Grillo e Merkel, per Renzi è la stessa battaglia

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“Dare fiducia per noi è una precisa strategia”, spiega il premier. Solo con le riforme e la crescita, infatti, può sperare di battere il populismo e cambiare verso all’Ue

“Il nostro obiettivo di seminare fiducia non è un generico ottimismo ma una precisa strategia. L’Italia è un grande Paese, ha tutto per farcela e noi stiamo mettendo in gioco noi stessi per riportare questo Paese dove deve stare, nel posto che merita”. Lo ha scritto stamattina Matteo Renzi su Facebook, spiegando che “sembrano numerosi quelli che protestano, che urlano che va tutto male, quelli che noi chiamiamo gufi perché pur di andare contro il governo sperano che l’Italia fallisca. Ma io – ha aggiunto il premier – sono certo che gli italiani sanno benissimo che l’unico modo per rilanciare questo bellissimo Paese è mettersi in gioco, rischiare, provarci”.

È un messaggio chiaro, una “precisa strategia” politica ribadita anche alla conferenza stampa di fine anno di ieri. Tra i tanti temi toccati, sono stati due infatti i leitmotiv delle suo intervento e delle sue risposte: quello della”politica batte populismo 4 a 0″ e i reiterati (a volte perfino apparentemente gratuiti) riferimenti alla Germania, nel tentativo di capovolgere il preconcetto dell’efficienza teutonica contrapposta all’inaffidabilità italica.

In un tempo in cui la crisi economica e il terrorismo internazionale hanno alimentato le paure e il disagio dei cittadini, infatti, la politica ha di fronte a sé due possibili strade. La prima è quella di cavalcare il malcontento, non offrire soluzioni praticabili o efficaci, bensì sfruttare i sentimenti diffusi per ottenere facile consenso. È la via scelta dai vari populismi, di destra (alla Le Pen e Salvini) o trasversali (alla Grillo). La seconda strada, quella imboccata da Renzi, è quella di trasformare la rabbia in orgoglio, far sentire le persone protagoniste di un cambiamento, rivolto a risolvere i problemi che li affliggono, anziché ingaggiare improbabili battaglie contro i mulini a vento.

Nella testa del premier, la sua battaglia ha un senso solo se viene condotta parallelamente in Italia e in Europa. Quell’Europa avvertita da molti italiani come una matrigna cattiva, pronta a richiamarci quando non rispettiamo i suoi parametri e sempre severa nei nostri confronti.

Si capisce allora perché, solo dopo che “ci siamo rimessi alla pari” con le riforme, Renzi abbia ingaggiato lo scontro con quello che è indicato come il simbolo di questa Europa matrigna, la cancelliera Angela Merkel. Sostenere di avere un sistema bancario più solido di quello tedesco, ribadire di rispettare le regole anche quando altri non lo fanno o non l’hanno fatto (ancora una volta l’esempio citato è quello tedesco, sulle impronte dei migranti come sullo sforamento dei parametri da parte del governo Schroeder, quando varò le nuove norme sul mercato del lavoro), ricordare che il Pd ha preso più voti della Cdu alle ultime Europee – tanto per citare alcuni esempi – serve a Renzi non solo a rendere più forte la propria voce a Bruxelles, ma anche a presentarsi ai propri connazionali come l’unico in grado di condurre in maniera credibile questa battaglia.

Se il 2015 è servito a porre le basi di questa strategia, il 2016 sarà l’anno che la metterà alla prova. Per quanto cerchi di depotenziare il valore politico delle amministrative di primavera, infatti, Renzi sa che un successo del M5S (foss’anche solo a Roma) segnerebbe una battuta d’arresto importante se non per il suo governo, quanto meno per la sua immagine internazionale di argine al populismo. Ma è anche vero che la campagna elettorale nella Capitale deve ancora iniziare e il Pd, come le altre forze, non ha ancora schierato la propria squadra. Così come una crescita che si sgancia finalmente dallo zero virgola non è più un sogno lontano dal realizzarsi, ma una prospettiva concreta. Inoltre, sull’Ue arrivano altre pressioni oltre a quella italiana in favore di una maggiore flessibilità e non è detto che si ritorni indietro sulla strada intrapresa (con prudenza) negli ultimi dodici mesi. Quella di Renzi, insomma, è una scommessa, ma non certo un azzardo.

 

L’articolo integrale sarà pubblicato domani su l’Unità in edicola

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