I Balcani non sono una “polveriera” ma un’opportunità per l’Italia

Fronti italiani
Il frame del video diffuso il 14 agosto 2012 dalla Polizia mostra un momento dell'operazione che ha consentito alla Polizia di Frontiera di Trieste di sgominare un'organizzazione criminale dedita all'immigrazione clandestina verso l'Italia attraverso la "rotta" balcanica. Arrestati 16 "passeur" di nazionalità turca, slovena, croata e kosovara. Le misure cautelari sono state eseguite su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Trieste; perquisizioni sono state svolte in Friuli Venezia Giulia e in Emilia Romagna. Oltre ai 16 arrestati in flagranza di reato, sono stati rintracciati 46 immigrati irregolari. ANSA/ POLIZIA DI STATO +++ NO SALES - EDITORIAL USE ONLY +++

La regione è stata e ancora è un formidabile terreno di conquista per l’impresa italiana

Gorizia, fondamentalmente, è un’unica città con Nova Gorica. Le separa solo un ormai flebile confine di stato. La frontiera slovena lambisce anche Trieste, da cui in poco più di cinque ore d’auto si arriva a Belgrado. Da Otranto, quando soffia il vento giusto, si intravedono le montagne dell’Albania. Persino da Ancona, dove l’Adriatico è più largo, si può scorgere la costa oltre il mare. Quella croata, in questo caso.

Questo per dire che i Balcani sono molti vicini all’Italia. Sarebbe tuttavia riduttivo ragionare solo in termini di geografia. Il rapporto tra l’Italia e gli otto paesi che affollano la penisola balcanica – intesa in quest’occasione come l’ex Jugoslavia più l’Albania – è anche di natura economica. La regione è stata e ancora è un formidabile terreno di conquista per l’impresa italiana, anche grazie ai costi produttivi bassi.

Da un’analisi della banca dati Ice/Reprint, un’efficace “visura” sulla presenza economica italiana all’estero, emerge che al dicembre 2013 c’erano nei Balcani 1116 aziende partecipate da imprese italiane. Davano lavoro a 40.908 persone e generavano un fatturato pari a 5,9 miliardi di euro. Numeri che divengono strabilianti se paragonati a quelli totalizzati dalle imprese italiane operanti in Cina: 1268 partecipate, 64049 lavoratori, 7,8 miliardi di fatturato. L’ex Jugoslavia e l’Albania valgono quasi quanto la seconda potenza mondiale quanto a proiezione economica all’estero. (vedi tabella allegata)

 

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È logico che, alla luce di questi fattori, la situazione complicata che la regione sta vivendo tiene un po’ sulle spine. Oggi i Balcani sono attraversati da più crisi. La più significativa è quella dei rifugiati. I passaggi degli ultimi mesi raccontano di un flusso di persone in marcia che, chiusa la frontiera serbo-ungherese, “murata” dal governo di Viktor Orban, si è diretto dalla Serbia alla Croazia e dalla Croazia alla Slovenia, divenuta in queste ultime settimane il punto d’accesso verso l’Austria, a sua volta ponte verso la Germania: la meta dove tutti vogliono arrivare. Ma questa rotta potrebbe saturarsi e c’è chi paventa, se ciò accadesse (intanto l’Austria sta chiudendo la frontiera con la Slovenia), la deviazione verso Italia. Potrebbe avvenire via Slovenia, sul confine nordest, ma anche via mare dall’Albania, se le rotte terrestri battute nei Balcani in questi mesi venissero bloccate. Ipotesi non del tutto fantasiosa, si ritiene a Bruxelles. Il Canale d’Otranto, come nel 1991 e nel 1997, potrebbe assumere nuovamente la forma di una grande autostrada acquatica. Una volta erano gli albanesi a percorrerla.

La crisi nei Balcani è anche economica. La congiuntura globale non ha risparmiato la regione. La Slovenia è stata a un passo dal bailout, la Croazia ha avuto sei anni consecutivi di recessione, la Serbia ha fatto su e giù come l’ottovolante. L’Albania e la Macedonia hanno retto, ma hanno visto schizzare in alto il debito pubblico: una variabile tutt’altro che “fredda”. In tutta la regione ci sono tassi di disoccupazione insostenibili, si va molto spesso sopra il 20% e questo fa sì che frustrazione e rabbia si accumulino.

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Il pericolo è che la crisi economico-sociale si incroci con l’emergenza migranti, generando tensione e riaprendo conflitti politici mai sopiti, quali quelli tra Serbia e Kosovo o quello interni di Macedonia e Bosnia, dove il confronto tra le nazionalità va di pari passo con quello nelle istituzioni politiche.  La tensione potrebbe poi dare benzina al mondo della criminalità (le cosche balcaniche hanno rapporti rodati e costanti con quelle italiane) e a quello del terrorismo (non sono pochi i foreign fighters che dai Balcani sono andati a combattere in Siria).

Ma a scanso di equivoci va precisato che i Balcani non sono portatori di minacce concrete, per quanto qualcuno continui a marciare su questo aspetto, abusando del concetto della “polveriera”. Il contesto di oggi è molto migliore di quello di ieri. C’è una cornice di maggiore stabilità, la cooperazione regionale ha preso quota, l’interscambio economico tra i paesi dell’area cresce continuamente, i vertici di alto livello tra capi di governo sono ormai un fatto consolidato. Eppure l’Italia è tenuta a tenere dritte le antenne, osservando con attenzione quanto avviene sulla sponda orientale dell’Adriatico e spendendosi, con rinnovata convinzione, affinché il cammino dei Balcani verso l’Europa si accorci. Ed è probabilmente questo, il tempo, la troppo lunga anticamera per l’Europa, il limbo in cui la regione è parcheggiata, il fattore più destabilizzante per i Balcani.

 

(Infografiche a cura di Thomas Battista)

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