I migliori dischi italiani del 2015. Parte seconda: Indie

Musica
Schermata 12-2457373 alle 15.29.39

Seconda parte del nostro speciale sui dischi migliori del 2015. Vi proponiamo i nostri dischi indipendenti preferiti.

Dopo la prima parte del nostro speciale dedicata all’italo-underground, continuiamo la ricognizione dei dischi che ci hanno maggiormente colpito quest’anno, focalizzandoci sulle uscite che riguardano la musica indipendente. La cosiddetta attitudine “indie” può contraddistinguere una condizione discografica – l’essere legati ad un’etichetta indipendente – ma anche un’attitudine musicale: è per questo che all’interno del nostro articolo prenderemo in considerazione anche i dischi di una band vincolata ad una major, i Verdena, ma a tutti gli effetti perfettamente aderente ad un’estetica di suono “indie”.

Il cantautorato, la forma canzone di matrice anglo americana, l’elettronica più fruibile e il rap, sono i generi che vanno per la maggiore in questo ambito musicale.

Indian Wells – Pause

Cominciamo con Pietro Iannuzzi in arte Indian Wells. Producer già apprezzato per il suo primo album Night Drops del 2012, il calabrese approda, con questo Pause, ad un suono più nitido e “hi-fi”, mantenendo però un approccio personale nei confronti di un’elettronica che mischia idealmente Four Tet e Burial con i primi lavori di Bonobo. Games in the Yard, con la voce di Matilde Davoli, è una delle canzoni italiane indie dell’anno.

Vaghe Stelle – Abstract Speed+Sound

Vaghe Stelle, moniker del produttore torinese Daniele Mana, esce con un disco che prende il titolo dall’olio su tavola di Giacomo Balla “Velocità Astratta più Rumore”. E di una raffinata concettualità risuona tutto questo Abstract Speed+Sound, uscito per l’etichetta di Nicholas Jaar (la Other People) e strutturato come una riflessione sulla consistenza del corpo nell’era digitale. Nel suo compulsivo sommare particolari e sfumature, il disco è un susseguirsi di tappeti vocali infinitamente processati, suggestioni grime, echi di Boards of Canada e Aphex Twin: il tutto filtrato da una sensibilità molto riconoscibile.

Noyz Narcos & Fritz Da Cat – Localz Only

Si era creata una crescente aspettativa intorno alla collaborazione tra Noyz Narcos e Fritz Da Cat, fondata soprattutto sul loro curriculum discografico: buoni dischi, con l’asticella della qualità sempre tenuta sopra il livello di guardia. Il risultato, materializzatosi in questo disco intitolato Localz Only, elitaria dichiarazione d’appartenenza, sembra confermare, se non addirittura superare le aspettative, soprattutto vista la grande integrazione tra le attitudini dei due artisti. Entrambi portati ad uscire dal loro classico raggio di azione a a mettersi in gioco, il rap di Noyz Narcos e i beat di Fritz Da Cat si fondono espandendo il loro tradizionale immaginario hip hop verso “certi b-movie anni ’90 stile Tremors, (…) gli spaghetti western, Tarantino, Rodriguez, Breaking Bad…”

 Giovanni Truppi – GIOVANNI TRUPPI

Appartenente alla nutrita rappresentanza di artisti che tentano di rinnovare il linguaggio cantautoriale italiano, Giovanni Truppi, napoletano classe 1981, mette insieme un disco che coniuga una forte urgenza espressiva a uno spoken word e a un assetto basso-chitarra-batteria incalzanti, binomio di caratteristiche che richiama gli inglesi Art Brut.
Le storie dall’incedere caracollante, raccontate da Truppi in questo disco, lo rendono una piacevole scheggia impazzita all’interno del panorama italo-indie

 

Colapesce – Egomostro

Colapesce è uno dei più raffinati esponenti del nuovo cantautorato indie. In una ricerca sonora finalizzata ad arrangiamenti che guardano al miglior artigianato pop italiano e straniero, l’artista siciliano riesce ad ottimizzare la lezione dei vari  Neil Young, Wilco e Fleet Foxes, abbinati ai nostri Lucio Battisti e ai Matia Bazar di Vacanze Romane. Liriche poetiche, una timbrica soffiata e leggermente sporca, la capacità di evocare atmosfere molto avvolgenti, rendono questo Egomostro, anche se meno accessibile del precedente Un Meraviglioso Declino, un album sul quale tornare più volte per sperimentarne le molteplici sfumature.

 

Verdena – Endkadenz vol 1 e 2

I Verdena hanno sfornato ben due dischi quest’anno; inizialmente avevano pensato ad un unico, mastodontico lavoro, sulla scia di Wow del 2011, con addirittura 26 tracce. Alla fine questo Endkadenz esce in due tranche e suona come il riassunto enciclopedico di tutto il Verdena sound: gusto spiccato verso una produzione (in proprio) che rende lo studio uno strumento aggiunto, testi puramente funzionali alla scorrevolezza della melodia vocale e una scaletta che alterna momenti fortissimi a fasi un po’ meno focalizzate, nel generale sentore di un grande intuito al servizio di un ottimo talento ma anche di una lieve mancanza di messa a fuoco globale (cosa che pare fisiologica vista la mole di musica da gestire). Nonostante ciò, questi due lavori rappresentano una vetta per quel che riguarda un certo tipo di alternative rock in italiano, anglo-americanofilo nelle sonorità, che raccoglie un pubblico numericamente consistente: un terreno in cui si muovono anche, seppure con peculiarità differenti, i veterani Afterhours, Il Teatro degli Orrori e i più giovani Ministri, e nel quale il gruppo bergamasco primeggia da alcuni anni per la spiccata capacità di formalizzare la propria libertà espressiva.

 

 

Bee Bee Sea –  s_t

Attitudine garage con il nume tutelare dei Black Lips, che ripropongono in una confezione molto più pop, i Bee Bee Sea, pur non brillando in originalità, sfornano un disco che annovera dei brani micidiali, come Mary, o una Stoned By Your Love che sembra uscita da un’orgia in acido con gli Stone Roses. Pur non mantenendo lo standard così elevato per tutto il disco ci sono una manciata di brani talmente potenti da rendere questo omonimo dei Bee Bee Sea uno degli esordi dell’anno.

Calcutta – Mainstream

Piccolo “caso” all’interno del circuito indipendente per l’accoglienza favorevolissima che questo Mainstream ha avuto tra pubblico e critica, Calcutta rappresenta un’incarnazione abbastanza originale del cantautorato indie; genere che ha già cannibalizzato gran parte della storia musicale nostrana, ma al quale mancava un esponente che rimandasse ad un certa indolenza del Luca Carboni a cavallo tra gli 80 e i 90, o alla naïveté di un Vasco Rossi d’annata.

Iosonouncane –  DIE

Se dovessimo pronunciarci su quale potrebbe essere, all’interno di questo triplo speciale di musica italiana 2015, il disco più compiuto e importante dell’intero lotto, avremmo pochi dubbi: questo DIE di Iosonouncane rappresenta un vertice importante per la scena indie italiana e non solo. Più che un sintomo del buono stato di salute della nostra musica indipendente, DIE rappresenta un’eccezione: il lavoro titanico e la dedizione maniacale che lo hanno reso possibile (una gestazione di parecchi anni) sono una circostanza più unica che rara. Coniugando i poli apparentemente opposti del cantautorato e dello sperimentalismo, in un lotto di brani fenomenali amalgamati in un concept, Iosonouncane mette in piedi un disco che è già un classico.

Joe Victor  – Blue call Pink Riot

Una band che porta in giro un live set così entusiasmante e vitale da essere riuscita a smuovere perfino un pubblico tradizionalmente non proprio avvezzo ai concerti rock. I Joe Victor hanno appena dato alle stampe un disco ma hanno già suonato centinaia di volte in giro per locali tra Roma, Vienna e Londra. La loro rilettura della forma canzone anglofona anni settanta, tra rock, country, soul e qualche incursione negli anni ottanta è contagiosa; forti di un mix vocale straordinario e una serie di brani coinvolgenti, il quartetto romano lascia prevedere un futuro glorioso: questo Blue Call Pink Riot, anche se pieno di buone canzoni, rende solo parzialmente giustizia al loro clamoroso impatto dal vivo.

 

Mamavegas – Arvo

Collettivo romano di musicisti più o meno intercambiabili tra di loro agli strumenti, i Mamavegas sono alfieri di un’indietronica sofisticata e melodica, con una grande cura negli arrangiamenti e nella scrittura. Arvo alterna brani dall’atmosfera sospesa e dall’approdo corale (Shimmers), a ballate percorse da frammenti di elettricità (The Flood). Nel continuo slittamento del baricentro sonoro del gruppo, le composizioni che abitano questo disco trovano una costante nella vena leggermente emo delle linee vocali che, mischiate ad una generalizzata sensazione di calore analogico (paradossalmente anche nei contributi più elettronici), contribuiscono ad innalzare il gradiente emotivo di quest’opera.

 

Departure Ave – Yarn

Una sintesi inedita e slegata dai più battuti stilemi indie è quella dei Departure Ave, da Roma, fautori di un pop rock aggraziato ma allo stesso tempo energico, dalle inflessioni jazzy e dagli accenni lievemente prog; i contrappunti di clarinetto e la timbrica baritonale del cantato contribuiscono a proiettare il suono di questo Yarn in un ambiente di mezzo, limitrofo ad una certa forma canzone psichedelica anni sessanta e ad una new wave dalle tinte leggermente cupe. Forse ancora un po’ acerbo, ma sicuramente un lavoro dal suono privo di quella frequente patina di già sentito che affligge molte produzioni del genere.

YOUAREHERE – Propaganda 

La Morr Music, Moderat,  Boards of Canada, il Thom Yorke solista; tutti nomi che sono stati spesi per definire questo Propaganda degli YOUAREHERE. E se i riferimenti in questione hanno un enorme peso specifico a livello di suono, il trio romano riesce sapientemente a rielaborarne alcune sfumature, smontarle e riassemblarle fino ad ottenere un risultato interessante, probabilmente non innovativo ma senza dubbio molto gradevole ed originale. Con la sensazione di una progettualità sottotraccia che informa tutto l’album e lo rende un’esperienza che vale la pena affrontare: sia nei momenti in cui lasciano spazio alla forma canzone, come Gagarin, sia nella circolarità ipnotica delle cavalcate strumentali (con schegge di voce destrutturata finali) come questa Lacuna.

 

 

Menzioni di merito

Consapevoli di non poter fornire un quadro esaustivo rispetto allo sconfinato panorama delle uscite indipendenti, vogliamo menzionare alcuni dischi che sono rimasti fuori dalla nostra trattazione più approfondita ma che ci sembrano meritevoli. Il ritorno degli Zu con Cortar Todo e quello dei Calibro 35 con S.P.A.C.E. segnano tappe importanti nel percorso di due band con grande credibilità ed esperienza alle spalle, che tentano di rinnovare, almeno in parte, le matrice jazzcore (per i primi) e funky-prog (per i secondi) che ne caratterizzano il suono. Nitro, con il suo Suicidal, è invece autore di un album rap dalle tinte cupe ed energiche molto convincente; e verso suggestioni hip hop, frullate dentro un caleidoscopio di campionamenti dal sapore world, ci porta Go Dugong con il suo Novanta.

 

Dumbo Gets Mad e C+C=Maxigross ci forniscono invece, con i loro album Thank You Neil e Fluttarin, due interessanti esplorazioni dei suoni anglofoni dei ’60 e i ’70, finalizzati a una forma canzone ora più eterea e spacey (Dumbo Gets Mad), ora più garbatamente psych folk (C+C=Maxigross). Un’altro disco italiano non italiano dall’incantevole profilo melodico è quello di Matilde DavoliI’m calling you from my dreams, mentre l’ultimo degli Uochi tochi, Il Limite Valicabile, è un doppio lavoro molto denso: spunti e parole in un flusso di coscienza ininterrotto, al servizio di una moltitudine di imput, schegge sonore/verbali difficile da catalogare.

 

Mescola dream pop, folk etereo e shoegaze Armaud, in un disco, How to Erase a Plot, che riecheggia di un’ombrosità dalle tinte new wave, mentre al periodo aureo di un certo indie rock americano anni ’90 guardano gli Any Other, che con Silently. Quietly. Going Away, piazzano un solido disco d’esordio basato su brani tanto asciutti quanto ben focalizzati.

Chiudiamo citando gli ultimi lavori di Adriano Viterbini, Film O Sound, e Paolo Spaccamonti, Rumors, che partono entrambi dalla chitarra per sezionare e reinterpretare, ibridandoli, interi generi musicali; il blues attraverso suggestioni afro e sudamericane il primo, e tutte le musiche wave accostabili al prefisso post (dal rock, allo shoegaze, dallo slowcore alla drone music) il secondo.

Vedi anche

Altri articoli