Il buio senza fine. Un tempio distrutto a Palmira

Dal giornale
Palmira

La distruzione del tempio di Baalshamin è l’ennesimo duro colpo per l’antica città di Palmira

La guerra alla Storia scatenata dal “Califfo Ibrahim” prosegue senza soluzione di continuità. Cinque giorni dopo aver decapitato su una piazza pubblica di Palmira Khaled al Asaad, 82 anni, uno dei massimi esperti siriani di antichità ed ex direttore del sito archeologico locale, e dopo aver appeso il suo cadavere a una colonna romana, l’Isis ha distrutto uno dei principali templi dell’antica perla nel deserto siriano. È quello di Baalshamin, a poche decine di metri dal teatro romano della città, dove lo Stato islamico aveva inscenato alcune esecuzioni pubbliche. Anche questa volta a riferirlo è l’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), che cita alcuni residenti della città in fuga dalla furia assassina dei jihadisti. Il santuario di Baalshamin (Il signore del Cielo) è del II secolo dopo Cristo ed è dedicato ad una divinità asssimilabile a Mercurio.

Immagini scioccanti

Il sito archeologico di Palmira è da mesi sotto attacco dell’Isis e la distruzione del tempio di Baalshamin è l’ennesimo duro colpo per l’antica città semita situata nel centro della Siria. Il sito è caduto nelle mani dello stato islamico il 20 maggio e da allora è stato usato come palcoscenico per efferatezze e violenze.  In un video diffuso all’inizio di luglio dall’Ondus, vengono mostrate immagini scioccanti: 25 soldati siriani inginocchiati, alle loro spalle altrettanti giovani, alcuni ragazzini di forse 13 o 14 anni, che li uccidono con un colpo alla nuca mentre sulle gradinate dell’anfiteatro centinaia di uomini in abiti civili assistono.

Dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, la città di Palmira fiorì nell’antichità come punto di sosta per le carovane di viaggiatori e mercanti che attraversavano il deserto siriano ed ebbe un notevole sviluppo fra il I ed il III secolo dopo Cristo. Fu soprannominata la “Sposa del deserto”. Il nome greco della città, “Palmyra”, è la traduzione dall’originale aramaico, Tadmor, che significa “‘palma”. Il sito comprende la via colonnata, il santuario di Nabu, le Terme di Diocleziano, il teatro e l’Agora. Vere perle.

Fondato nel 1961 all’entrata della città moderna, il museo di Palmira raccoglie numerosi reperti che testimoniano l’alto livello di raffinatezza raggiunto dall’arte palmirea. Per timore di distruzioni, centinaia di statue e reperti di Damasco sono stati trasferiti in altre località già prima dell’assalto finale dell’Isis.

L’ennesimo atto di “genocidio culturale” perpetrato dai miliziani al soldo di abu Bakr al-Baghdadi ripropone l’urgenza della costituzione dei “caschi blu” per la cultura; proposta avanzata dall’Italia, rilanciata dal vertice di fine luglio all’Expo di Milano di 83 ministri della Cultura, e fatta propria dal direttore dell’Agenzia delle Nazioni Unite, Irina Bokova: «Le notizie dalla Siria, e non solo da Palmira, sono terribili – dice a l’Unità il direttore dell’Unesco -. Passi in avanti ne sono stati compiuti nella lotta contro questi criminali che assieme a migliaia di vite umane intendono cancellare anche l’identità, la storia di popoli interi. C’è la determinazione a inasprire, in termini legislativi e azione di polizia, la lotta al traffico illegale delle opere d’arte, ma di fronte alla sfida dell’Isis è necessario moltiplicare gli sforzi, ognuno per quel che gli compete. Su questo – conclude Bokova – c’è già una risoluzione delle Nazioni Unite, la 2199, su cui far leva anche per mettere in campo i “caschi blu” della cultura. L’importante è avere la consapevolezza della sfida lanciata al mondo dallo Stato islamico: è in atto una “pulizia culturale” che è un crimine contro l’umanità. Non abbiamo visto nulla di simile dalla Seconda guerra mondiale”.

Oggi l’ Isis controlla il 20 per cento dei 12 mila siti archeologici dell’Iraq e il 90 per cento di quelli in Siria. “Oggetti dell’antichità, il nostro patrimonio inestimabile, a Mosul si sono trovati tra l’incudine e il martello. Da un lato la barbarie e l’ignoranza dei guerriglieri che depredano e distruggono le storiche piazze e i musei, dall’altro l’avidità dei contrabbandieri internazionali che si appropriano di ciò che appartiene al popolo iracheno”, testimonia Hamed Abdel Razzak, tra i più autorevoli esperti d’antichità iracheni. La perdita più grande è il depredamento del grande palazzo del re Ashurmasirpal II a Kalhu. Le targhette assire sparite spuntano sui mercati europei. Come il famoso bassorilievo “Bue alato”. Alla fine le rarità che non solo hanno il valore storico, ma spesso anche spirituale, spariscono nelle collezioni private senza lasciar traccia. Se non una lunga scia di sangue.

(Nella foto  il santuario di Baalshamin, nel sito di Palmira: secondo residenti nella città siriana sarebbe stato devastato dalla furia dei fondamentalisti. Foto: Ansa Epa/Youssef Badawi)

 

Vedi anche

Altri articoli