Dalla Georgia al Maine, la guida stato per stato alle presidenziali Usa 2016

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Dalla Georgia al Maine, ecco cosa potrebbe succedere nel gran finale della campagna elettorale Usa

Ogni sabato 10 stati. Ogni sabato un’analisi, stato per stato, del campo di battaglia su cui Hillary Clinton e Donald Trump si confronteranno il prossimo 8 novembre:

La presentazione della guida alle presidenziali Usa 2016 la trovate qui.

La prima parte, con i primi dieci stati, la trovate qui.

Di seguito, invece, la seconda parte:

11. Georgia.
georgiaNel 2012 vinse Romney distaccando Obama di 8 punti percentuali, confermando una serie storica che vede i Democratici sconfitti da 20 anni nello Stato in cui hanno visto la luce due dei grandi miti americani, la Coca Cola e la CNN.
Ora però la corsa sembra ben meno scontata: gli ultimi sondaggi danno Trump avanti di “soli” 4 punti (46-42) con un 12% di elettori pronti a votare altri candidati. Rimontare per la Clinton sarebbe fondamentale, perché avrebbe 16 grandi elettori in più, probabilmente decisivi per avere la sicurezza di arrivare ai fatidici 270. Dal 1990 ad oggi la percentuale di popolazione di origini europee è scesa dal 71% a meno del 60%, mentre gli African-American sono saliti ad oltre il 30%, e questo per Trump è un rischio non da poco.

12. Hawaii.
hawaiiNel paradiso hawaiano nessuno investirà grandi somme per le pubblicità elettorali: il vincitore è già noto, ed è Hillary Clinton che si aggiudicherà i 4 grandi elettori. Obama, che giocava in casa, superò il 70% in entrambe le elezioni presidenziali; quest’anno il distacco sarà minore ma non inferiore ai 30 punti percentuali.
In questo angolo di paradiso in mezzo al Pacifico, vivono, oltre ai naufraghi di Lost, 1,4 milioni di persone, che dal suo riconoscimento di Stato degli USA ha sempre votato Dem tranne due volte: tra i Repubblicani seppero imporsi Nixon nel 1972 e Reagan nel 1984. E’ lo Stato americano con la tassazione più elevata, ed a questo si aggiungono gli ovvi costi dovuti ai trasporti aerei ed all’approvvigionamento di beni vari. Come dire: alle Hawaii ci lasci il cuore ma anche il portafoglio.

13. Idaho.
idahoSituazione opposta nell’Idaho, che insieme al confinante Utah è tra gli stati più repubblicani. Soltanto quattro i grandi elettori per il vincitore, perché a fronte di dimensioni ragguardevoli la densità di popolazione è tra le minori negli USA.
E’ uno Stato con una forte impronta religiosa conservatrice: la maggioranza relativa appartiene ai mormoni, che gestiscono anche diverse delle principali università e college, ed insieme agli evangelici si avvicinano al 50%.
La media degli ultimi sondaggi vede nettamente in testa Trump vicino al 50% con Hillary bloccata alla metà. Non ci sono dubbi: anche nel 2016, come sempre dal 1964 ad oggi, l’Idaho resterà rosso (il miglior risultato Dem degli ultimi 30 anni è il 36% di Obama 2008, e la Clinton probabilmente si fermerà diversi punti percentuali prima).

14. Illinois.
illinoisSecondo tutti i sondaggi il margine a favore della Clinton è ampiamente oltre il margine di sicurezza: mediamente sono 14 i punti percentuali a suo favore, e sono preziosi perché il popoloso Illinois vale ben 20 grandi elettori.
Fu al Grant Park di Chicago, in quell’Illinois in cui divenne Senatore, che Obama, primo Presidente nero della storia statunitense, tenne il più memorabile dei victory speech urlando al mondo: “Se c’è qualcuno che ancora dubita che l’America sia il paese in cui tutto è possibile, che ancora si interroga se il sogno dei Fondatori è vivo, se dubita della forza della nostra democrazia, questa notte è la risposta”.
Se i Democratici perdessero quello Stato dopo 8 anni di presidenza, sarebbe una sconfitta bruciante, ma allo stato estremamente improbabile.

15. Indiana.
indianaUndici i grandi elettori per il vincitore in Indiana. Intorno all’11% il distacco a favore di Romney nel 2012, ancora maggiore quello previsto a favore di Trump. Obama vinse nel 2008, ma erano altri tempi. Lo Stato che ha dato i natali al più popolare showman americano, David Letterman, ha una maggioranza schiacciante di “white american” (oltre l’84%) ed il suo Governatore, Mike Pence, è anche il vicepresidente scelto da Trump in caso di vittoria. Un motivo in più per non avere dubbi su chi prevarrà in Indiana.

 

16. Iowa.
iowaRieccoci in uno swing state, il primo ed unico di questa “puntata”. Situato nel midwest, nel cuore della “corn belt”, l’Iowa dà solo 6 grandi elettori al vincitore, ma in una competizione elettorale così serrata possono risultare decisivi. La media degli ultimi sondaggi vede la Clinton “inseguire” di soli due punti, e con due dibattiti ancora da tenere e un mese di tempo prima del voto, è praticamente un pareggio.
Nel 2008 e nel 2012 Obama prevalse nettamente, ma l’Iowa è tra gli Stati che spesso (ad esempio nel 2000 e nel 2004 quando W. Bush prima e Kerry poi prevalsero con distacco inferiore all’1%) sono dichiarati “too close to call” e bisogna attendere la fine dello scrutinio per capire a chi andranno i 6 grandi elettori.

17. Kansas.
kansasDopo Lyndon Johnson nel 1964, nessun democratico ha mai vinto in Kansas. Può farsi sfuggire i sei delegati Donald Trump? Quantomai improbabile, tenuto conto che gli ultimi sondaggi, pur non recentissimi, lo danno avanti di 12 punti percentuali. “The wheat state” ha duramente pagato la deruralizzazione del paese, ed essendosi popolato meno rispetto agli altri Stati (dopo la Guerra Civile era tra le principali destinazioni grazie alle sue grandi praterie), ha perso “influenza elettorale”: nella prima parte del Novecento valeva 10 grandi elettori, quasi il doppio degli attuali 6. E’ uno Stato conservatore, tra i più feroci nel contrastare l’insegnamento del darwinismo nelle scuole a favore del “disegno intelligente” e nel 2005 i suoi elettori approvarono il divieto di matrimoni tra persone dello stesso sesso.

18. Kentucky.
kentuckyPuò vincere un democratico in Kentucky? Certo, ma solo se di nome fa Bill e di cognome Clinton; lui se lo aggiudicò sia nel 1992 che nel 1996, episodi più unici che rari. La moglie non ripeterà l’exploit. Obama qui è stato sonoramente sconfitto sia nel 2008 che nel 2012 ed i sondaggi non danno chance a Hillary, indietro di una ventina di punti percentuali. Quindi, nel 2016, Stato e relativi grandi elettori, otto, saldamente in mano a Donald Trump.

 

19. Louisiana.
lousianaTante le somiglianze col Kentucky. Sempre otto i grandi elettori (erano nove sino al 2008), e sempre uno Stato tendente al rosso acceso. Anche in questo caso, il vicino di casa Clinton vinse sia nel 1992 che nel 1996 ma lui era un fenomeno, capace di intercettare il voto degli Stati del Sud come nessun altro Democratico. Il margine a favore di Donald Trump è di nove punti percentuali, molto difficili da rimontare nel mese che resta prima del voto. E’ tra gli Stati con un’identità più forte ed autonoma rispetto al resto degli USA, non a caso non ha mai avuto e continua a non avere nemmeno l’inglese, né altre lingue, come linguaggio ufficiale. Tanti sono i francofoni, e curiosamente anche il sistema elettorale per le elezioni statali e locali ricorda quello francese, con un secondo turno tra i due candidati più votati se nessuno dei due ha raggiunto il 50%. Questo evidentemente non si applica nelle elezioni presidenziali.

20. Maine.
maine“E immagino tu e lui, due americani sicuri e sani, un poco alla John Wayne, portare avanti i miti kennedyani e far scuola agli indiani: amore e ecologia lassù nel Maine”, canta Francesco Guccini in 100, Pennsylvania Ave, dedicata a un fuggente amore americano. Il Maine, come tutti gli Stati del Nordest americani, resta stabilmente democratico da tempo. Anche nel 2012, Obama conquistò i 4 grandi elettori con 16 punti percentuali di vantaggio. Del resto, è uno dei principali bacini elettorali dei democratici: la stessa Clinton dovrebbe conquistarlo senza troppe difficoltà però il vantaggio nei sondaggi è ridotto (soli 6 punti percentuali) perché il 18% degli elettori pensa di votare un altro candidato rispetto ai due principali. Riuscirà Bernie Sanders a orientare il voto più liberal verso la centrista Clinton? Non è un caso se anche in questi giorni continua a ripetere che ogni voto verso un candidato che non sia la Clinton è un voto per Trump.

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