Il Bocia in Senato? La risposta sbagliata a un problema reale

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Il calcio italiano è pieno di problemi. Uno su tutti: la gente non va più allo stadio. Solo con una riflessione seria e delle azioni immediate si può uscire dalla spirale

Il calcio italiano ha un problema? Senza dubbio. Anzi, ne ha più di uno, ne ha molti. Il più evidente è, senza girarci troppo intorno, che la gente non va più allo stadio. Nella classifica dei club europei con la media spettatori più alta non c’è neppure una squadra italiana tra le prima 20 e solo due (Inter 24esima e Roma 30esima) tra le prime 30. Un quadro desolante e assolutamente incredibile se volgiamo il pensiero solo a qualche anno fa.

I motivi del crollo di spettatori sono molteplici e molti diversificati. Da una parte c’è sicuramente una questione tecnica, per cui il campionato italiano sta pagando in questa fase storica uno scarto sempre più ampio di disponibilità economiche (che si traducono nella sempre più marcata diaspora di grandi campioni) con gli altri campionati maggiori del continente, soprattutto la Premier inglese o la Liga spagnola.

La mancanza dei campionissimi non può essere una spiegazione, se è vero che nei primi 15 posti della classifica di cui parlavamo prima ci sono ben 7 squadre tedesche, che, tolti il Bayern Monaco e forse il Borussia Dortmund, non hanno certo dei nomi in grado di attrarre l’interesse tout court di centinaia di migliaia di persone. I problemi, con tutta evidenza, sono anche altri: la mancanza di strutture adeguate, per esempio, è un vulnus ormai cronico che contribuisce sicuramente allo spopolamento delle tribune.

C’è poi una questione che riguarda le tifoserie in sé. Come in nessuno dei Paesi sopra citati, infatti, le frange del tifo organizzato hanno avuto e continuano ad avere un potere quasi egemone dentro e, molto spesso, anche fuori dallo stadio. Le curve, è inutile negarlo, sono state un porto franco per anni, in cui vigeva solo ed esclusivamente la legge degli ultrà. Davanti a questa deriva e ai ripetuti episodi di violenza, che già avevano contribuito all’inizio dello svuotamento degli stadi, la risposta dello Stato (in particolare degli scorsi governi) è stata spesso sbagliata e contraddittoria.

L’introduzione della tessera del tifoso e dei biglietti nominali non solo non ha risolto i problemi, ma ha complicato in maniera spesso inspiegabile anche solo il semplice acquisto del biglietti, disincentivando ulteriormente un pubblico già ampiamente demotivato. Ancora più ambigua e contestata è stata la decisione, presa dal prefetto di Roma Franco Gabrielli, di mettere in campo misure estreme per combattere gli episodi di violenza allo stadio Olimpico. Tra queste c’è anche la divisione in due delle curve di Roma e Lazio, un provvedimento che è diventato fattore scatenante per le due tifoserie capitoline che, tra l’altro, hanno clamorosamente disertato l’ultimo derby cittadino. Al tempo stesso la misura presa da Gabrielli è diventata il simbolo della protesta degli ultrà e si è velocemente propagata in tutte le curve d’Italia.

Davanti a tutto questo, il senatore del M5S Vito Crimi, alla presenza del capogruppo della Lega Nord Gian Marco Centinaio e di Sel Loredana De Petris, ha ritenuto di dover organizzare un incontro a Palazzo Madama con 25 capi ultrà per parlare della situazione e trovare le ricette per uscire dal vicolo cieco in cui sembra essersi infilato il calcio italiano. “Siamo stati dei maestri per l’Europa intera, eravamo il mito per l’Eruropa e oggi l’Europa ci bagna il naso: noi vogliamo riavere i nostri strumenti. Lasciateci fare i tifosi, non dividete le curve. Lasciateci fare quello che siamo bravi a fare, con passione: tifare. Ridateci quello che ci spetta”. E’ quanto ha detto il capo ultrà dell’Atalanta Claudio Galimberti, detto Bocia, al termine dell’incontro.

Incontro che ha sollevato una miriade di polemiche, soprattutto tra le fila del Partito Democratico. “Immaginiamo che il M5S si farà scrivere le proposte sulla sicurezza negli stadi dai capi ultras, ospitati ieri in Senato. Un consulente forse c’è già, si chiama Claudio Galimberti, detto Bocia, con nove Daspo è sicuramente un grande esperto”. Così i senatori Pd Andrea Marcucci, presidente della commissione Cultura e Sport, e Franco Mirabelli, capogruppo Dem in commissione Antimafia. Parole in linea con quanto scritto su Facebook dal responsabile Sport del Pd Luca Di Bartolomei: “La Repubblica italiana, alla presenza di onorevoli parlamentari avrebbe quindi ospitato in una sede istituzionale un soggetto sottoposto ad una misura cautelare sovente utilizzata per la criminalità organizzata. Ecco adesso io vorrei esprimere la mia solidarietà e vicinanza a Giovanni De Biase, dirigente della Digos che il Bocia si era sentito in dovere di minacciare e al Pm Laura Cocucci”.

Posta la buona fede e i buoni intenti (riportare la gente allo stadio) di chi ha organizzato l’incontro, davvero si può pensare che un tema così complesso si possa risolvere con una seppur bellissima coreografia? Non è forse vero che la gente ha cominciato a smettere di andare allo stadio quando per entrare negli impianti doveva fare lo slalom tra lacrimogeni e pietre lanciate negli scontri tra ultrà e polizia? Oppure quando i giocatori erano costretti ad andare a capo chino a prendere insulti (e non solo) sotto le curve inferocite? Davvero possiamo pensare che far entrare i vari Bocia in Senato possa risolvere i problemi del calcio, che sono culturali, strutturali, economici e strategici?

Prima che il calcio italiano entri davvero in una spirale dalla quale difficilmente potrà uscire, consigliamo a tutti coloro che hanno responsabilità esecutive e legislative in questo Paese di riflettere seriamente sul da farsi e, se serve, di rivedere alcune delle decisioni sbagliate prese negli scorsi anni. Coinvolgendo tutti i soggetti, dai sindaci dalle società calcistiche, che possano realmente e seriamente dare una mano.

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