcio. E per altro verso sulla protezione dei tesserati, qui esposti alla reazione. Con il carisma e il nome (Zanetti poteva spenderlo) si doveva lavorare per evitare la resa dei conti. Rassicurando i più arrabbiati, mediando con il calciatore, blindando la serenità del capitale tecnico più importante, e togliendo dallo spogliatoio alibi e distrazioni. Un dirigente può riuscire o fallire nel mettere la sordina a queste vicende, ma davanti all’insuccesso deve saper scegliere la parte dove stare.

Icardi è diverso, non è dirigente, non è saggio: vive i momenti e li elabora secondo il suo istinto e la sua superbia, e il retaggio, il linguaggio che si porta appresso come unico bagaglio di un’esistenza mossa. La Curva invece pretende commistione: ha bisogno di sentirsi importante, meccanismo della gestione sportiva e sentimentale del gioco, referente societario e mediatico. Una comunità così ne è marcata e anche recintata, e delle virtù e dei vizi del tifo organizzato ormai non c’è prova contraria: anche questo dovrebbe far riflettere.

Di solito, quando sbagliano tutti – è questo il caso: sorride solo l’editore – è più semplice mediare. Di sicuro, quando sbagliano tutti è testimonianza di una fragilità ambientale che umilia l’istinto di conservazione di ognuno dei protagonisti, anzi, ne alimenta gli errori. I dirigenti esibiscono lo scontro rifugiandosi nella parte comoda, scegliendo in sostanza gli argomenti della curva, per scoprire, poi, che il resto dello Stadio fischia uno striscione che pare un’esecuzione sommaria dell’imputato (altro che i sicari argentini). Nella genesi e nella gestione della vicenda c’è l’assenza societaria: una proprietà solida ma in contumacia, capace di costruire una squadra competitiva e poi dimenticarla a migliaia di chilometri di lontananza. Incapace, dunque, di far sentire quel protagonismo e quel senso del dovere, del merito, della serietà che è il miglior cemento per tenere insieme una comunità. All’Inter, in breve, è accaduto il contrario di una logica conduzione di una pesante crisi “emotiva”, tanto da trasformarla in una crisi strutturale. E il calcio, come sempre, ha perso l’occasione per pretendere la verità, e con quella forza, marcare le distanze.

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