Guantanamo verso la chiusura, a settembre il nuovo piano all’esame del Congresso

Usa
epa04834583 US President Barack Obama delivers remarks after meeting with members of his national security team concerning ISIS at the Pentagon in Arlington, Virginia, USA, 06 July 2015.  EPA/Drew Angerer / POOL

Due gli ostacoli da superare: il tempo e le resistenze del segretario alla Difesa, Ash Carter

Barack Obama si sta muovendo per chiudere Guantanamo. A dare un segnale in questo senso è stata la notizia sull’invio, da parte del Dipartimento della Difesa, di alcuni tecnici nelle installazioni militari in Kansas e South Carolina per verificare se abbiano o meno la possibilità di accogliere alcuni prigionieri del supercarcere situato sull’isola di Cuba. Un’azione pratica che ne prefigura una politica: la presentazione, a settembre, del nuovo piano di smantellamento da sottoporre al Congresso.

Se il presidente americano riuscisse nell’impresa, potrebbe essere l’epilogo migliore per il suo secondo mandato alla Casa Bianca. Un segnale reale, ma anche simbolico visto che la chiusura della controversa prigione era stata una delle primissime promesse messe sul tavolo dal neoeletto inquilino della Casa Bianca.

Con la riapertura delle relazioni diplomatiche fra Cuba e Stati Uniti, la chiusura del campo di detenzione destinato ai criminali accusati di terrorismo potrebbe rappresentare la naturale evoluzione della metamorfosi avviata da Obama nella politica al terrorismo dell’amministrazione americana.

Putroppo però gli ostacoli sono diversi. Tra questi, due in particolare: il tempo, siamo agli sgoccioli della presidenza e Obama potrebbe non avere il tempo di mettere d’accordo tutti e avviare le procedure di trasferimento, e il segretario della Difesa, Ash Carter.

Quest’ultimo è stato scelto proprio da Obama per mettere ordine al Pentagono in tempo di crisi e disimpegno militare, ma è proprio lui che ora sta mettendo un freno al Presidente. Ogni trasferimento di un detenuto, infatti, deve essere approvato dal segretario alla Difesa che, di fatto, se ne assumerebbe la responsabilità.

Per questo Carter, sebbene sia stato un sostenitore del piano dell’amministrazione per la chiusura del carcere, sta ora temporeggiando per cercare di trovare una soluzione più adeguata, specialmente per i detenuti più problematici. Quelli, ad esempio, che non possono essere rispediti nel loro paese di origine e che l’opinione pubblica, ma anche buona parte dell’amministrazione americana, non vogliono sul suolo statunitense.

Vedi anche

Altri articoli