Lisbon storie tra la fuga dall’Italia e la saudade portoghese

Cinema
Vista su Lisbona

“Lisbon storie” il primo documentario sugli italiani a Lisbona, realizzato da Luca Onesti, Massimiliano Rossi e Daniele Coltrinari

Che cos’è Lisbona? Forse una metafora o forse un sogno lucido. La capitale portoghese che si affaccia con leggerezza sull’Oceano, che con sguardo anticamente sornione scruta i mondi nuovi è un microcosmo in espansione. Divisa da un futuro che sembra non arrivare e una calma che tutto sana, i grandi cambiamenti che ha sempre vissuto non li ha mai subiti. Lisbona è la città di Pessoa, del fado, del pesce che si mangia a poco, del vino verde, della bellezza di un bacio dato su una panchina dell’Alfama, è un tram giallo che sferruzza con decisione verso altri sogni. Lisbona per tanti di noi è soprattutto un libro: “Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte”, inizia così Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi che aprì le porte dell’immaginario di tutta una generazione su quel Paese aggrappato all’Europa tra rivoluzione e bellezza, ma che ha liberato il sogno e il desiderio di molti di vivere ripercorrendo le tracce di Pereira, di Monteiro Rossi, di mescolare identità come Pessoa prima e come Tabucchi. Esiste quindi una “generazione Tabucchi” che vive in Portogallo, una generazione fatta di italiani che per forza o per noia hanno lasciato il nostro Paese non per abbracciare sviluppo e soldi, ma per vivere una vita più lenta, più umana.  Perché gli italiani continuano a trasferirsi numerosi in Portogallo, un paese attualmente in forte crisi economica? Cosa li spinge ad arrivare a Lisbona e, soprattutto, cosa li spinge a rimanere?
A queste domande cerca di dare risposta il bel documentario sugli italiani a Lisbona, “Lisbon storie” è il primo documentario sugli italiani a Lisbona, realizzato da Luca Onesti, Massimiliano Rossi e Daniele Coltrinari. Una produzione homemade, che metti in risalto pregi e difetti, storie, emozioni  e vitalità di tanti nostri connazionali che hanno una vita nuova in questo serraglio di Europa. Abbiamo conversato con uno degli autori, Daniele Coltrinari.

 

“Lisbon storie” è il primo documentario sugli italiani a Lisbona, come nasce questa idea e come è stato realizzato?

L’idea del film è venuta fuori quasi per gioco: ci stavamo raccontando di Lisbona, della passione che ci unisce per questa città, che è un po’ un tratto distintivo dei connazionali che vivono qui. Tutto comincia una sera nel dicembre del 2011 a Roma. Il docufilm, realizzato insieme a Luca Onesti, conosciuto parecchi anni fa, ai tempi dell’Erasmus, fatto proprio a Lisbona e Massimiliano Rossi incontrato per la prima volta quella sera del dicembre del 2011 a una festa di amici in comune. Da lì, io, Luca e Massimiliano, oltre a diventare amici, abbiamo cominciato a buttare giù le idee per la realizzazione di questo documentario che non ha strettamente a che fare solo con il lavoro ma è più centrato, se posso dire così, su uno stato dell’anima. All’inizio era una curiosità personale, cercare di investigare sul perché molti italiani scegliessero il Portogallo per vivere e lavorare e confrontare in qualche modo le loro motivazioni con le nostre. Per scovare gli italiani a Lisbona siamo partiti da amicizie in comune. In seguito, ci siamo messi alla ricerca di professioni che latitavano nelle nostre interviste. Abbiamo intervistato oltre 70 persone, alla fine ne abbiamo scelte circa 20, quelle che ci sembravano più interessanti e che le loro storie in qualche modo, si legavano tra loro. Abbiamo girato le interviste, a volte, nelle abitazioni private dei protagonisti, spesso però anche nelle piazze e nelle vie più belle e centrali della città, come ad esempio Praça do Comércio, Cais do Sodré e anche sulla terrazza del Cinema São Jorge. Ma è stato un lavoro lungo, le prime riprese e interviste sono del luglio 2012, mentre le ultime sono state realizzate nel novembre 2014. E solo da poco meno di un mese, nell’ottobre 2015, abbiamo ultimato il docufilm. Volevamo fare un documentario “sentito”, credo che ci siamo riusciti.

Il Portogallo non è propriamente un Paese economicamente saldo, cosa vi ha spinto a trasferirvi per brevi periodi o per sempre?

Nessuno dei tre vive permanentemente in Portogallo, Massimiliano Rossi sono otto anni che si divide tra Roma e Lisbona, mentre Io e Luca Onesti, più o meno da quasi tre anni. Anche se Onesti ha cominciato ad alternare la sua presenza tra Lisbona e l’Italia qualche mese prima di me. Personalmente, dopo l’Erasmus di tanti anni fa, non pensavo di tornare nella capitale portoghese e in generale in Portogallo, se non per qualche vacanza low cost del fine settimana. Il documentario mi ha dato il pretesto invece per passarci più tempo, l’altro fattore è stato senza dubbio la precarietà. Una cosa cosa molto comune alla mia generazione under 40. Da aprile del 2013, passo alcuni mesi a Lisbona, generalmente non più di 2-3 di fila e poi torno in Italia per lo stesso periodo. Non avere un lavoro stabile, mi ha permesso di approfondire la conoscenza della capitale portoghese e non solo, ad esempio gli ultimi tre anni ho passato il mese di agosto a seguire la Volta a Portugal, il loro giro ciclistico a tappe, come il nostro Giro d’Italia per intenderci. Nei prossimi mesi questa esperienza triennale dovrebbe diventare un libro, scritto Insieme a Luca Onesti che ha seguito anche lui questa competizione sportiva e ha curato anche la parte fotografica. L’esperienza del giro ciclistico portoghese mi ha permesso di conoscere tanti luoghi di questo paese, spesso sconosciuti ai turisti stranieri. Il Portogallo è un paese bellissimo, dal nord al sud, sono poche le città nelle quali non ho ancora messo piede. Ho avuto la possibilità poi nel periodi nei quali sono stato qui a Lisbona (in questo momento mentre ti rispondo, mi trovo nella capitale portoghese) di scrivere alcuni reportage per diverse testate. Pochi per la verità, il Portogallo è poco seguito dall’Italia e a mio avviso, ovviamente, è un peccato.

Nel documentario si parla molto di felicità, di questa felicità trovata tra un tram giallo e l’Oceano. Cosa hai trovato tu a Lisbona e perché scegli di rimanere?

Tutte le volte che torno a Roma, noto un’aggressività, una rabbia, uno stress che in Portogallo non trovo.  La vita è più calma in terra lusitana, certo, ci sono tanti problemi, il lavoro, l’economia e altro ancora. A me sembra però che qui ci sia più umanità e senso civico tra le persone. Io non so se rimarrò definitivamente a vivere qui o continuerò ad alternarmi tra l’Italia e il Portogallo, non vi è dubbio tuttavia che il clima che si respira a Lisbona, almeno fino ad adesso, è di tolleranza e apertura mentale nei confronti di qualunque persona, da qualsiasi parte del mondo essa provenga. E di questi tempi, visto quello che succede in Europa, sembra quasi un miracolo. Spero di non essere smentito in futuro, anche perché credo che  Lisbona sia diventata la mia seconda casa ormai. Che continui a frequentarla o no, ormai è una seconda casa.

Antonio Tabucchi è per voi un padre spirituale e letterario, narratore di quella Lisbona amata e totalizzante. Quanto manca nella società portoghese la sua figura a due anni ormai dalla sua scomparsa?

Credo che sia un’assenza pesante, ma preferisco risponderti in un altro modo, per non avventurarmi in considerazioni e soprattutto analisi che forse non mi competono. A me manca il fatto di non aver avuto la possibilità di conoscerlo, volevamo incontrarlo prima di iniziare a girare il documentario, questo non è stato possibile, visto che è venuto a mancare alla fine del marzo 2012.  Vorrei però mettere in chiaro un punto importante, il nostro docufilm, si chiama “Lisbon storie – Italiani a Lisbona”, parte del titolo, è un omaggio a questo grande scrittore e intellettuale, il film si concentra sulle storie di alcuni italiani che da anni vivono e lavorano a Lisbona. Solo nell’introduzione, si parla di Antonio Tabucchi e lo fa una delle protagoniste del documentario che ringraziamo ancora per la sua disponibilità (come ringraziamo ovviamente tutti gli altri intervistati) e che ha la giusta e necessaria competenza per farlo.

Facciamo un gioco. Descrivici un itinerario tipo a Lisbona.

Ho sempre pensato che per conoscere una città, un luogo, in qualsiasi parte del mondo, bisogna seguire poco le indicazione delle guide o i consigli delle persone e perdersi. Perdendosi si scoprono molte più cose. Ma se devo stare al gioco, consiglio il seguente itinerario: arrivati all’aeroporto di Lisbona, prendete un taxi, un autobus o la metro e dirigetevi a Praça do Comércio. Arrivati in questa piazza, osservatela, per certi versi ricorda un luogo italiano, poi andate alla Torre di Belém, è una torre fortificata, patrimonio mondiale dell’UNESCO (insieme al vicino Monastero dei Jerónimos). Quindi andate alla ricerca dei Miradouros, ce ne sono diversi, sono dei bel vedere situati in alcuni punti più alti della città, dove la vista è spettacolare. E poi andate in qualsiasi bar a bere un caffè, il Portogallo è l’unico paese dove berlo a parte L’italia.  E poi fammi aggiungere un’altra cosa, informatevi se c’è in città un concerto di Mick Mengucci, è un musicista italiano che abbiamo intervistato, vive a Lisbona da tanti anni ed è presente nel nostro documentario e ci ha anche donato alcune sue musiche per il film. È fenomenale.

Quali saranno le prossime tappe di presentazione del documentario?

Lo scorso sabato 14 novembre il documentario è stato proiettato pubblicamente per la prima volta a Lisbona all’interno del Festival Imigrarte, giunto alla nona edizione, una manifestazione che ha raggiunto una certa importanza in città. Abbiamo in programma un’altra proiezione pubblica, sempre a Lisbona, tra pochi giorni, all’interno di uno spazio messo a disposizione da una giovane cooperativa culturale. Stiamo inoltre valutando diversi festival cinematografici, in Portogallo, In Italia, in Europa e perché no, extraeuropei, dove vi sia la possibilità di partecipare. Vogliamo portare il nostro documentario in giro per il mondo, perché è la testimonianza di come tanti italiani a Lisbona hanno raggiunto una tranquillità spirituale (in alcuni casi anche economica) poco conosciuta. Ultimamente si parla di Lisbona e del Portogallo per via dei tanti pensionati stranieri e italiani che arrivano qui, trovando una situazione fiscale più conveniente rispetto ai loro paesi d’origine. Quello che si sa poco è che ci sono anche tante persone italiane tra i 25 e i 45 anni che vivono e lavorano nella capitale portoghese ormai da diverso tempo.

 

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