I pinocchi del No (2). Se neanche i giuristi sanno leggere e contare

Referendum
L'aula del Senato durante l'esame del ddl Rai, Roma, 30 luglio 2015. ANSA/ETTORE FERRARI

Da Ainis a Belpietro passando per Prospero e Mulè. Ecco le bufale antiriforma della scorsa settimana

La rubrica è settimanale, cari lettori, ma le bufale antiriforma son tali e tante che se ne potrebbe fare una quotidiana. Ma inseguire tutti e tutto non si può: vi annoiereste voi e mi annoierei io. E poi questa è una maratona, non uno sprint: ne avremo per altri cinque mesi. Eccoci allora i pinocchi doc della settimana scorsa.

Duole dirlo, ma il Pinocchio numero uno, stavolta, è un bravo collega che sull’ultimo “Espresso” si lascia sfuggire una balla sesquipedale. Sostiene dunque Michele Ainis (articolo dal titolo “Lo strano caso del senato fantasma”), che – se la riforma passasse – la presente legislatura non si potrebbe interrompere prima del 2018 (scadenza naturale) «senza una legge che regoli il sistema elettorale del Senato, a norma dell’art. 57 della Costituzione riformata». E aggiunge: «e se i vecchi senatori rifiuteranno di approvarla? Resteranno in carica vita natural durante…». Ho riletto tre volte, credevo di aver capito male. Fatto sta che Ainis dev’essersi scordato di dare un’occhiatina alle norme transitorie del testo, in particolare i commi dall’1-7 dell’art. 39 che disciplinano per l’appunto la prima formazione del Senato in attesa della legge elettorale: avrebbe trovato l’in te ro procedimento puntualmente disciplinato. Ma si trattava naturalmente di leggere.

>>> Leggi anche: I pinocchi del No. Bufale (settimanali) contro la riforma costituzionale

Pinocchio numero due si classifica il direttore di “Libero” Maurizio Belpietro (11 maggio). In un pezzo dal titolo “Renzi se vince si pappa tutto”, rilancia da destra la bufala più classica della sinistra gauchista. Scrive: «eliminato il Senato e alcune regole che oggi gli ingombrano il passo», Renzi «…potrà nominarsi il capo dello Stato e i giudici costituzionali che più gli piacciono, senza avere neppure l’imbarazzo di negoziare con qualche alleato…». È la storia dell’“uomo solo al comando”: sostenuta in forme più sofisticate e pensose, da Michele Prospero, chiamiamolo subPinocchio, sul “Manife sto” (“L’abbuffata per appetiti di comando”, 10 maggio).

Ma né lui né Belpietro sanno fare di conto. Infatti, la maggioranza minima per eleggere il presidente sarà tre quinti dei votanti; quella per eleggere un giudice costituzionale, i tre quinti dei componenti. Ci vorranno dunque 438 voti per il presidente (su circa 730 deputati e senatori, se votan tutti; se ci saranno assenze organizzate, si tratterà di alleati che abbassano il quorum…); 378 alla Camera per i giudici della Corte; 60 al Senato. Ora, i deputati garantiti dall’Italicum a chi vince sono 340; i senatori che il Pd potrebbe avere (solo nel caso che continui a governare 17 consigli su 21) circa 50. Il conto è presto fatto: data e non concessa una granitica osservanza degli ordini di partito (quando mai, ahimé), mancano circa 50 voti per eleggere il presidente, 40 per eleggere un giudice costituzionale alla Camera e 10 al Senato. È perciò falso che, con la riforma, chi vince le elezioni alla Camera si prende da solo (“si pappa”) le cariche di garanzia.

Pinocchio numero tre: direttore di “Panorama” Giorgio Mulé che (18 maggio) si accoda alla teoria Settis (ahimé anche di qualche giurista) secondo cui la disciplina del processo legislativo sarebbe nella riforma (a) incredibilmente complessa e verbosa; (b) incomprensibile. Si citano le attuali 9 parole dell’art. 70 Cost. a fronte delle future 434. Si dimentica che il bicameralismo attuale (come il monocameralismo) è ovviamente semplice da normare, complicato da applicare: mentre quello differenziato, che deve distinguere e specificare, il contrario (lungo da normare, agevole da applicare). È così dappertutto. Se uno prende la Costituzione della Germania e la riforma italiana, a parità di processo legislativo si scopre – udite udite – che i razionalissimi tedeschi hanno usato esattamente 3178 parole, i vituperati autori della riforma Renzi-Boschi 1826 (40% in meno). Allora: di che cosa stiamo parlando?

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