I riformisti minimal alla sfida del voto cercando un altro Iran

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epa05181521 Iranian women show their IDs as they wait in line to cast their votes in the parliamentary and Experts Assembly election outside a polling station at Ershad Mosque in Tehran, Iran, 26 February 2016. Voting began in Iran's parliamentary elections, which mark the first test of the political mood since Iran's nuclear deal with major powers reached in July. More than 4,800 candidates are running for 290 seats. Voters were also electing the 88 members of the Assembly of Experts, the body that selects a supreme leader, who is Iran's head of state, and monitors his work. Almost 55 million people are eligible to vote including 8.5 million in the capital Tehran.  EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

Rischio apatia alle politiche di oggi. Il presidente Rohani spera in un parlamento meno ostile. Tramontate le ambizioni dell’Onda verde: “Oggi l’obiettivo è restare sulla scena politica per cambiarla in futuro”

Si vedono solo le mani di Khatami sui poster che spuntano prudentemente nei pochi raduni riformisti, più spesso in spazi chiusi, feste private, meeting sotto traccia. Il presidente riformista degli ultimi anni ‘90, è ancora agli arresti domiciliari ed è vietato pubblicare la sua immagine. Esilio mediatico aggirato grazie al web e ai social imbavagliati nei giorni dell’Onda verde, quando nel 2009 il più giovane Iran si era illuso di poter avere la sua primavera politica. I sigilli su internet oggi si aggirano grazie a software disponibili sul mercato e persino l’ayatollah Khamenei ha il suo profilo Twitter da dove chiosa le vicende politiche in diverse lingue. Anche Khatami, che fa capolino da Instagram a dispetto di ogni divieto, ha potuto lanciare il suo appello al voto a favore del blocco riformista e moderato, un appello ad unire le forze. Quattro minuti su YouTube per dare il suo sostegno alla «Lista per la speranza» e invitare a non disertare i seggi. «Dopo il primo passo nel 2013 (l’elezione di Hassan Rohani, ndr), questa coalizione dovrebbe fare un secondo passo per il Majlis», il Parlamento, e nell’Assemblea degli esperti, sostenendo qui le liste guidate da Rohani e dall’ex presidente Rafsanjani. «Coloro che hanno a cuore gli interessi del Paese e il suo progresso e la rimozione delle minacce e limitazioni dovrebbero votare per tutti gli esponenti di entrambe le liste».

Primo banco di prova per Rohani dopo l’accordo sul nucleare, che ha chiuso un lungo capitolo di isolamento internazionale e schiuso nuove possibilità con la fine delle sanzioni. Economiche intanto e in prospettiva anche politiche. Per il presidente che ha concluso il patto con il Grande Satana americano nonostante l’opposizione dei falchi del regime – ma con il beneplacito della Guida suprema – l’opportunità di iniettare una dose di riformisti nel parlamento conservatore che finora lo ha osteggiato come ha potuto. E in prospettiva di mettere un’ipoteca sulle elezioni presidenziali del 2017. In palio non solo una rappresentanza parlamentare meno squilibrata a favore dei falchi, ma anche la composizione dell’Assemblea degli Esperti, gli 88 mujtahids, i teologi dell’Islam incaricati di eleggere (e teoricamente rimuovere dal suo incarico) la Guida Suprema: a questa tornata gli scranni degli Esperti hanno in più un valore aggiunto dato dalla salute malferma dell’ayatollah Khamenei, 76 anni e un cancro alla prostata che lascia presagire la necessità in tempi relativamente brevi di ragionare sulla sua successione.

Per Rohani che con l’ex presidente Rafsanjani si ricandida in questo consesso, l’ambizione è quella di riuscire a contenere l’ala conservatrice così da poter condizionare la nomina della prossima Guida Suprema e quindi il corso futuro dell’Iran. La sfida politica passa per la capacità di dare una prospettiva di medio periodo agli accordi siglati, traducendoli dal linguaggio della diplomazia internazionale in pane quotidiano. Si spiega così l’annuncio – che a qualcuno è sembrato frettoloso ed è stato criticato dagli oltranzisti come uno spreco di cui si sarebbe potuto fare a meno – dell’acquisto di 118 Airbus fatto poche ore dopo la firma dell’accordo sul nucleare: un mega-ordine che non è solo una porta spalancata all’asfittica economia europea per inaugurare una nuova stagione di relazioni con Teheran (appetibile mercato da 80 milioni di abitanti carenti un po’ di tutto), ma anche una prova tangibile per gli iraniani di un cambiamento possibile, sia pure per ora limitato alla assai malridotta flotta aerea nazionale.

Un primo passo, quanto convincente lo diranno le elezioni di oggi. O meglio lo diranno solo in parte. Perché il sistema elettorale iraniano prevede una scrematura ideologica delle candidature affidata al Consiglio dei guardiani, un organo formato da 12 membri: sei teologi nominati dalla Guida suprema, più sei giuristi nominati dal potere giudiziario (comunque dipendente da Khamenei). Il loro compito è quello di vagliare requisiti e affidabilità, di fatto fanno letteralmente il bello e cattivo tempo condizionando l’esito elettorale. Dei dodicimila nomi sottoposti, solo la metà ha ottenuto la qualificazione – un’ulteriore riduzione è avvenuta alla vigilia del voto – e com’era prevedibile le più penalizzate sono state le candidature riformiste. «Solo un candidato su 20 è riuscito a superare le selezione», secondo Saleh Nikbakt, difensore dei ragazzi della Rivoluzione Verde del 2009 e avvocato di fama. Tra gli esclusi di rango, il nome più noto è sicuramente quello del nipote del fondatore della repubblica islamica e prima Guida Suprema dell’Iran: Hassan Khomeini, sponsorizzato dai riformisti, è stato bocciato nonostante il rango e la popolarità.

Rohani ha criticato la sua esclusione e bollato i Guardiani di eccessiva severità. Ha anche ricordato che la Costituzione prevede quote per le minoranze ma che il Consiglio non consente un’adeguata rappresentanza ad una parte importante della società iraniana che si riconosce nei riformisti. Critiche che sono apparse comunque troppo timide a chi, ancora qualche anno fa sperava in un’evoluzione democratica del Paese. E oggi non sa se affidarsi ancora a quel blocco moderato e riformista che promette piccoli passi e mai si sognerebbe di mettere in discussione la repubblica islamica. «Agiamo all’interno del sistema. Nessuno ama la rivoluzione più di noi. Come una madre, ce ne preoccupiamo e vogliamo preservarla», ha avuto modo di dire il nuovo leader riformista Mohammad Reza Aref.

È qui, in questo spazio tra le ambizioni riformiste di Khatami e la durezza di un presente fatto di forti limitazioni, con le carceri ancora piene dei giovani arrestati nel 2009 e con i leader riformisti sotto chiave – anche Hussein Mussavi e Mehdi Karrubi sono tuttora agli arresti domiciliari – qui appunto che si gioca la scomessa di Rohani. Che non promette rivoluzioni, ma un’apertura al resto del mondo come e quanto si potrà. Non c’è di che infiammare gli animi e l’apatia è forse il rischio più grosso per il presidente, che nella migliore delle ipotesi non potrà contare a detta degli osservatori che su un terzo dei 290 seggi del parlamento. Ma questa mezza misura, condita di realismo e della bruciante esperienza del 2009 sommata all’evoluzione tragica della stagione delle Primavere arabe, potrebbe risultare anche in un punto di forza: perché è il solo argine all’oscurantismo, la sola barriera. Anche nella sua versione minimal. «Abbiamo bisogno di restare sulla scena politica – ha spiegato al New York Times Ibrahim Asgarzadeh, leader riformista escluso dalla competizione elettorale. «Ora non chiediamo più a gran voce la liberazione di quanti sono agli arresti domiciliari, diritti umani e libertà d’espressione. Il nostro obiettivo è far parte dell’establishment per cambiarlo nel futuro».

Qualcuno la definisce l’età adulta, raggiunta in un ambiente ostile. Il tramonto dei sogni giovanili davanti alla realtà cruda. L’alternativa però ha un volto più feroce. Anche se oggi il fronte conservatore appare più frantumato. E una parte dei falchi di ieri oggi converge in una posizione mediana, più possibilista. O come si dice pragmatica. L’esponente più noto è Ali Larijani, lo speaker del Parlamento, che ha ricevuto l’endorsement inaspettato di Qassem Suleimani, il capo di Al Quds, corpo d’élite delle Guardie della Rivoluzione e anche quello dei riformisti.

Uno scenario meno limpido che in altre stagioni, meno leggibile e più contraddittorio. E questo spiega perché tutti, inclusa la Guida Suprema, abbiano invitato con insistenza a votare, temendo l’astensione. Khamenei lo ha fatto a modo suo, chiedendo un parlamento capace di «non farsi intimidire dagli Stati Uniti». Rohani ha replicato invitando a non «esagerare l’influenza delle vecchie, obsolete potenze coloniali, sottostimando la nazione iraniana». «State facendo un errore», ha detto. Senza mai nominare la Guida Suprema.

 

Foto Ansa

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