I punti in comune tra riforma costituzionale e programma M5S

Referendum
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Quanti punti in comune ci sono tra la riforma costituzionale e il programma 2013 del M5S? Molti, secondo il comitato per il Sì al referendum che li ha messi in fila, uno ad uno

Di seguito l’articolo apparso sul sito del Comitato per Sì al referendum costituzionale: www.bastaunsi.it

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Spesso abbiamo sottolineato che il nostro è un Comitato composto da più anime politiche, e che quel che ci unisce è la voglia di cambiare finalmente un’architettura costituzionale che ha prodotto instabilità (dei governi, 63 in meno di 70 anni), incertezza (tempi legislativi), confusione (competenze Stato-Regioni) e molte altre inefficienze messe in evidenza e criticate da tutte le forze politiche da più di 30 anni.

Questa riforma ha un impianto coerente e perfettamente in linea con la storia e la giurisprudenza della nostra forma parlamentare. Infatti, non c’è neanche una riga che aumenti i poteri del presidente del Consiglio o che diminuisca quelli del Capo dello Stato, e lo stesso vale per gli organi di controllo, i contrappesi, al massimo ampliati. Purtroppo questo non basta a chetare la strumentalizzazione di certi politici che sfruttano qualsiasi occasione per salire nei gradimenti, il tic dell’eterna campagna elettorale. E così assistiamo a inverosimili giravolte da parte di chi preferisce tradire la propria storia pur di rinvigorire il proprio capitale politico, anche se a danno del futuro degli italiani.

In prima linea nel fronte del No si è schierato il M5S. Eppure la riforma promuove alcuni punti che sembrano ispirati al programma presentato alle elezioni politiche del 2013 proprio dal movimento di Grillo. Vediamoli.

“Abolizione delle Province”

Dall’articolo 114 – ovvero l’articolo che si occupa di definire la composizione della Repubblica – della riforma costituzionale viene espunto il termine “Province” (e in tutti gli altri articoli dove vengono menzionate). Rimangono infatti i Comuni, le Città metropolitane e le Regioni.

“Referendum propositivi”

Si legge al comma 4 dell’articolo 71 della riforma che “Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e di indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali”.

“Referendum abrogativi”

L’articolo 75, comma 4, stabilisce che “La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, se avanzata da ottocentomila elettori, la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”. Perciò diminuisce radicalmente il quorum.

“Obbligatorietà della discussione parlamentare e del voto nominale per le leggi di iniziativa popolare”

Il nostro Parlamento non ha mai approvato un legge di iniziativa popolare (che non fosse stata accorpata ad altre leggi di iniziativa parlamentare) e la giusta preoccupazione espressa nel documento programmatico dei 5 stelle viene risolta dall’articolo 71, comma 3 secondo periodo, della riforma: “La discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari”.

“Riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari”

L’abolizione dell’indennità per tutti i senatori; la cancellazione definitiva del Cnel; la riduzione degli stipendi dei consiglieri regionali “con legge della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi elettivi e i relativi emolumenti nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai sindaci dei comuni capoluogo di Regione”; l’abolizione dei rimborsi ai gruppi consiliari regionali. Solo per citare alcuni dei tagli ai costi del funzionamento dello Stato. Anche l’introduzione, con l’articolo 97 comma 2, dell’obbligo di trasparenza è un punto che dovrebbe stare a cuore al M5S: “i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento, l’imparzialità e la trasparenza amministrativa”.

Insomma, a ben guardare, molti dei principi e delle speranze di riforma costituzionale nutriti dal M5S – che auspicherebbe il vincolo di mandato per i parlamentari eletti -, presenti nel programma delle elezioni politiche del 2013, fanno parte della riforma che voteremo al referendum del 4 dicembre. Questo perché nell’elaborazione del testo della riforma si è pensato alle modifiche di buon senso, auspicate da tutti e condivisibili, senza prediligere una visione politica della Costituzione. Noi crediamo che una volta sgomberato il campo dai tatticismi, dai rancori e dagli interessi politici tutti potranno vedere i benefici di questo cambiamento, anche chi oggi è convintamente a favore del No. Per un’Italia più unita, più semplice, più partecipata, più equa: Basta un Sì.

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