I giovani non leggono più incantati dalla dottrina del facile

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L’autrice under 17 del romanzo “Inchiostro” spiega il rischio del “culto dell’immediato”

I ragazzi hanno smesso di leggere, i ragazzi come le persone in genere. Se si legge, si legge negli anni che vanno dalla quarta elementare alla terza media, poi, gradualmente, si cessa. Leggiamo i libri di scuola, leggiamo la storia, la filosofia, la grammatica greca, latina, francese, gli appunti del professore e le consegne dei compiti in classe. Ma smettiamo di leggere.

Probabilmente, si tratta di un fenomeno in crescita, col passare degli anni e della tecnologia, col passare degli iPhone e dei touch screen i ragazzi disimparano a scrivere, a cercare di capire, ad aspettare. Si è esaurita la pazienza ed il culto dell’immediato ha soppiantato la calma ancestrale di un libro, perché si è esaurita la calma, l’amore per la riflessione, per lo stare da soli con le pagine e con noi stessi.

L’adolescente di oggi non sa stare da solo e così non sa più leggere, non sa più parlare né di conseguenza sa esprimere le sue emozioni, decifrarne la profondità, perché non è più in grado di ascoltare un personaggio dipinto sull’inchiostro invece che su una pellicola, non è più in grado di amare le parole perché ne conosce troppo poche. Così la dottrina del facile sostituisce quella del semplice e ciò che è complesso diviene difficile, impossibile.

E si smette di leggere, si smette di avere pazienza. Anche io rischio di cadere nella trappola degli schermi, in questa ragnatela di immagini brillanti e fugaci che ottenebrano la mente e le capacità, che livellano le personalità e i pensieri, togliendo qualsiasi autonomia alla libertà. A volte penso che non riuscirei mai a rifare quello che ho fatto, penso che “Inchiostro”, il libro che ho finito di scrivere all’età di quattordici anni, sia una specie di strano incidente di percorso che non potrò più riprodurre.

Lo scrissi con una naturalezza che non mi appartiene quasi più, con meno cultura nella testa e più libri, più storie alle quali aggrapparmi nei momenti di blocco. Parlavo della Seconda Guerra Mondiale come fosse la mia favola preferita e dell’amore con la chiarezza di chi non lo conosce affatto. Eppure in qualche modo ha funzionato, forse perché ho letto abbastanza da aver capito come si fa a raccontare e a raccontarmi, senza mai svelare niente.

 

Alessia Giulimondi

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