Il Canada volta pagina, vince la narrazione liberal di Trudeau jr.

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Al giovane leader spetta il compito di rilanciare il suo paese dopo gli anni della destra

E alla fine ha vinto Justin Trudeau, portando i Liberal al più grande successo elettorale dal 1980 ad oggi: 35 anni, che per la politica sono almeno due o tre ere geologiche. Una vittoria storica, di portata tale da superare le previsioni più rosee, conquistando la maggioranza assoluta dei seggi. Si è realizzata quella che già nella notte i commentatori nazionali canadesi definivano “the greatest comeback in Canadian history”.

I Liberal erano polverizzati dopo le elezioni federali del 2011, in cui avevano conquistato solo 34 seggi. Ancora ad inizio agosto di quest’anno, quando si è aperta la più lunga campagna elettorale della storia elettorale canadese, i sondaggi erano impietosi, confermando per i democratici canadesi (liberal non equivale al termine italiano per liberale, ma significa democratico/progressista) la terza posizione dietro l’NDP ed i conservatori.

Trudeau troppo giovane, Trudeau troppo di sinistra secondo i conservatori, troppo poco di sinistra secondo l’NDP, Trudeau inadatto al ruolo. E lui ha tirato dritto, senza rispondere direttamente alle critiche e soprattutto con una personalità che molti credevano non avesse: gli elettori nordamericani perdonano pochissimo, ma la cosa più imperdonabile di tutte è dimostrare di essere “wishy washy”, ovvero privo di polso e sfuggente. Trudeau non ha mai fatto passi indietro. L’hanno accusato di volere alzare le tasse, e lui ha confermato che per abbassare la pressione fiscale sulla middle class in difficoltà avrebbe alzato di quattro punti percentuali, dal 29% al 33%, le imposte ai più ricchi (con reddito sopra ai 200mila dollari, circa 135 mila euro); uno spot tra i più violenti di un’aspra campagna elettorale l’ha accusato di volere rendere le droghe “available in stores” e “more accessible to kids”: entrambe le cose sono false ma lui ha sino all’ultimo secondo della campagna elettorale ribadito che legalizzerà le droghe leggere in tutto il Canada (tra l’altro nel 2013 ha ammesso di avere fumato l’ultima volta uno spinello quando era già parlamentare).

Niente retromarce, niente ipocrisie in salsa statunitense (“ho fumato, ma non ho aspirato”, disse Bill Clinton); Harper ha ipotizzato di modificare la legge sulla cittadinanza, per lasciare al Governo il potere di revoca, sia pure in casi estremi, ed ha accusato Trudeau, che si è subito opposto, di volere lasciare la cittadinanza canadese anche ai terroristi, e lui anche in questo caso ha detto senza dubbi che nessuno può togliere una cittadinanza, per nessun motivo.

Trudeau ha trovato la narrazione giusta: in un momento inedito per i canadesi, con un’economia ancora florida rispetto all’Europa ma tutti gli indicatori negativi, con un mercato immobiliare “scarily overpriced” (secondo Moody’s e l’Economist, non esattamente pericolosi sovversivi di sinistra) e un debito delle famiglie pericolosamente crescente, il leader liberal ha saputo rassicurare le famiglie. L’ha fatto promettendo un Canada forse non più ricco ma certamente più equo, forse non più produttivo ma certamente più rispettoso dell’ambiente (Harper aveva politiche ambientali pericolosamente vicine a quelle dei repubblicani americani, non rispettose di un paese con un ambiente naturale unico); un Canada laico, con matrimoni tra persone dello stesso sesso legali dal 2005 eppure con una media di 1,9 figli per famiglia, ben superiore a quella italiana. Un Canada, soprattutto, che farà pace con se stesso, e riprenderà la sua storica vocazione di ponte tra gli Stati Uniti e l’Europa, anziché essere il 51° Stato americano, come sembrava durante gli anni della destra di Harper.

Gli altri due grandi partiti escono con le ossa rotte: in particolare, i  conservatori cedono il governo dopo quasi dieci anni ininterrotti, perdendo roccaforti dell’ovest, ed ottenendo meno di un voto su tre; l’NDP fallisce l’obiettivo di diventare un partito di governo, colpevole – come accaduto spesso da questa parte dell’Atlantico – di avere rincorso più questioni di principio che temi cari agli elettori. I Liberal hanno colorato di rosso quasi tutto il Canada: dai popolosi e ricchi di seggi Ontario e Quebec sino al clamoroso exploit nelle province Marittime, dove hanno conquistato 32 collegi su 32, il 100%, in New Brunswick, Nova Scotia, Prince Edward Island e Newfoundland. Tre collegi su tre vinti anche nel ‘grande Nord’, in Yukon, Nunavut (con un impegno senza precedente dei nativi, che non hanno perdonato il furore petrolifero di Harper), Territori del Nord-Ovest. Vittoria liberal, insieme all’NDP anche nell’ovest, in British Colombia, ed al centro, in Manitoba. Ai conservatori sono rimaste solo le province dell’Alberta e del Saskatchewan. Una base ridotta da cui ripartire, ma con la fine della leadership di Harper, che si è congedato signorilmente (“Gli elettori non sbagliano mai”, è stata la sua frase d’addio), si apre per loro una fase totalmente nuova.

La Trudeaumania dovrà concretizzarsi in politiche di rilancio: su di lui il peso di una doppia eredità. Quella del padre, che ha governato per quasi quindici anni, ricchi e felici, e quella di Harper, che ha sbagliato molto ma a cui è toccato affrontare crisi inedite, dalla recessione mondiale al crollo del mercato petrolifero. Da oggi il Canada ha voltato pagina, si apre l’epoca Trudeau Jr.

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