I tre scenari del congresso Pd (quando sarà)

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Il segretario del Pd Matteo Renzi all'Assemblea e Congresso del Partito Democratico alla Fiera di Milano, Milano,15 dicembre 2013.  ANSA/MOURAD BALTI

Tempi e modi di una campagna congressuale già iniziata. Ecco perché sarà impossibile distinguere tra segretario e candidato premier

La lunga campagna congressuale del Pd è già iniziata. Lo si avverte dai movimenti che percorrono sotto traccia l’attività del partito, dall’avvicinamento o l’allontanamento delle diverse componenti tra loro, dalla centralità che alcune personalità provano ad acquisire nel dibattito. Ma occasionalmente il tema emerge anche sui giornali: oggi, ultima in ordine di tempo, è Maria Teresa Meli a ipotizzare sul Corriere della sera un anticipo dell’assise (e anche delle elezioni politiche) come idea che circolerebbe in ambienti vicini a Renzi.

A rendere già esplicito l’avvio della road map congressuale è stata la minoranza guidata da Roberto Speranza, che ha convocato (anche) per questo motivo un appuntamento pubblico per metà marzo e ha iniziato a riorganizzare le truppe sui territori (lo avevamo spiegato qui nel dettaglio).

Quello che Sinistra riformista chiede è che sia un congresso “vero”, senza blindature da parte di Renzi né tentativi di cambiare le regole in corsa. E il segretario in carica non sembrerebbe intenzionato a mettere in atto pratiche che lui stesso ha fortemente contestato quando furono ipotizzate e in parte realizzate – allora sì – dalla segreteria Bersani, alla vigilia delle primarie per la scelta del candidato premier. Nonostante questo, però, basta immaginare i diversi scenari politici entro cui potrà collocarsi il congresso dem per capire come Renzi partirà molto probabilmente con una condizione di oggettivo vantaggio, derivante non solo dall’essere l’incumbent, ma anche dall’intreccio tra l’assise del partito e le elezioni politiche.

Al di là delle schermaglie interne, infatti, nessuno dentro il Pd osa mettere in discussione il fatto che Renzi sia il prossimo candidato premier sostenuto da tutti i Democratici. Chi gli si oppone in maniera più netta – Speranza e i suoi – tutt’al più cavalca la necessità di separare la figura del segretario da quella del presidente del Consiglio. Ma questo principio può avere effetto solo se venisse riconosciuto da tutti. E invece niente lascia pensare che Renzi possa non ripresentare la propria ricandidatura alla guida del Pd.

Ecco allora i tre possibili scenari che si potranno realizzare.

1. Congresso a fine 2016/inizio 2017, elezioni a inizio/primavera 2017. È l’ipotesi immaginata oggi dal Corriere. La scelta del segretario si posizionerebbe così tra il referendum costituzionale e le elezioni politiche, con pochissimi mesi di distanza tra i tre appuntamenti. Nella migliore delle ipotesi (per tutto il Pd), Renzi uscirebbe da una scommessa vittoriosa sul referendum, sulla quale ha puntato la vita stessa del suo governo, e sarebbe già in piena campagna elettorale per le politiche, della quale le primarie congressuali sarebbero inevitabilmente una tappa importante. Quella di chi lo combatte al congresso e contemporaneamente lo sostiene per le urne sarebbe una posizione complicata da spiegare per i suoi avversari interni.

2. Elezioni nella primavera 2017, congresso a fine 2017. Ipotizziamo invece che Renzi voglia anticipare il voto, ma non sfruttare l’assise dem come traino per le urne, mantenendo la scadenza naturale del mandato. Poco probabile, ma possibile. In quel caso, il segretario uscente verrebbe dai successi del referendum e delle urne (sempre prendendo in considerazione il percorso più fortunato per tutto il Pd). Difficile immaginare un candidato segretario più forte alla guida del partito.

3. Congresso a fine 2017, elezioni a inizio 2018. È lo scenario più lineare, quello che vede mantenere le scadenze naturali sia della segreteria che della legislatura. E ci riporta a una situazione molto simile alla prima ipotesi, con un’assise che si svolgerebbe in piena campagna elettorale, a pochi mesi dalle urne. La minoranza sarebbe costretta a spiegare una scelta politicamente complicata (la separazione tra le figure di segretario e candidato premier), che già una volta è stata bocciata da iscritti ed elettori dem e che – nel caso in cui prevalesse – potrebbe compromettere la corsa del candidato di tutto il partito a palazzo Chigi.

Per questo, al di là delle date, il percorso congressuale sembrerebbe già segnato. A meno che le cose inizino a girare per il verso sbagliato per il governo Renzi, a cominciare non tanto dalle prossime amministrative quanto piuttosto dal referendum costituzionale. In quel caso, però, verrebbe da chiedersi quanto a rimetterci sarebbe Renzi in persona e quanto piuttosto tutto il Pd, a favore dei Cinquestelle e della destra (o delle destre). Il congresso diventerebbe a quel punto un passaggio secondario all’interno di uno scenario molto complicato per i dem.

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