Inizia il gran finale, ecco la guida stato per stato alle presidenziali Usa

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Dopo il primo dibattito tv, inizia la fase finale del campagna elettorale. Ecco cosa c’è da aspettarsi dal voto dell’8 novembre, spiegato stato per stato

Secondo la teoria del caos, il battito d’ali di una farfalla può scatenare un uragano a migliaia di chilometri di distanza.
Se la farfalla ricopre il ruolo di Presidente degli Stati Uniti d’America, la teoria è certamente confermata.
Per questo, come avviene ogni quattro anni, il mondo seguirà con il fiato sospeso le elezioni presidenziali americane, e se nel 2012 nessuno o quasi dubitava che sarebbe stato riconfermato il Presidente uscente, Barack Obama, quest’anno la corsa è molto più equilibrata.

La candidata democratica è Hillary Clinton: compirà 69 anni pochi giorni prima del voto dell’8 novembre, ed è già stata Senatrice, Segretaria di stato, e – soprattutto – ha vissuto per otto anni alla Casa Bianca come first lady.
Il candidato repubblicano è l’imprenditore, figlio e nipote di imprenditori, Donald Trump, newyorkese, 70 anni compiuti a giugno.
Ha già fatto arrabbiare il Governo messicano, le cancellerie di mezza Europa, i neri ed i latinos, minoranze sempre meno minoritarie, buona parte dell’establishment repubblicano: eppure è in campo ed è stato il candidato del Grand Old Party più votato di sempre alle primarie.

Le primarie sono concluse ormai da tempo: sono state piuttosto noiose quelle Dem con una candidata vincitrice annunciata (ma il successo di Sanders, superiore alle attese, era ed è una chiara spia del poco entusiasmo mosso da Hillary), e molto vivaci quelle repubblicane, all’insegna del “tutti contro Trump”.

Ora ci avviciniamo rapidamente ai dibattiti televisivi: il primo si è tenuto lunedì 26 settembre in un’università newyorkese. Siamo nella fase, affascinante per gli amanti del genere, in cui si studiano i sondaggi cercando di prevedere il futuro, calcolare le probabilità di vittoria in ogni stato, confrontare l’avanzare dei blu e dei rossi nelle ultime presidenziali.
Due avvertenze.
Primo: i colori dei due schieramenti non hanno niente a che vedere con l’Europa, negli Stati Uniti i rossi sono i repubblicani ed i blu i democratici. Se accendendo la televisione all’alba del 9 novembre, mezzi addormentati e con una tazza di caffè in mano, sentirete Mentana dire che “l’America è in mano ai rossi” evitate di twittare che ha vinto la Clinton e che l’avevate previsto da mesi.
Seconda avvertenza: i sondaggi nazionali, ovvero quelli che prevedono le percentuali complessive dei due candidati sull’intero territorio statunitense, contano poco o nulla.
Vengono diffusi, persino a ridosso del voto, soppesati, commentati da opinionisti che con (finta? reale?) preoccupazione mettono in rilievo uno striminzito +0,1% in più di un candidato rispetto a un altro.
Signori, non contano nulla.
Gli Stati Uniti sono – come il nome già suggerisce – uno stato federale, e su questa base viene eletto anche il Presidente.

Sulla base del principio del “winner takes all”, vengono eletti i cosiddetti “grandi elettori” (tutti democratici se vincono i Dem in quello stato, tutti repubblicani se vincono i Rep) che poi eleggeranno a loro volta il Presidente.
Per dirla in parole semplici, è come un sistema a punti: 538 sono complessivamente quelli che vanno ai vincitori dei 50 Stati e del District of Columbia. Con 270 si ha la certezza matematica di averne un numero tale da garantirsi 4 anni di soggiorno a Washington alla Casa Bianca.

Ogni Stato vale un numero di “punti”, ovvero di grandi elettori, indicativamente proporzionali alla propria popolazione, con una correzione a vantaggio dei piccoli stati che altrimenti sarebbero davvero irrilevanti.
Nel 2016, per esempio, sono 55 in California, 38 in Texas, 29 in Florida, e molti meno negli Stati più piccoli (il minimo però è 3, anche per gli Stati meno popolosi).
Ne deriva che tutti i voti presi in uno Stato in cui si perde sono “inutili”, ma lo stesso si può dire per i voti “in eccesso”: i 55 grandi elettori californiani vengono presi sia da un candidato che prenda il 50,01% dei voti contro il 49,99% dell’avversario, che da un candidato che prenda il 90%. The winner takes all.
Per noi europei, i risultati definitivi arrivano solo quando è ormai l’alba. E in tanti, aspetteremo. Quei risultati e quell’alba.

Con l’attesa di sempre e qualcosa di più, perché mai come oggi tra i due candidati c’è un abisso, e la vittoria di Trump diventerebbe un motivo di forte preoccupazione non solo per i vicini del nord e del sud, il progressista Canada ed il rivoluzionario-istituzionale Messico, ma anche e soprattutto per l’Europa ed i paesi asiatici. Con l’eccezione di Putin, che avrebbe per la prima volta un amico ed un ammiratore alla Casa Bianca.

Dopo decenni in cui in Europa si fronteggiavano ideologie contrapposte e negli Stati Uniti i due principali partiti erano – almeno apparentemente – molto simili tanto da non fare registrare mai affluenze alte al voto, oggi il gioco si è invertito. E mentre in Europa si accusa la sinistra di non essere abbastanza sinistra, e la destra viene scavalcata a destra da destre sempre più di destra, i Democratici ed i Repubblicani stanno preparandosi ad uno scontro inedito.
Se Bernie Sanders, il “socialista”, avesse vinto le primarie, uno scontro con Trump sarebbe stato epocale, come se la difesa a uomo e quella a zona potessero una volta per tutte sfidarsi e decidere il sistema migliore. Così, con la centrista Clinton lo scontro è ideologicamente più sfumato (anzi, è Trump a giocare la carta del candidato anti-establishment) ma ugualmente feroce.

E si vedrà se ancora una volta vincerà il candidato più ottimista, che disegna un futuro più roseo per gli elettori, o se stavolta preverrà il populismo di chi chiede il voto ai neri dicendo loro che non hanno nulla da perdere, perché già ora studiano nelle scuole peggiori, vivono nelle case meno belle dei quartieri meno prestigiosi, trovano i lavori meno qualificati.

Hillary è la favorita, sia perché ha più credibilità sia perché è forte negli Stati più popolosi che quindi assegnano più punti (costa est e costa ovest, per essere chiari) ma Trump è in rimonta, e tra i problemi di salute della rivale (risolti?) e le paure del terrorismo interno e della concorrenza globale, potrebbe arrivare alla Casa Bianca, sorprendendo tutti e probabilmente se stesso prima degli altri.

Ogni weekend, passeremo in rassegna Stato per Stato per chi vuole provare a prevedere il vincitore. La prima puntata, con i primi dieci stati, sarà pubblicata su Unita.tv a partire da sabato 1 ottobre.


 

Le puntate finora pubblicate:

1. Dall’Alabama alla Florida

2. Dalla Georgia al Maine

3. Dal Maryland al New Hampshire

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