Il calcio si fa donna: lo sport sempre più in rosa anche in Italia

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Il nostro Paese, però, è ancora molto indietro rispetto ad altri paesi d’Europa e soprattutto agli Stati Uniti

Quante volte abbiamo sentito dire a una bambina “ma tu davvero vuoi giocare a calcio? Così diventi un maschio, per te è meglio la danza classica”. Questo modo di pensare ha permesso che il mondo del pallone diventasse uno sport esclusivamente maschile, facendo dilagare il pregiudizio nei confronti delle poche donne che tentavano in vano di entrarci.

Oggi la situazione sta lentamente cambiando. Le donne infatti hanno iniziato a interessarsi in numero sempre maggiore al calcio, lo capiscono e lo giocano, valicando i confini di genere. Secondo i dati di Repucom, in Italia, il 54,8% della popolazione femminile si ritiene interessata di calcio, contando così su quasi 15 milioni di donne che vanno allo stadio o lo seguono in tv, capendo e alcune volte spiegando la tanto temuta regola del fuorigioco ai maschi. Lentamente il calcio si sta aprendo alle donne anche a livello dirigenziale; su tutte gli esempi di Barbara Berlusconi e Magda Pozzo, che hanno assunto la guida dell’area commerciale rispettivamente di Milan e Udinese, sopportando e condividendo spesso stereotipi e pregiudizi.

Il calcio giocato però in Italia è ancora molto indietro rispetto ad altri paesi d’Europa. Per la legge italiana, le donne che giocano a calcio possono farlo solo per diletto ma non per lavoro, rallentandone la diffusione. Su 30 milioni di italiane, solo 22.000 sono tesserate per uno dei club della penisola, un numero bassissimo se confrontato con gli altri Paesi europei come la Germania che conta 197.000 tesserate.

Le calciatrici italiane, oltre a recepire stipendi nettamente inferiori rispetto a quelli dei loro colleghi maschi, non possono contare nemmeno su un inquadramento giuridico nel mondo professionistico, con un budget annuo di 3 milioni euro (un terzo quello tedesco), con un campionato a dodici squadre, parenti e amici sugli spalti e l’erba alta da dribblare.

In Francia negli ultimi anni è stato messo in atto dalla federazione francese, un piano di sviluppo per investire nelle sezioni femminili e club come il Psg, il Lione e il Montpellier hanno accolto l’iniziativa. In Italia, anche la Federazione calcio aveva invitato i club professionisti di dotarsi di una formazione femminile, ma la proposta è stata messa in atto solo dalla Fiorentina in tutta la Serie A. Questa situazione di enorme ritardo, è accompagnata dagli ancora numerosissimi pregiudizi sul fisico e sugli orientamenti sessuali senza accorgersi che oggi anche le bambine sognano il calcio e di indossare un giorno la maglia della propria nazionale.

La situazione è totalmente diversa in America: lì il calcio si fa donna. Una società in cui non c’è prevaricazione sociale e distinzione di genere, ha portato ad avere il 53% dei praticanti della Fifa donne, molto seguite dagli sponsor e più preparate atleticamente. Questo seguito ha fatto si che il mondiale femminile del 2015, abbia incollato alla tv 25,4 milioni di spettatori (più della finale NBA), diventando il terzo evento più twittato dell’anno. Le ragazze della nazionale americane sono diventate dei veri idoli della folla, mostrando al mondo che il football è universale e dovrebbe essere un gioco meraviglioso aperto a tutti. Solo il portiere della nazionale statunitense, la calciatrice Hope Solo, ha nel suo palmares due titoli olimpici e un titolo mondiale, un Buffon al femminile.

Ci sono più di 30 milioni di donne che giocano a calcio, è donna il 7% degli allenatori, il 10% degli arbitri, l’8% dei dirigenti. Un giorno sarà donna anche l’allenatore del Barcellona e il capo della Fifa. La partita è appena cominciata.

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