Il buco nell’acqua

Ambiente
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Lo stallo degli investimenti nelle reti idriche e nelle infrastrutture di depurazione dell’acqua ha causato sanzioni europee per circa 480 milioni, per la logica del “chi inquina paga”

Il 2016 inizia con una nuova grana ambientale sul tavolo del Governo: l’arrivo delle sanzioni europee per circa 480 milioni causate da circa 2500 Comuni fuorilegge e sotto infrazione per mancata depurazione degli scarichi urbani e che inquinano fiumi e tratti di costa. Il problema è nello storico stallo degli investimenti nelle reti idriche e, in particolar modo, nelle infrastrutture di depurazione dell’acqua, soprattutto al Sud dove Sicilia e Calabria da ben 22 anni non applicano la legge Galli. Molte speranze erano state affidate al nuovo metodo tariffario idrico che l’Autorithy competente, per l’energia, gas e acqua, ha licenziato a fine anno.

Si tratta di un sistema molto complesso che, da un lato, determina la percentuale del rimborso dei costi che le imprese del settore, tutte sotto il controllo pubblico dei Comuni che decidono board e strategie e ricevono utili, devono sostenere per realizzare nuove infrastrutture o efficientare quelle esistenti; dall’altro stabilisce i parametri di calcolo delle bollette dell’acqua che ognuno di noi è tenuto a pagare. Da quando l’AEEGSI ha iniziato a occuparsi di idrico (2011), ha favorito un certo consolidamento industriale del settore, promuovendo un quadro di investimenti stabile e una ricaduta equilibrata sulle tariffe finali con un prima fotografia del settore. Ma ora, quello che è stato considerato un percorso virtuoso sembra essere diventato un ricordo.

I principali gestori idrici del Paese come Acea, Iren, Hera, Acquedotto Pugliese – diversi dei quali quotati in Borsa – hanno esaminato e riesaminato le formule del nuovo metodo tariffario e sono giunti alla medesima conclusione: le risorse destinate agli investimenti potrebbero calare significativamente e l’Italia, anche su questo fronte ambientale così delicato, continuerà non solo a restare indietro rispetto all’Europa ma inizierà a versare – come sta accadendo per i rifiuti – nelle casse di Bruxelles centinaia di milioni per legge ora in carico alle Regioni secondo la logica del “chi inquina paga”. La questione tariffaria è politica per la quantità di alibi e demagogia che le lascia da sempre al fondo classifica tra i paesi europei (140 euro l’anno di spesa per una famiglia italiana media, circa tre volte più basse sulla media Ue, un terzo di quelle francesi, un quarto di quelle tedesche, un quinto dei Paesi del Nord) ma è anche tecnica e di molta sostanza.

Al centro c’è il cosiddetto WACC, il sistema di rimborso dei costi del capitale investito nelle reti idriche. Il Garante, facendo levasull’attuale costo del denaro garantito dalla BCE, ha deciso diabbassare il WACC di circa un punto rispetto agli scorsi anni,portandolo a 5,34%: il tasso più basso di tutti i settori regolati, sia in Italia che in Europa (dove la media è oltre il 6%). I nuovi criteri stabiliti dall’AEEGSI partono da un paniere di titoli di Stato di Paesi con un rating a doppia A (come Francia o Germania), aggiungendo un rischio specifico del Paese nel quale si investe. In un periodo di tassi zero come l’attuale, il paniere di titoli considerato dall’Authority, corretto per il tasso di inflazione, porta però a rendimenti negativi. A questo punto, il regolatore ha indicato artificialmente un “floor”, un valore sotto al quale non si può scendere, fissandolo allo 0,5%.

Quindi, aggiungendo il rischio Paese e altri livelli di ponderazione, si è arrivati al fatidico 5,34%. Troppo poco per gli esperti del settore e secondo Utilitalia che raggruppa la maggior parte delle imprese idriche, per investire in modo efficace. I numeri, a guardarli bene, disegnano uno scenario preoccupante: per colmare il grave deficit infrastrutturale nelle nostre reti e negli impianti di depurazione – su cui pende la terza procedura di infrazione europea, con relative sanzioni – servirebbero 5 miliardi di euro all’anno per i prossimi dieci anni, pari a circa 80 euro di investimenti procapite. Il problema è che, finora, la media di investimento nazionale è stata di circa 34 euro per abitante, con punte minime nel Sud di 18 euro e una media di 10 euro l’anno procapite nelle gestioni comunali in house, quasi tutte decotte e al fallimento come hanno dimostrato i 20 giorni senz’acqua di Messina per la rottura di un tubo e una rete colabrodo, unico caso nel mondo avanzato. Risorse limitate, se pensiamo che in Germania si investono 80 euro procapite, 88 in Francia, 100 nel Regno Unito, con una media europea di 80-110 euro. Le decisioni dell’AEEGSI, secondo gli operatori, peggiorano ulteriormente la situazione, rallentando gli investimenti già in corso e bloccando i nuovi. Per questo, già nei prossimi giorni, bisognerà aspettarsi turbolenza nel settore.

I tecnici delle principali aziende, norme alla mano, confezioneranno una richiesta al premier Renzi: un provvedimento del Governo che indichi all’AEEGSI di avviare nuove procedure per incentivare gli investimenti su alcune infrastrutture irrinunciabili per la tutela ambientale (e per l’occupazione e la ripresa). Sarebbe un atto politico forte, ma gli operatori sperano di far leva sugli esiti di una recente ricerca dell’autorevole istituto REF: mantenendo gli investimenti programmati, il PIL aumenterebbe di 4 miliardi di euro all’anno, attivando 70mila posti di lavoro. Numeri che, evidentemente, non passeranno certo inosservati a Palazzo Chigi, mentre sono stati ignorati proprio dall’Autority nata per garantirli.

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