Francia e Germania verso il voto, quanto peserà il terrore?

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Parigi e Berlino arrivano all’appuntamento elettorale con l’incubo terrorismo e lo spauracchio dei partiti identitari che potrebbero beneficiare del clima di paura

Neanche la tempo di piangere i morti di Rouen, neppure la minima intenzione di pensare all’appello all’unità della politica lanciato dal presidente François Hollande dopo l’ennesima strage di sangue firmata dai terroristi dell’Isis: la politica francese si spacca e in men che non si dica parte il valzer delle accuse. In testa a tutti, manco a dirlo, c’è Marine Le Pen, che punta il dito contro i governi che hanno guidato il Paese negli ultimi anni. A ruota un redivivo Nicolas Sarkozy che, parafrasando Hollande, riafferma la necessità di comprendere che ormai “siamo in guerra e dobbiamo cambiare tutto”.

Cambiare tutto, nella Francia di oggi, pronunciato da un politico, vuol dire rivolgere lo sguardo e il pensiero alla prossima primavera quando i cittadini saranno chiamati alle urne per le elezioni presidenziali più delicate (forse) della storia del Paese.

Elezioni alle quali, “a meno di un miracolo” come fa notare la sindaca socialista di Parigi Anne Hidalgo, il grande sconfitto sarà proprio Hollande. Il livello di disapprovazione nei confronti del governo di centrosinistra è ormai a livelli storici (l’87% dei francesi si dice deluso dall’attività dell’esecutivo) e i drammatici fatti che si stanno susseguendo in questi mesi – ultimo il brutale attentato nella chiesa di Saint-Etienne-du Rouvray, per non parlare delle stragi di Nizza e di Parigi – non fanno che alimentare questa disillusione. Disillusione che viene trasformata in rabbia e odio (e quindi in consenso elettorale) da parte delle ali estreme della politica francese, di cui la Le Pen è il simbolo indiscusso.

Tutti i sondaggi in Francia concordano sul fatto che dal primo turno del prossimo 23 aprile usciranno vincitori i Repubblicani e la candidata del Fronte, con Hollande fuori dai giochi. Uno scenario che spaventa talmente tanto i socialisti da consigliare agli astri nascenti del partito, da Manuel Valls a Emmanuel Macron fino alla sindaca di Lille Martine Aubry, di saltare un turno e rimettersi in gioco solo nel 2022. Al momento quegli stessi sondaggi danno il partito ora guidato da Sarkozy in vantaggio sulla figlia di Jean-Marie in occasione del ballottaggio del 7 maggio. Decisive saranno le primarie del partito di centrodestra che si svolgeranno il 20 e 27 novembre di quest’anno e che, in attesa di capire cosa farà l’ex inquilino dell’Eliseo, vedono in vantaggio nell’affollata corsa Alain Juppé, primo ministro nel governo Chirac degli anni ’90, noto per aver provocato l’ultimo grande sciopero generale contro la proposta di riforma dei regimi pensionistici.

A pochi mesi di distanza dalle presidenziali francesi, un altro appuntamento, forse ancora più importante, segnerà inequivocabilmente il futuro prossimo dell’Europa e quindi del mondo: le elezioni federali in Germania, previste per l’autunno del 2017. Una data ancora non c’è, la prima possibile è quella del 27 agosto. Qui la situazione è più intricata e gli scenari possibili sono ancora tutti aperti. La legge elettorale proporzionale da una parte garantisce maggiore rappresentatività, dall’altra rende più difficile la formazione di un governo stabile.

Anche in questo contesto, pesantemente colpito negli ultimi giorni dall’incubo terrorismo, il grande spauracchio è quello dei partiti identitari di estrema destra, uno su tutti Alternative für Deutschland. La politica dell’accoglienza nei confronti dei migranti messa in campo da Angela Merkel, alla luce dei fatti di Wurzburg, di Monaco, di Ansbach, rischia di rivelarsi un elemento di destabilizzazione, prontamente cavalcato dai “seminatori di odio” di estrema destra.

Le elezioni quindi, si trasformeranno nell’ennesimo referendum sulla Merkel e (elemento di novità) questa volta anche sull’Europa. La situazione economica in Germania rimane anni luce migliore rispetto agli altri grandi paesi europei e questo è un fattore che sicuramente peserà. Gli ultimi sondaggi dicono che l’Unione democristiana (Cdu-Csu) sta intorno al 34%, i socialdemocratici della Spd al 22%, i Verdi al 12%, Adf al 10% e la sinistra al 9%, con i liberali al 6%. Con questi numeri la cosa più probabile è un’altra riedizione della grosse koalition ma spaventa la crescita del partito euroscettico guidato dalla leader Frauke Petry. Se dovesse sfondare quota 10% (in alcune zone del Paese viene attestato già vicino al 20%) erodendo altro consenso ai partiti tradizionali, per la Germania potrebbero aprirsi scenari davvero preoccupanti.

 

 

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