I cosacchi a San Pietro

Vaticano
US presidential candidate Bernie Sanders leaves the Vatican after the conference commemorating the 25th anniversary of "Centesimus Annus", a high-level teaching document by Pope John Paul II on the economy and social justice at the end of the Cold War, 15 April 2016. 
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

L’invito in Vaticano del «socialista» Sanders (e non solo) ha provocato più di un trasalimento

Probabilmente, se nell’elenco degli invitati non ci fosse stato il nome di Bernie Sanders, gli altri sarebbero potuti passare pure inosservati. Non ci fosse stato lui, tra gli ospiti del grande convegno internazionale organizzato per oggi dalla Pontificia accademia di Scienze sociali sui massimi problemi del pianeta, in pochi avrebbero fatto caso alla presenza di Evo Morales, presidente della Bolivia e idolo dei no global di tutto il mondo, o a quella del suo omologo ecuadoriano Rafael Correa, o all’economista-ecologista Jeffrey Sachs. Siccome però Sanders c’è, e ci sono pure gli altri, non ci si può stupire se i nostalgici di un’altra stagione, e di un altro papato, hanno avuto un leggero trasalimento, di fronte a quella che ai loro occhi è già diventata una riunione dell’Internazionale socialista in Vaticano. Per non dire l’arrivo dei cosacchi a San Pietro, e su gentile invito del padrone di casa, per di più.

Onestamente, non ci voleva un particolare fiuto giornalistico per immaginare che nel pieno delle primarie democratiche, il fatto che il candidato più di sinistra potesse vantare a reti unificate il suo invito in Vaticano non sarebbe passato inosservato. O per capire che difficilmente la sua partecipazione sarebbe stata oscurata dalla presenza, nello stesso panel, di Rocco Buttiglione (al quale, peraltro, il programma assegna sadicamente l’intervento immediatamente precedente quello di Sanders).

Com’era inevitabile, la vicenda ha alimentato ogni sorta di speculazione, ricostruzione e retroscena, specialmente sulla stampa americana (per la cronaca, i sospetti su chi sia il vero responsabile dell’invito sembrano appuntarsi sull’arcivescovo argentino Marcelo Sánchez Sorondo). Ma a gridare allo scandalo non sono soltanto i nostalgici dei tempi di Papa Ratzinger e di George W. Bush, del discorso di Ratisbona e della guerra in Iraq. Secondo American Prospect, giusto per fare un esempio, al fondo di tutto c’è il solito, inguaribile sessismo della chiesa cattolica. «Non è la prima volta – recita l’articolo – che un uomo del papa azzoppa una candidata donna nella corsa alla Casa Bianca».

Il bello è che l’occasione del convegno è il venticinquesimo anniversario dell’enciclica Centesimus Annus di Papa Wojtyla. Quella cioè in cui il papa polacco, secondo molti il vero vincitore del comunismo, parlava del mondo ridisegnato dalla caduta del muro di Berlino. L’arrivo dei cosacchi al convegno di oggi ha insomma il sapore del contrappasso e del paradosso: in primo luogo perché a guidare i cosacchi questa volta è un leader americano (il primo ad avere il coraggio di dirsi «socialista» in un paese in cui il termine suona appena meno forte di come da noi suonerebbe «marxista-leninista»). E in secondo luogo perché a invitarli, sia pure indirettamente, è il papa.

Insomma, molte cose sono cambiate da quel 1991 e dalla lunga stagione che allora prese avvio. L’anno dopo, per dire, Francis Fukuyama avrebbe scritto il famoso saggio in cui teorizzava «la fine della storia». Di lì in poi – almeno fino alla grande crisi economica del 2008 – sono stati in molti a sostenere che con la storia erano sostanzialmente giunti a esaurimento anche i partiti, la politica, la distinzione tra destra e sinistra, e in pratica tutto ciò che assomigliasse anche vagamente a una diversa idea di distribuzione delle risorse e del potere. Diversa, s’intende, rispetto a quella decisa dal mercato e dai rapporti di forza esistenti. In altre parole: che fosse finita per sempre qualsiasi idea di cambiamento (dal che si vede che in verità la fine della storia è una classica profezia che tenta di autoavverarsi).

Ma come diceva il poeta: ci sono più cose tra cielo e terra di quante ne sognino le nostre filosofie e soprattutto i nostri filosofi della politica, cui piace sopra ogni altra cosa pronosticare la fine di tutto quello che non capiscono, o non hanno la voglia, l’umiltà e la pazienza di capire. Se anche l’intera storia dell’invito di Sanders e compagni fosse tutto solo un gigantesco equivoco, o un banale infortunio diplomatico, ciò non toglie che la piccola dimostrazione socialista in Vaticano non può che far bene, alla Pontificia accademia, alla politica, e forse, chissà, perfino a Buttiglione.

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