I Quattro di Visegrad, l’Europa che vuole i soldi e non i migranti

Scenari
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Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia stanno cementando la loro unione (in ottica anti-Merkel?) attorno alla volontà di fermare i flussi migratori

Non c’è troppo da girarci intorno. Il concetto quello è: fermare il flusso di rifugiati. Lo esprimono da mesi i paesi dell’Europa centrale (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia), tanto che ormai il foro di dialogo che li riunisce, il Gruppo Visegrad, è diventato un’espressione che va al di là dei soli aspetti geografici. Rappresenta una forma di opposizione e chiusura. Verso i rifugiati, appunto. In parte anche nei confronti del liberalismo democratico europeo, almeno a giudicare dal mondo in cui il modello Orban in Ungheria e quello Kaczynski da poco riaffermatosi in Polonia vengono interpretati da molte testate che contano. Ma quest’altra storia è troppo complessa da affrontare. Torniamo alla prima.

In queste ore si tiene a Praga un vertice del quartetto, proprio sui rifugiati. Stavolta non si tratterà soltanto di ribadire l’esigenza, avvertita della regione, di contenere, se non arrestare, la marcia delle migliaia di persone che ancora continuano a sbarcare in Grecia e da lì a risalire lungo la “rotta balcanica” verso l’Europa. Stavolta si va oltre. «Fintanto che mancherà una coerente strategia europea, è legittimo per i paesi dei Balcani proteggere i proprio confini. Li aiuteremo a farlo». Queste parole, consegnate alla stampa tedesca da Miroslav Lajcak, il ministro degli esteri della Slovacchia, riassumono il mutato approccio dell’Europa centrale. Ci si mette a disposizione, insomma, di tutti coloro che vorranno controllare con fermezza i confini. In questo senso il primo ministro ungherese Viktor Orban ha esortato gli omologhi bulgaro e macedone, Boyko Borisov ed Emil Dimitriev, a chiudere la frontiera con la Grecia (tutta l’Europa centrale l’accusa di lassismo e inefficienza), copiando quando fatto dal paese magiaro lungo i confini con Serbia e Croazia. Borisov e Dimitriev, tra l’altro, sono stati invitati a prendere parte al consesso di Praga.

Messa in altri termini, questo vertice rischia di diventare la genesi di una cordata centro-europea che si oppone apertamente, nettamente e formalmente alla politica della Germania delle porte aperte e al piano europeo sulla redistribuzione dei rifugiati, redatto dalla Commissione su impulso tedesco. La Slovacchia, contro quest’ultimo, ha persino depositato ricorso presso la Corte europea di giustizia. La Repubblica Ceca e l’Ungheria non l’hanno votato. La Polonia sì, ma a farlo fu il precedente governo. L’attuale ha detto che vi si atterrà, ma non manca di manifestare la propria ostilità alla vie tracciate a Berlino e Bruxelles.

La rilevanza del vertice di Praga non sta solo nei contenuti e negli inviti diramati. Contano anche i tempi. Il fatto che il Gruppo Visegrad conferisca di questi temi alla vigilia del Consiglio europeo di giovedì e venerdì fa capire che l’Europa centrale intende cementare la propria unione su questo punto.

I motivi che spingono i paesi dell’area Visegrad a predicare le porte chiuse sono plurimi. Ci sono i calcoli elettorali (la Polonia ha votato a ottobre e la Slovacchia va alle urne a marzo); ci sono la scarsa abitudine al confronto con la diversità e ci sono i rigurgiti di nazionalismo; c’è la motivazione legale (non si tratta di sabotare Schengen ma di applicarlo alla lettera visto che prevede controlli alle frontiere esterne dell’Unione) e c’è l’idea che non si possa condonare alla Grecia qualsiasi cosa, dalle finanze alla registrazione dei migranti, mentre l’Europa centrale, nel corso del processo di adesione e post-adesione all’Ue, ha dovuto digerire riforme, direttive e regole precise.

Ci sono queste e altre cose di cui in parte s’è già detto. Ma il punto, adesso, è capire in che misura l’irrigidimento dell’Europa centrale può incidere sulla questione Schengen. Non saranno di certo questi paesi a decidere questa vertenza, ma il vertice di Praga sposta ulteriormente a sfavore della Germania gli equilibri. Angela Merkel è sempre più sola, su questo fronte, tenendo conto che l’Austria vuole decurtare il numero di richieste di asilo (da 90mila a 37mila), la Svezia inizia a manifestare perplessità, la Francia dice no a ogni ulteriore piano di redistribuzione di rifugiati e c’è una discreta voglia, alle varie latitudini e longitudini d’Europa, di ibernare Schengen. Senza contare il crescere di un’opposizione interna in Germania alla politica della Merkel sui rifugiati.

Sulla salvaguardia di Schengen il principale alleato della cancelliera, a questo punto, sembra essere Matteo Renzi. Al di là delle differenze espresse su altri piani, nel recente incontro di Berlino i due hanno infatti convenuto che la crisi dei migranti non debba portare alla sepoltura di Schengen, principio cardine del progetto europeo. Sarebbe una catastrofe.

«Non si può essere solidale quando c’è da chiedere i soldi e non solidale quando devi accogliere i migranti», ha spiegato il presidente del Consiglio durante un incontro con il cancelliere austriaco Werner Faymann (Renzi sta cercando di creare coesione nel Pse per gestire i problemi e spostare gli equilibri europei). Suona come un richiamo all’Europa centrale, espresso più volte e da più parti, seguendo lo stesso registro. È noto del resto che fondi strutturali e investimenti occidentali hanno messo il turbo alla “nuova” Europa. E se è vero che non tutto può ridursi a questo e che per Polonia e altri l’Europa non è solo un aver soldi, è altrettanto certo che le porte chiuse di polacchi, cechi, slovacchi e ungheresi vengono vissute dalla Germania come una forma di irriconoscenza, dato che Berlino ha sostenuto con vigore l’allargamento a Est e per di più ha dirottato oltre la vecchia cortina di ferro miliardi di miliardi di euro in investimenti.

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