I ragazzi terribili che tifavano rivolta

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Il documentario “Italian Punk Hardcore 1980-1989” racconta la stagione dell’hardcore punk in Italia, una scena potente e ribelle

Italia, anni ’80. Nel cuore di un decennio raccontato dai mass media come quello del “riflusso” e del “disimpegno”, migliaia di giovanissimi si gettano nell’avventura del punk. Il fenomeno nato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, famoso per le gesta di Ramones e Sex Pistols, è però già un reperto storico. Tempi nuovi sono alle porte. Urge la nascita di una nuova attitudine meno nichilista che porti a un cambio rapido di filosofia. Ed ecco in pochi mesi spuntare un po’ ovunque in Italia locali autogestiti da gruppi di ragazzini poco più che adolescenti (spesso neanche) in cui suonano le nuove band hardcore punk. Si tratta di un nuovo genere musicale distorto e incredibilmente veloce che fa sembrare il suono delle punk band storiche un rock’n’roll appena addomesticato.

Esplode insomma un fenomeno mondiale in cui l’Italia si conquisterà – contro ogni pronostico – un ruolo di primo piano grazie a una manciata di band formidabili. Qualcuna di loro è diventata famosa, la stragrande maggioranza no, ma tutte queste si trovano insieme nel primo dvd completo dedicato a quella scena.

Appena uscito nei negozi e protagonista proprio in questi giorni di una fitta campagna di presentazioni in giro per il paese, il dvd in questione si intitola Italian punk hardcore – 1980-89 – The Movie ed è firmato da un terzetto di registi: Angelo Bitonto, Giorgio Senesi e Roberto Sivilia. Gli ultimi due rappresentano il cuore di Lovehate80, casa di produzione barese e centro di documentazione della scena hardcore punk italiana. A questi tre eroi va un plauso per aver gettato il cuore oltre l’ostacolo cimentandosi in un’impresa da far tremare i polsi: raccontare la storia di una scena complessa, divisa fin dalla nascita da settarismi iper-ideologizzati che oggi risultano spesso stucchevoli, in più di un caso ridicoli.Ed è da rimarcare lo sforzo necessario per organizzare le numerosissime interviste ai protagonisti del punk italiano che costituiscono l’asse portante del documentario. E poi c’è voluta una certosina operazione di editing, che ha cucito le varie dichiarazioni in un racconto coeso, abbastanza chiaro anche per chi di tutta questa storia non sa niente: 59 milioni di italiani su 60, suppergiù. Morale della favola: ci sono voluti sette anni per portare a termine Italian punk hardcore e chissà che in un lasso di tempo così esteso, alcuni degliintervistati non abbiano cambiato opinione su certi eventi confessati alla macchina da presa.

Un arco di lavorazione così lungo ha poi anche prodotto un effetto bizzarro. Intervistati in qualche caso sette anni prima dell’uscita del dvd, visti oggi i protagonisti del punk italiano paiono ben più giovani di quanto non siano, e questo fa sì che loro avventure anni ’80 sembrino paradossalmente più vicine. Tutti loro comunque, a volte con disincanto, altre con ingenuità, raccontano se stessi, le loro band, l’appartenenza a una singolare comunità perennemente in viaggio tra Milano e Bari, Torino e Amsterdam, Bologna e San Francisco. E già. Alcune delle band di cui qui si parla hanno suonato in mezzo mondo e sono finite nelle Enciclopedie del Rock italiano uscite nel corso dei decenni.E oggi la nozione che CCM, Negazione, Raw Power e Indigesti (nei quali ha orgogliosamente militato chi scrive) siano riusciti a portare la loro musica persino in America con una serie di furiosi tour coast-to-coast, è abbastanza comune tra gli appassionati di musica rock.

Merito (anche) di una manciata di vinili che oggi i collezionisti si disputano a colpi di centinaia, quando non migliaia di euro, nelle aste. Per sincerarsene, basta dare un’occhiata a discogs.com, la “borsa” del collezionismo discografico mondiale. In Italian punk hardcore si ritrovano tutti i gruppi sopracitati e molti sconosciuti ai più. E qui l’approccio “dal basso” e tassonomico scelto dal terzetto in regia suscita qualche perplessità. Tralasciando le band che nel tempo hanno trovato diverse occasioni di racconto giornalistico, filmico e letterario anche presso il grande pubblico, per una serie di gruppi dirompenti ma poco noti come i coltissimi I Refuse It di Firenze, i loro concittadini Putrid Fever o gli arrembanti Peggio Punk di Alessandria, il dvd Italian punk hardcore rappresentava forse l’occasione per ottene-re il giusto riconoscimento. Invece si ritrovano schiacciati in mezzo a gruppi che dietro di sé hanno lasciato un decina di concerti scadenti e un 45 giri privo di qualunque valore artistico.

Una selezione più rigorosa avrebbe aiutato a far risaltare ciò che di prezioso è stato partorito dalla scena italiana. La logica di Bitonto, Senesi e Sivilia va invece nella direzione opposta: ricostruire nel modo più capillare possibile il movimento punk tricolore, in tutto il suo insieme. Da questa scelta scaturisce un documentario lungo ben due ore che dà voce a ogni scena cittadina, a ogni locale dell’epoca nel tentativo di soddisfare una voglia bulimica di raccogliere e trasmettere informazioni. Sul piano sociologico della ricostruzione il dvd Italian punk hardcore centra in pieno il bersaglio. Fatto salvo qualche elemento che giocoforza resta fuori da qualunque grande affresco, persino da questo taglia extra-large, in Italian punk hardcore c’è tutto. Ci sono gli spezzoni di concerti e i volantini dell’epoca montati in modo vorticoso tra un’intervista e l’altra. C’è la grafica sbilenca e aggressiva dei manifesti dei concerti che si andava ad attacchinare la notte nelle città, ben attenti a non essere scoperti dalla polizia. Ci sono le fanzine fotocopiate che passavano di mano in mano attraverso mail order che prefiguravano senza saperlo i network di internet. C’è l’anarchismo e l’impegno di chi sottolinea la rottura rappresentata dal movimento punk rispetto agli anni dell’Autonomia, rivendicandone il lato più politico. Qui l’attenzione è tutta sull’autogestione degli spazi e il rifiuto di ogni contatto con la società. Ed ecco quindi la storia dei leggendari locali alternativi della prima metà anni ’80: il Virus occupato di Milano, La Giungla di Bari, il Victor Charlie di Pisa. Da menzionare l’assalto alla troupe televisiva della RAI andata a tastare il polso ai giovani punk torinesi nel riassunto di Mungo, chitarrista del Declino. Ci sono le varie testimonianze sui disordini al concerto dei losangelini Black Flag all’Odissea 2001 di Milano, boicottato perché ritenuto un evento d’impronta commerciale.

C’è insomma la spiegazione della filosofia punk: do it yourself. Ciò che fai fallo per conto tuo. Ed ecco quindi tutti i racconti sull’autoproduzione dei dischi e la costruzione di un canale distributivo indipendente. Di questo ad esempio parla Stiv Valli, genio grafico a cui si deve la fanzine T.V.O.R., poi diventata casa discografica. Non si nasconde nelle sue parole, nel suo sguardo, l’emozione per un tempo che se n’è andato. Accanto a questo parte più ideologica e meditata, la girandola d’interviste di Italian punk hardcore impagina dichiarazioni che mettono in luce anche l’istinto casinaro e giovanilista della scena. Jaime detto “Muscoletto” racconta di quando nel 1982 munito di maschera e boccaglio e indossando il solo costumino da spiaggia, si gettò dal palco nel pogo sfrenato del Virus. Un gesto a suo modo dadaista, probabilmente inconsapevole, che però aveva avuto da subito il merito di consegnare alla storia l’istantanea di una generazione di ragazzini scapigliati e ribelli sì, ma anche smaniosi di divertimento. Sullo stesso filone si muovono i molti aneddoti raccontati dai membri e simpatizzati della scena, alcuni fin troppo incredibili, come il concerto che finì sotto un fitto lancio di assorbenti usati o la storia del punk così ubriaco da bersi i flaconi di profumo sgraffignati a paio di ragazze.

Si inseriscono in quest’ambito le apparizioni di ceffi tatuati a torso nudo o nascosti dietro occhiali scuri da pusher: tipi che in un documentario “normale” non verrebbe mai e poi mai mostrati. Ma anche loro, sembra suggerire Italian punk hardcore, hanno fatto parte di una scena che dietro di sé ha lasciato qualcosa. Una serie di suoni, idee, parole, immagini e suggestioni capaci di attraversare i decenni, cambiare linguaggio e trovare una nuova forza. La stessa che si trova nei finti paesaggi urbani degli artisti Botto & Bruno o nei “graffiti dipinti” di Bartolomeo Migliore, o nei romanzi di Marco Philopat. Esperienze che si ricollegano più o meno direttamente all’arte prodotta dalla generazione punk: minoritaria, ostile da ogni compromesso, creativa sotto ogni aspetto. Tratti distintivi che Italian punk hardcore mette, per così dire, “a sistema” per chi quelle vicende le ha vissute in prima persona e per chi non c’era, ma ha il diritto di scoprire che gli anni ’80 in Italia sono stati ben più sperimentali e sfaccettati di quanto venga comunemente detto dai mass media. Chissà, forse proprio perché erano troppo impegnati a raccontare di “riflusso” e “disimpegno”.

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