Grillo & Salvini, la disumana alleanza anti-immigrati

Dal giornale
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Il blog del leader M5S: «Meno permessi e più rimpatri». Il leghista: «Gli ultimi 800 li portano a Bruxelles o in Vaticano?» L’ affondo dopo le parole del Papa. Orfini: gli sciacalli si ritrovano

Si vede che non ha retto la vista di quei puntini sulla cresta del mare, teste di uomini, donne e bambini di cui non sapremo mai più nulla. E che lo hanno fatto sdegnare le testimonianze di uomini chiusi in una stiva torturati e marchiati a seconda delle etnie e della religione. Solo che invece di farsi avvolgere dalla pietas, Beppe Grillo legge le ultime e ormai quotidiane tragedie del canale di Sicilia come l’occasione per proporre una ricetta fatta di giri di vite, esclusione, respingimenti e severità. Ingaggiando un’inedita gara a distanza con Matteo Salvini che al blog del leader 5 Stelle risponde con un sarcastico tweet: «Altri 800 clandestini sbarcati in Italia. Li staranno portando a Bruxelles o in Vaticano?».

Entrambi, in un modo o nell’altro, sembrano voler sfidare le parole di papa Francesco che proprio venerdì ha detto: «Respingere i profughi è un atto di guerra». Matteo Orfini, presidente del Pd, bolla entrambi come «sciacalli che si ritrovano sempre a destra». «Dopo le proposte sull’immigrazione manca solo che Grillo si iscriva alla Lega». All’indomani della tragedia e della diffida papale, sul blog pentastellato prende la parola il consigliere comunale di Torino Vittorio Bertola che mette in fila quattro proposte urgenti per fronteggiare l’emergenza immigrazione che ormai registra numeri biblici e da ecatombe: 97 mila arrivi dall’inizio dell’anno, due mila morti in mare (a fronte dei 3.279 di tutto il 2014).

Conviene esaminarle senza pregiudizi una per una. La prima proposta prevede un «giro di vite sui permessi di soggiorno» perché «da noi quasi un asilo politico su due viene dato a persone che non ne avrebbero diritto secondo i trattati internazionali sui rifugiati, ma che noi accogliamo comunque per gravi motivi umanitari. Negli altri Paesi europei – argomenta il consigliere Vittorio Bertola – questo tipo di permessi non esiste o viene usato in misura molto minore, da noi invece con questa motivazione si fanno entrare persone che non dovrebbero. Perchè?» si chiede. La risposta è perentoria: «Per alimentare l’industria dell’accoglienza». L’argomento di Bertola è fondato nella forma ma meno nella sostanza. La legislazione italiana prevede tre tipi di asilo: il rifugiato perchè perseguitato; la protezione sussidiaria per motivi di credo religioso, politico e sessuale; oppure per gravi motivi umanitari come guerre e carestie. Ha ragione il consigliere Bertola quando dice che questo terzo tipo di permesso è una peculiarità di pochi Paesi tra cui l’Italia dove fu introdotto dalla Turco-Napolitano.

Ma la questione sollevata si smonta guardando i numeri: nel 2015, su 32 mila richieste di asilo pervenute (a fronte di 90 mila ospiti nel sistema di accoglienza), ne sono state esaminate 26 mila e di queste la metà (12.900) sono state respinte, 6.300 riguardano le prime due tipologie di asilo e solo seimila hanno il permesso per motivi umanitari. Una cifra, e un peso sociale irrisorio a fronte invece di una danno umano enorme se queste seimila persone fossero respinte visto che arrivano da luoghi di guerra e di povertà. La seconda proposta riguarda i sistemi di rimpatrio forzato perché, scrive Bertola, «non è ammissibile che anche a quel 40-50% di domande respinte corrisponda di fatto un’ammissione in Italia, come clandestini, perché ci si limita a consegnargli un foglio con scritto “devi lasciare il Paese, fallo tu, ok?”. Questo non è un comportamento serio, se uno deve essere espulso deve essere accompagnato alla frontiera e/o caricato su un aereo per il suo Paese di origine, a forza se necessario».

Tutto vero. Il nodo rimpatri è questione delicata. Da tempo sul tavolo del governo. E di Bruxelles. Il premier Renzi lo disse prima del vertice europeo del 25 giugno, quello dedicato alle quote dei profughi da assorbire nei vari Paesi: «La parola rimpatrio per chi lascia il proprio Paese per motivi economici non può essere più un tabù». E infatti non lo è. Solo che per farli occorrono accordi bilaterali con i Paesi di origine. E questi accordi, almeno i bilaterali con l’Italia, sono ancora molto pochi. Diverso sarebbe per l’Europa che potrebbe vincolare i rapporti di cooperazione, tantissimi, con clausole che riguardano i rimpatri. Anche sulla terza proposta il consigliere grillino dice il vero: quasi tutti quelli che hanno fatto richiesta ed è stata loro negata dalla Commissione, trovano un avvocato (molti beneficiano del gratuito patrocinio essendo l’assistito nulla tenente) che fa presentare ricorso. Il dato sorprendente è che ne vengono accolti il 70 per cento, bloccano i tribunali e poi passano mesi. Nei quali il richiedente asilo resta in Italia. Quello che non viene detto è che (vedere intervista al sottosegretario Manzione) il governo ha già messo un limite di 60 giorni.

Poi c’è il tema della sorveglianza dei centri di accoglienza. Il consigliere grillino racconta un fatto di cronaca: «A Torino qualche mese fa un profugo senegalese usciva tutte le mattine dall’ostello (pagato da noi) e andava a rapinare le donne alle stazioni della metro. Ha colpito 8 volte. Possibile che nessuno in quel centro si sia accorto di nulla?». Domanda legittima. Anche la rabbia. Ma è un caso. E cosa c’entra un delinquente con quei puntini che galleggiano in mare?

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