I diritti (adozione compresa) già sanciti dal Diritto

Diritti
Un momento della festa in Campidoglio per il Celebration Day nel corso dellaz qualei si iscrivono collettivamente nel registro delle unioni civili coppie di omosessuali e eterosessuali. Roma, 21 Maggio 2015.ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Dai princìpi dell’articolo 2 della Costituzione alle pronunce di tribunali. Cassazione e Consulta: la giurisprudenza si evolve più in fretta della politica

La lunga e tortuosa strada che potrebbe forse portare l’Italia, con l’approvazione di una legge sulle Unioni civili, a uscire dall’angolo in fatto di diritti (siamo l’unico paese dell’Europa occidentale e tra quelli a noi «giuridicamente affini» a non avere ancora una legislazione a tutela delle coppie omosessuali) è a ben vedere un percorso già tracciato. I cui confini sono fissati da una serie di princìpi e sentenze, che riflettono molto più della politica l’evoluzione della società su questo tema.

Questa strada ideale prende in realtà il via dalla Costituzione. All’articolo 2 si stabilisce infatti che «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…» : e dunque nella scuola, in partiti, sindacati, confessioni religiose e anzitutto nella famiglia. È bene tenerlo presente, quando si pensa di poter trattare la tutela delle coppie omosessuali solo a livello di diritti individuali.

L’altro passaggio fondamentale arriva solo di recente, con la sentenza 138 del 2010 della Corte costituzionale sul matrimonio tra persone omosessuali. Alla Consulta vengono sottoposte questioni sulla legittimità costituzionale del matrimonio tra persone dello stesso sesso, sollevate dal Tribunale di Venezia e quindi dalla Corte di Appello di Trento. La Corte Costituzionale riconosce come nella Carta fondamentale della Repubblica il matrimonio sia previsto solo tra persone di sesso diverso, i giudici costituzionali notano però che l’articolo 2 garantisce appunto i diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali, anche nell’unione omosessuale quando questa si presenta nella forma di una convivenza stabile, unione a cui dunque vanno riconosciuti diritti e doveri. Vista però la (mancata) legislazione in materia, la Corte sottolinea come si debba «escludere tuttavia che l’aspirazione a tale riconoscimento … possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio. È sufficiente l’esame … delle legislazione dei Paesi che finora hanno riconosciuto le unioni suddette per verificare la diversità delle scelte operate. Dunque … spetta al Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e riconoscimento per le unioni suddette».

Sono parole che investono in modo diretto il legislatore del problema di una mancata tutela delle coppie omosex. Più circoscritto ma ugualmente dirompente il giudizio della stessa Corte del giugno 2014 sul caso dei coniugi Bernaroli: il marito ha intrapreso la strada di una «riattribuzione di sesso», da maschile e femminile, non per questo la moglie intende annullare il matrimonio e dunque la coppia fa ricorso quando l’ufficiale del’anagrafe automaticamente registra come nulla l’unione, in base a una legge del 1982 che prevede in questi casi il «divorzio imposto». Nel 2010 il tribunale di Modena dà ragione ai coniugi, ma il ministero dell’Interno fa ricorso contro la decisione e così la coppia porta il caso in Cassazione che lo gira a sua volta alla Consulta. Qui la svolta: il vincolo matrimoniale viene riconosciuto come ancora valido, e una coppia dello stesso sesso si ritrova legalmente sposata, anche se la Corte Costituzionale si “limita” a riconoscere le nozze preesistenti e non avvalora la possibilità di matrimonio per coppie omosessuali.

Ma è un altro tassello di un puzzle che va componendosi con sempre maggiore chiarezza. Un contributo determinante lo dà poi la Corte di Strasburgo, quando a luglio 2015 condanna l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sulla tutela della vita familiare, tutela che appunto il Belpaese non garantisce alle coppie omosessuali. Un altro piccolo pezzo di muro viene abbattuto ad aprile 2014, quando il tribunale di Grosseto impone al Comune (che l’aveva rifiutata) la trascrizione del matrimonio celebrato all’estero da una coppia gay, giudicandolo non contrario all’ordine pubblico, valido e in grado di produrre effetti giuridici in Italia. Decisione ribadita nei primi mesi del 2015. Ancora prima, nel 2012, la Corte di Cassazione a partire dal caso di una coppia gay di Latina convolata a nozze in Olanda aveva riconosciuto che i componenti di una coppia omosessuale stabilmente convivente hanno «diritto a una vita familiare» e «diritto di vivere liberamente una condizione di coppia», in quanto formazioni sociali tutelate appunto dalla Costituzione.

E poi c’è la sentenza dell’agosto 2014 Tribunale dei minori di Roma che ha riconosciuto l’adozione di una bimba che vive in una coppia omosessuale (le due donne avevano avuto all’estero una bimba con fecondazione assistita eterologa). Sul tema specifico dell’adozione si era espressa anche la Cassazione nel gennaio del 2013. La sentenza motivava l’affido del bambino alla coppia gay definendo «mero pregiudizio» l’ipotetico svantaggio derivante da un simile contesto familiare

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