I primi 45 anni de “il manifesto” scuola di vita e di giornalismo

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Il 28 aprile 1971 usciva il primo numero del quotidiano che celebra l’anniversario con l’inserto “Padroni dello Spazio”

«Avevo vent’anni e non permetterò a nessuno di dire che non è stata l’età migliore della mia vita». Per raccontarvi dei 45 anni de il manifesto, celebrato domani con un bellissimo inserto dal titolo Padroni dello Spazio, in edicola a 2 euro, aperto da un’editoriale della direttrice Norma Rangeri, tanto gentile e dolce nell’aspetto, quanto tosta e ferrea nella volontà, devo rovesciare la famosa frase di Paul Nizan.

In realtà, al mio primo approccio con il quotidiano comunista, ne avevo ancor meno: il 28 aprile del 1971, quando uscì il primo numero, ne avevo appena compiuti sedici. Frequentavo il liceo scientifico Archimede, a Roma, e la mia prima diffusione militante del giornale si concluse con un trionfo: le 100 copie che avevo preso andarono esaurite. In aggiunta il mio straordinario insegnante di religione, don Sandro Spriano, attualmente cappellano di Rebibbia, mi consentì di usare la sua ora per leggerlo e discuterlo in classe.

Nel primo numero del giornale, disegnato da Giulio Trevisani, allievo di Abe Steiner, con una grafica essenziale, tutte colonne di piombo, senza foto, ma elegante e sobria, l’apertura era un reportage di Ninetta Zandegiacomi sugli operai metalmeccanici, “Dai 200.000 della Fiat riparte oggi la lotta operaia”, e poi un reportage dalla Cina di uno dei più grandi reporter che ho avuto la fortuna di conoscere da vicino, K.S. Karol, compagno di Rossana Rossanda, egli stesso una leggenda vivente: polacco di nascita, un occhio di vetro e l‘altro di un azzurro vivo, capelli bianchi e impermeabile alla Philip Marlowe, da ragazzo era stato nell’Armata Rossa, un apolide ribelle che scriveva come un Dio, dietro il fumo delle sue Gitanes senza filtro, e parlava un buffissimo italiano così raccontato negli epigrammi dedicati al “5° Piano” di via Tomacelli da Tommaso Di Francesco, attuale condirettore del giornale «Con la voce latina e slava/sorriso di speranze e d’esperanto./dici in francese la stagione cinese,/ aspetti con sangue spagnolo/quel volto italiano,/sei l’unico trence di Bogart rimasto/che dentro ancora protegga/ l’infanzia d’una guardia rossa». Da quel 28 aprile, il manifesto ha fatto ininterrottamente parte della mia vita fino al 1993 quando mi fu proposta la direzione di Italia Radio, allora la radio del Pds.

E il mio amore per quella storia, quel luogo, quelle persone è rimasto immutato e resiste al mutare delle posizioni politiche, oggi molto distanti. Solo un pazzo potrebbe dimenticare una scuola di vita e di professione che ha seminato e contaminato il giornalismo italiano e che annovera tra i suoi “allievi” molti protagonisti dell’informazione ancor oggi sulla breccia, tra cui il nostro Erasmo, ritratto in una bella foto di gruppo nell’inserto in edicola. Faccio fatica, lo confesso, a districarmi nella folla di ricordi che affiorano, dietro la coltre di fumo che avvolgeva le nostre riunioni di redazione e i discreti fiumi di alcool che accompagnavano la nostra appassionata scrittura. Se vi sembra il racconto di un film, ebbene, sappiate che le cose andavano proprio così. Eravamo poveri, ma belli. Gli stipendi erano bassissimi, uguali per tutti, e venivano pagati quando possibile (ovvero, quasi mai).

Il nostro benefattore era Settimio, in via dell’Arancio, dove si mangiava e si segnavano conti infiniti. Un giorno, molti anni dopo, quando il locale si era già trasformato e da piccola osteria era già diventato il bel ristorante che è oggi, chiesi a Settimio: «Ma scusa, mi spieghi come facevi a tirare avanti visto che non ti pagavamo mai?» e lui con il suo candore abruzzese mi rispose: «C’avevate fame, che facevo, nun ve davo da magna’?». Oggi, certamente, Settimio riposa nel Paradiso dei comunisti per caso. Allora non c’erano Internet, Wikipedia, non c’erano le news ventiquattr’ora su ventiquattro, si imparava sul campo. Appena arrivato ero un po’ presuntuosetto e Michelangelo Notarianni, allora condirettore, se non ricordo male, mi mise a scrivere le brevi.

Dopo un po’, alle mie prime inchieste, Valentino Parlato mi insegnò il metodo: «Raccogli le idee, fai una scaletta e, soprattutto, consuma la suola delle scarpe». Rossana stava nell’ultima stanza entrando a sinistra, in fondo al corridoio, avvolta in una penombra carismatica e circondata dai suoi libri, che t’intimidivi solo a entrarci. Era il punto che sognavi di raggiungere anche se sapevi che non ci saresti arrivato mai, e ti spronava, con la sua sola presenza, a approfondire sempre. In fondo, a destra, invece, c’era la stanza di Luigi Pintor, inarrivabile maestro di scrittura.

Non volle mai imparare a usare il computer, sedeva davanti alla sua vecchia Olivetti meccanica e batteva sui tasti con lentezza esasperante: tic…toc…tic…toc. Ne uscivano editoriali brevi e limpidi, acuminati come frecce. Aveva un intuito politico fuori dal normale e infatti, quando facevo il notista politico (ruolo in cui avevo sostituito Rina Gagliardi, diventata direttore insieme a Mauro Paissan) arrivavo trafelato davanti alla sua porta portando le notizie fresche di giornata ma lui, senza aver letto neppure un’agenzia, aveva già capito e scritto tutto e mi ascoltava con un sorriso ironico. Ci azzeccava sempre. Allora lo spazio era tiranno, il giornale aveva poche pagine e spesso la nota politica si riduceva a poche righe, quando mi lamentavo mi diceva, alzando gli occhiali sulla fronte e chiamandomi per nome e cognome, segno di una sua irritazione: «In trenta righe si può raccontare la Divina Commedia». Malgrado la sua idiosincrasia per le tecnologie era già perfetto per Twitter! Potrei raccontare molto altro, ricordare l’affetto per tutti coloro che non ci sono più, addentrarmi nella mia discordanza dalle attuali posizioni de il manifesto, ma lo spazio è tiranno. Il resto della storia, se volete, potete trovarlo sull’inserto in edicola domani.

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