I Cani e il segreto del pop: “Scrivere canzoni è uno svago”

Musica
12674939_10153406671097963_1666819194_o

Abbiamo parlato di modernità, talent show, musica da classifica e del suo nuovo disco “Aurora”, con Niccolò Contessa, anima de I Cani; senza peli sulla lingua, facendo nomi e cognomi

12695214_10153406673622963_561164079_oIncontriamo Niccolò Contessa, la mente dietro il progetto I Cani, pochi giorni dopo l’uscita del suo terzo disco, Aurora. Non sembra provato dal sovraccarico di attività promozionale: «mica è il disco di Beyoncè» ci dice, sottolineando la relativa tranquillità con cui viene gestito il lancio del disco; ma in realtà dalla sua etichetta discografica, la 42 Records, ci fanno sapere che l’album sta avendo un’accoglienza che supera di molto le aspettative. Il singolo Non finirà è vicino alla top 50 dei brani più trasmessi dalle radio italiane: per un esponente della musica indipendente, come i Cani, si tratta di un dato molto rilevante; radio Deejay passa spesso la canzone e Nicola Savino, sostenitore della band, ha invitato i Cani a suonare a Quelli che il Calcio. Anche Claudio Cecchetto, storico deus ex machina della nostra radiofonia, ha scritto un tweet in cui auspica il successo della “hit”; insomma: ci sono i segnali, tangibili, di un approdo de i Cani a una vetrina generalista. Per Niccolò tutto questo «è un segnale positivo: significa che cadono certi steccati, e non sarebbe la prima né l’ultima volta che succede».

La decisione, fortunata, di scegliere Non finirà come singolo è una mossa che ha contribuito a questo risultato: «fare un pezzo così house non è una scelta commerciale in Italia», ci dice Contessa, «addirittura quando abbiamo messo online il video c’è stato qualcuno che si è sentito tradito». E in effetti questo album de i Cani segna una svolta sonora abbastanza consistente: c’è una ricerca volta ai suoni del pop più attuale e, parallelamente, una tendenza a cercare di essere più universali possibile, anche attraverso i testi. Questo forse ha destabilizzato alcuni fan della prima ora: «Non finirà ha generato anche una reazione negativa misurabile», continua Niccolò, «gente che ci dice che non siamo più noi. Prima, all’epoca dei nostri brani più vecchi, dicevano “che cazzo volete”, ora “non siete più quelli di una volta”; e la cosa mi confonde: cioè, prima facevo una cosa e veniva criticata per alcuni motivi, ora faccio un’altra cosa e viene criticata per altri motivi. Lì per lì ci rimango male. Poi ci rifletto meglio e penso che in parte la gente abbia ragione: se ti piacevano i pezzi a 220 bpm, con gli arpeggiatori distorti, quell’incedere e quei testi che avevo nel primo album, probabile che questo ti piaccia di meno. Poi spesso si tratta di giudizi immediati, a caldo, che le persone danno senza filtri su internet, come a volte ho fatto anche io».

Ma, nello specifico, quali sono questi fattori di novità per i quali Aurora è stato giudicato un disco più pacato dei precedenti e, allo stesso tempo, più maturo? «Sicuramente non c’è una ripresa acritica del passato», riflette Contessa, «un certo gusto per il vintage, elevato a valore in sé, ha cessato di essere provocatorio ed è diventato stanco; per questo nel mio nuovo disco volevo riflettere il suono del 2016: mi sono detto che non volevo fare un disco del 1969, o del 1982. Ci tenevo a essere qui e ora. Quindi ho usato un synth Prophet 12 del 2012 per tutti i suoni o quasi: ho ricercato in questo modo una uniformità nel disco».

Anche nella scrittura c’è un elemento di novità: questo sì con un orecchio rivolto al passato: «ho pescato passaggi armonici da una musica un po’ più vecchia: nella radio oggi non si usano quelle armonie alle quali mi sono ispirato; le ho trovate in Elton John per esempio, ma senza urlare “uso questi accordi allora sono vecchio! Ecco, mi metto il maglione anni ’70!”». Anche a livello di produzione, Aurora presenta scelte che creano volutamente dei contrasti significativi: «sul cantato, per esempio, ho tenuto nei brani quasi sempre una voce singola, senza una produzione massiccia, che crea un cortocircuito col resto della musica molto fredda».

Come si fa a capire quando un brano può funzionare? Quando un disco è completo? Apparentemente non ci sono formule standard, ma la chiave sembrerebbe riuscire a sintonizzarsi, senza forzature, sulle frequenze del proprio pubblico: «penso che sia tutto imprevedibile, quindi il criterio che ho seguito è stato fare una cosa che piaceva a me. Ci sono stati dei momenti, lavorando su questo disco, in cui ho vissuto qualcosa di potente, e quello è abbastanza oggettivo: su quella cosa non ti puoi prendere in giro. Ma più diventi bravo più capisci quando la tua emozione, nello scrivere e produrre un pezzo, possa coincidere con quella del potenziale ascoltatore: questa capacità di capire significa essere bravi. Io comunque ho sempre avuto persone di cui mi fido con cui confrontarmi e in effetti è molto duro sentirsi dire che una cosa non funziona; il 90 per cento delle cose che faccio le butto via: ho cambiato titolo 5 volte, tutti i miei dischi sono travagliati, frutto di decisioni e ripensamenti»

In virtù della portata più ampia di pubblico al quale questo lavoro sembra essere destinato, Niccolò ragiona sul suo rapporto con la musica “da classifica”: «ci sono delle cose nel mainstream che apprezzo parecchio nella loro universalità, che mi comunicano molto: parlo di Tiziano Ferro, di Max Pezzali, di un certo Vasco Rossi. Apprezzo anche Cesare Cremonini, che si è rilanciato con l’ultimo disco; lui sta al limite del pop: parliamo di cose raffinate, assolutamente non grevi come altre che dominano le classifiche. Kekko dei Modà, per esempio, è universale però è greve: se devo essere universale in quel modo a quel punto preferisco non esserlo. Nel mio disco c’è una volontà di universalità anche se poi, alle volte, riascoltandolo mi dico “ma chi se lo sentirà mai!?». Niccolò Contessa ride mentre dice quest’ultima battuta, poi continua: «più che altro c’è la volontà di non toccare i punti che sapevo avrebbero solleticato un certo pubblico. Non voglio parlare di Roma, non voglio fare un gioco identitario tipo “noi siamo gli indie”. Mi eccitava di più fare cose diverse. All’epoca del primo disco avevo un linguaggio che mi piaceva perché non si sentiva in giro, poi è entrato nello spirito dei tempi: un certo modo di parlare del contemporaneo, del contesto sociale è diventato routine. Ora il contemporaneo lo prendo in modo diverso».

Schermata 02-2457427 alle 14.34.03E misurarsi col contemporaneo significa anche fare la tara alla situazione discografica italiana; su questo aspetto Contessa sembra avere le idee abbastanza chiare: «i big, quelli che erano già big prima del 2001, sono i più ricchi. Il 2001 è l’anno di Napster, che ha rappresentato un momento di svolta: il cambiamento definitivo del mercato. Tiziano Ferro è l’ultimo della “vecchia guardia”, cresciuto in un sistema in cui il music business era differente. Oggi è più difficile rimanere a lungo sulla cresta dell’onda; Marco Mengoni, per esempio, è un’eccezione. Anche quelli che escono dai talent show durano poco, tipo Moreno: chi se lo ricorda più? I Dear Jack sono in calo perché i the Kolors se li sono mangiati: è difficile quindi disegnare una mappa dell’esposizione». I talent show, in questo senso, finiscono per essere un serpente che si morde la coda: «penso che chi esce da un talent ha un’esposizione mediatica enorme per 6 mesi, ma poi anche un musicista indipendente di medio livello riesce a fare più date, perché la tv funziona così; il contenitore sovrasta il contenuto: finché sei in tv hai grandi attenzioni, ma sono rivolte al personaggio, non alla musica che propone». Un’integrazione tra i due mondi, secondo Contessa, è più difficile di quanto si possa pensare: «Secondo me chi ha potenzialità nella musica indipendente non ne ha in altri ambiti: cioè non penso che se i Baustelle avessero fatto un talent sarebbero andati avanti, così come Giosada, partendo dal passaparola, forse non sarebbe arrivato dov’è. Io credo che sia nella posizione di allestire una carriera duratura più uno come Calcutta che i the Kolors, per esempio».

Quali sono gli scenari futuri che si aprono di fronte a i Cani? Contessa sembra aver trovato una strada da percorrere che possa salvaguardare la sua integrità artistica e al tempo stesso gli consenta una costante evoluzione “professionale”: «Se devo pensare al mio futuro, sicuramente sarei più tranquillo affiancando a i Cani un’attività da compositore, perché sarebbe proprio un “lavoro”, cioè dovrei fare contento il mio capo e non una moltitudine di persone che non sai come possano reagire: avrei più sicurezza e mi sentirei anche più libero di fare musica con i Cani. Per questo ho vissuto molto bene l’esperienza di scrivere le musiche per il film La felicità è un sistema complesso di Gianni Zanasi. Per il resto ho la certezza di non vedermi bene a Sanremo, che mi sembra una cosa totalmente folle per chi fa musica come faccio io: mi piacerebbe non sputtanarmi mai in quel modo, preferirei fare altro, come ho fatto dopo l’uscita del primo disco, quando stavo in ufficio a programmare in java. Andare a Sanremo mi toglierebbe il piacere di suonare».

In tutto questo percorso un fattore determinate è l’equilibrio: essere in un certo senso a contatto con se stessi, trovare il modo per gestire le cose: «Ci sono alcuni aspetti che affronto con pesantezza in questa professione», ci dice alla fine Niccolò, «ma non mi lamento: è una cosa che ho scelto, non potrei chiedere di meglio. Devo dire che ho una disciplina ferrea nel suonare ogni giorno, ma non nello scrivere; quotidianamente mi metto al piano, magari canto anche un po’, però mi tengo sempre impegnato con altro che non sia scrivere i pezzi: quella è sempre una cosa che faccio nei ritagli di tempo, come un hobby o uno svago. E credo sia il segreto per preservare questa attività dal logorìo: se mi mettessi la mattina con l’intento di scrivere un pezzo de i Cani mi verrebbe il panico».

 

 

 

 

Vedi anche

Altri articoli