Guccini: “Così scrissi il mio canto su Auschwitz”

Musica
Francesco Guccini interviene alla presentazione del libro 'L'ultimo veterinario di campagna' di Silvano Monti alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna, 24 gennaio 2016. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Prima di salire sul Treno della memoria il cantautore ha raccontato come compose il brano sul lager

E sul binario stava la locomotiva e con questa, ieri mattina, con un vescovo in prima fila e un gruppo di ragazzi a fargli compagnia, Francesco Guccini è partito da Milano verso Auschwitz. Col «Treno della Memoria», organizzato dalla Cgil, dalla Cisl e dall’Uil della Lombardia. Oggi, 11marzo, a cinquanta anni dalla pubblicazione della sua canzone Auschwitz, entrerà per la prima volta nel campo di concentramento di cui aveva, così bene, narrato gli orrori. Poi il cantautore visiterà anche il campo di Birkenau. Con lui il vescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, e gli alunni della seconda media della scuola Salvo d’Acquisto di Gaggio Montano, sull’Appennino modenese. È naturale, parlando con lui prima che salga in treno, tornare a quel giorno in cui, su un foglietto, scriveva le parole che poi sarebbero diventate un’epigrafe contro lo sterminio nazista. Era il 1964. «L’anno lo ricordo bene, ma non ricordo bene il giorno. Ho ritrovato quel foglio sul quale oltre al testo c’è anche un mio schizzo, uno di quelli che già da allora facevo. È uno dei pochi testi originali che sono riuscito a ritrovare e a salvare. Ero a Bologna, stavo frequentando l’Università e stavo preparando un esame. Era appena dopo pranzo e, tra una sbirciatina e l’altro al libro che stavo leggendo, presi la chitarra e abbozzai l’aria e poi scrissi il testo».

Il 1964 tra Vietnam e Nutella

Ricordiamo alcuni frammenti di quel ’64, così tumultuoso e pieno di contraddizioni. Nelson Mandela condannato all’ergastolo, i massicci bombardamenti Usa sul Vietnam del Nord e i cortei pacifisti nei college statunitensi e in Italia, la lotta razziale con Malcom X che predica la rivolta e Martin Luther King che, con la sua battaglia antirazzista e non violenta, vince il Nobel per la Pace mentre al filosofo dell’esistenzialismo, Jan Paul Sartre, andava quello per la letteratura. La musica, anche in Italia, si è data una smossa e cominciano a proliferare i gruppi musicali che con brani originali e cover conquistano i Juke box. Nel giro di pochi mesi incidono i loro primi dischi: l’Equipe 84, i Giganti, i Gufi, i New Dada e i Profeti. Piccolo particolare, in quell’anno, la Ferrero mette sul mercato la Nutella.

È in questo ambiente che scocca la scintilla: «Erano i giorni in cui stavo leggendo un libro di Bertrand Russel sulle nefandezze del nazismo, libro che conteneva anche alcune foto terrificanti dei campi di concentramento. Era il tempo in cui ascoltavo Bob Dylan e la sua Blowin in the wind. Il fermento lo avvertivi, a Bologna, nell’aria e in particolare negli ambienti universitari. Insomma: la scrissi di getto. Il titolo originale era La canzone del bambino nel vento, Auschwitz. Non ipotizzavo, naturalmente, che sarebbe diventata quella canzone di successo che poi è stata”.

Il crocevia tra Bologna, Modena, lungo la via Emilia, è stato da sempre, uno di quei luoghi in cui si è sviluppata la fruttuosa pianta della musica. In quella stagione c’era un gran via vai, come ricorda Francesco Guccini: «Ogni tanto venivano da me dei ragazzi che avevano messo su un complesso per ascoltare quello che stavo facendo. Erano i giovani dell’Equipe 84. Non pensavo, allora, che quello di scrivere e cantare canzoni sarebbe stato il mio mestiere e perciò quando ascoltarono quel pezzo, e me lo chiesero, gliel’ho dato senza far tanto chiasso. D’altra parte non ero neanche iscritto alla Siae. Lo misero in un 45 giri, nella facciata B, perché nella facciata A avevano inciso Bang Bang, anche quella con un mio testo: era la cover di un famoso brano di Sonny & Cher. A firmare il pezzo furono Maurizio Vandelli e Lunero (pseudonimo di Iller Pattacini) e solo nel 1967, dopo che avevo già scritto altri pezzi, mi riappropriai della canzone».

Ogni tanto, nel pronunciare un nome, tira fuori dal cassetto della memoria, ritratti, pennellate su quel mondo e su quegli anni. Come quello su Lunero, in altre parole Iller Pataccini, figlio d’arte: «Suo padre suonava un sacco di strumenti e aveva un’orchestra con la quale girava tutte le balere dell’Emilia Romagna e aveva scritto anche canzoni molto conosciute come Una lacrima sul viso. Iller, ancora giovane, tornò alle origini mettendosi a fare il mestiere del padre».

Torniamo ad Auschwitz , a quel primo pezzo che poi, a dire il vero, non è la prima canzone scritta da Guccini: il primato spetta a L’Antisociale, anch’esso incisa poi dall’Equipe 84. Lo ricordiamo tutti, noi giovani di allora, quel testo che segnava i primi turbamenti anticonformisti in una società che stava mutando la pelle e il consumismo da alleato diventava nemico e i maglioncini neri, con il collo alto, ci trasportavano nella Parigi di Sartre e Georges Brassens: «Sono un tipo antisociale, non m’importa mai di niente, / non m’importa dei giudizi della gente. / Odio in modo naturale ogni ipocrisia morale, / odio guerre ed armamenti in generale. / Odio il gusto del retorico, il miracolo economico il valore permanente e duraturo,/ radio a premi, caroselli, T.V., cine, radio, rallies, frigo ed auto non c’è “Ford nel mio futuro!».

Dopo l’Equipe 84 ad affacciarsi nelle stanze di Francesco Guccini arrivano i Nomadi: «Ricordo di avere proposto all’Equipe di prendere Noi non ci saremo ma non la vollero, preferendone un’altra. Allora la proposi ai Nomadi che, invece, la presero insieme con altre molto conosciute come Dio è morto o Per fare un uomo. Nel frattempo, con la mia chitarra e con l’amico Guido de Maria, improvvisavo qualche giro per le balere o suonavo con quello o quell’altro gruppo. Quel mestiere cominciava a incuriosirmi e per di più un amico, senza dirmi niente, mi aveva nel frattempo iscritto alla Siae. Così mi avvicinai al mio primo 33 giri, dove naturalmente misi tutti i pezzi che nel frattempo avevo scritto e di cui mi ero riappropriato». Se mettete a confronto i testi di queste canzoni, apparirà evidente la forte vena contro la guerra, la verve polemica contro un mondo che stava andando di traverso. Non a caso lui stava ascoltando, come molti giovani, le canzoni di un autorevole gruppo di Torino, il Cantacronache, nel quale collaboravano pezzi da novanta come Fausto Amodei, Sergio Liberovici e Michele Lo Straniero».

Il finale diverso di “Auschwitz”

Arriva Folk, beat n.1, il suo primo disco. Ancora una faccia e un ambiente gli fanno scoccare la scintilla di un inedito ricordo: “ Andai ovviamente un po’ emozionato in sala di registrazione. I tecnici indossavano tutti il camice bianco che dava loro un tono di autorevolezza. Dopo aver ascoltato uno dei brani che stavo incidendo e che aveva un testo, diciamo così un po’ triste, il tecnico mi si avvicina e chiede: «È lei che ha scritto questa canzone?» Poi con l’aria di uno che se ne intende aggiunge: «Non so se ha intenzione di continuare ma se vuol farlo, dia retta a me, cambi genere». Nel disco è riproposta La canzone del bambino nel vento, Auschwitz nella sua versione originale con un finale diverso da quello cantato dall’Equipe. Nella strofa finale Guccini canta: «Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare / a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…/ Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare / a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà… » L’Equipe aveva modificato proprio il finale: «Ancora tuona il cannone, / ancora/non è contenta / di sangue / la belva umana / e ancora / ci porta il vento./ Ancora tuona il cannone, / ancora non è contento / saremo sempre a milioni / in polvere qui nel vento». A chi gli ha chiesto, prima di partire per Auschwitz, se ha dato una risposta ai suoi versi «l’uomo saprà vivere senza ammazzare?» Guccini ha risposto: «Evidentemente no, vediamo cosa accade nel mondo in maniera a volte diversa, i profughi che girano per i Balcani con i loro pochi bagagli sono un segno di un qualcosa che non funziona ancora. Questi poveretti – ha proseguito – vanno in giro per il mondo senza più niente, con le case distrutte: devo dire che la Storia non insegna niente, purtroppo».

Durante il viaggio avrà parlato con i circa 450 studenti che viaggiano su quel treno e, in particolare, spiegato ai diciassette ragazzi e ragazze della scuola bolognese la differenza, che non è ovviamente solo di stile, tra le due versioni. Avrà raccontato come la sua generazione ha vissuto il dramma delle stragi naziste e dei campi di concentramento. Avrà risposto alle mille domande e avrà parlato con loro anche di come e perché scrisse quella canzone. A raccontarci questo aspetto è Raffaella Zuccari, maestra dei ragazzi in viaggio e moglie di Francesco: «Abbiamo parlato a lungo della ferocia del nazismo, lavorandoci a lungo durante i mesi di scuola. Con noi ci sono due studenti musulmani che sono felici di fare questo viaggio insieme a noi e devo dire che le loro famiglie hanno mostrato grande apertura nel permettere loro di confrontarsi con religioni e culture diverse». Il racconto di Francesco Guccini, le parole del Vescovo, le domande degli studenti, l’ingresso nel famigerato campo: tutto, proprio tutto, sotto gli occhi attenti di Nene Grignaffini che, di questo viaggio, è l’ideatrice e che realizzerà con Francesco Conversano un film documentario.

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